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PSICOANALISI NEOFREUDIANA

A cura dell' International Foundation Erich Fromm
Periodico quadrimestrale
anno XX numero 3 speciale
Registrato al Tribunale di Prato il 01/06/1988 al n. 133
Comitato Scientifico - Coordinatore: Irene Battaglini

Stampato in proprio - diffusione via Web
Direttore Responsabile: Ezio Benelli
Editing: Irene Battaglini
Polimnia - Musa della narrazione

DALL'ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA AL DELIRIO DI ONNIPOTENZA

Carmelo Carabetta *

"Dio creò gli uomini a norma della sua immagine... Quindi li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, ed abbiate dominio sui pesci del mare, sui volatili del ciclo, sul bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra"" (Genesi 1,27,28).

L'uomo contemporaneo sembra abbia preso pienamente alla lettera l'insegnamento divino. Si è, infatti, insediato su quasi tutta la terra emersa e pochi sono gli angoli sperduti dove la presenza umana non è stabile. I luoghi più inospitali ed impervi evidenziano con chiarezza la presenza di questo essere tenace ed ostinato. La terra è totalmente soggiogata dal potere umano, la fauna e la flora esplorate nelle loro più recondite valenze vengono nella molteplicità dei casi manipolate e governate in base a programmi finalizzati a garantire il massimo profitto.

L'organizzazione sociale presuppone schemi di produzione con finalità rigide che prevaricano ed ignorano quei valori etici fondamentali per la salute dell'uomo e per l'armonia dell'ecosistema. L'umanità è sospinta da una costante tendenza all'acquisizione. L'affermazione di Karl Marx secondo la quale "meno si è meno si esprime la propria vita" sembra essere oggi l'elemento sommerso che produce timori diffusi, che per certi versi giustificano quel evidente clima di competitività anche scorretta, che prevaricando le più elementari forme di rispetto caratterizzano i rapporti sociali e i sistemi di produzione. Questi fenomeni, in tanti casi, creano un'ansia diffusa che non lascia insensibili nemmeno gli individui più accorti, i quali ormai chiaramente presagiscono la grave iattura che questa filosofia può produrre se non si pongono rimedi solleciti ed efficaci. Le trasformazioni sempre più celeri e vistose dell'ambiente mettono ampiamente in luce le disgregazioni ecologiche, che giustificano pienamente il diffuso interesse culturale d'altronde evidente nei frequenti studi e convegni nazionali ed internazionali finalizzati ad una sollecita e positiva risoluzione del problema.

La possibile estinzione del pianeta, prodotta dall'egoismo e dall'insensibilità dell'uomo, appare connessa all'intreccio tra alcune esigenze specifiche della natura e le contrastanti pretese e ambizioni dell'uomo. Questi fenomeni fortemente diversificati, che caratterizzano stabilmente la struttura ambientale ed il sistema eco-re-lazionale, risultano di grave pregiudizio se non nell'immediato, sicuramente in un futuro piuttosto vicino, tanto per la salute dell'uomo quanto per quella della natura.

L'uomo ed i suoi sistemi di produzione fondati sulla trasformazione sviluppano sempre più la tendenza alla distruttività in quanto il principio fondamentale della produzione, così come sostiene Melucci, implica il concetto di trasformazioàne e di distinzione: seme, pianta, legno, mobile. Gli effetti negativi di questi processi non evidenziano sempre il loro potenziale distruttivo al momento della loro azione e i loro peggiori effetti patologici diventano evidenti e devastanti solo dopo parecchi decenni, così come dimostrano le lacerazioni che l'uomo continuamente inferisce alla natura, la quale pur nella sua apparente inermità, capitalizza i danni e produce gli elementi della ribellione passiva. Da un'analisi antropologica attenta è facile indagare le profonde trasformazioni che hanno favorito in tanti casi la devoluzione da natura benigna a natura matrigna.

In questa sede intendo indagare, pur se brevemente, gli elementi e le cause che hanno favorito e sollecitato le attuali condizioni di disgregazione ecologica fino a produrre condizioni di elevata rischiosità esistenziale, anche al fine di capire meglio la natura e lo spessore di quei fenomeni che sempre più minacciosi proiettano le loro cupe ombre di una possibile distruzione del pianeta.

Il rapporto uomo-ambiente è un problema antichissimo e da sempre le vicende umane, così come afferma Alfonso M. Di Nola, sono "connesse alla qualità distruttiva dell'uomo che, ai fini della sopravvivenza, è condizionato dalla necessità di uccidere, di sopprimere, di sconvolgere l'ordine della natura, piegandola ai fini delle sue esigenze primarie" (1).

I cento miliardi di uomini che si stima siano passati sulla terra da quando circa 250.000 anni addietro la specie umana fece la prima comparsa sul pianeta, hanno sempre assunto comportamenti alle loro necessità e alla loro irrefrenabile voglia di sopravvivenza. Se si analizza la storia del mondo nel suo complesso, così come opportunamente afferma T. Bukle nella sua History of civilitation in England del 1857, si avrà modo di notare come la tendenza è stata sempre di subordinare la natura all'uomo. Questo processo ha evidenziato in ultima analisi due fenomeni di notevole rilevanza. Il primo è connesso al fatto che l'uomo modificando la natura ha finito con il modificare se stesso, il suo modo di agire, di pensare, il suo stile di vita e tutta la sua vasta gamma di bisogni; il secondo è collegato allo sconvolgimento che l'uomo ha operato e opera sulla natura, che come afferma Di Nola "comporta l'esigenza teorica di stabilire che la crescita della condizione umana è fondata su una pulsione di matrice distruttiva economicamente innestata sulle spinte che provengono dalla sopravvivenza" (2).

Un'analisi antropologica è utile per capire come l'uomo dallo stato selvaggio a quello della civiltà si è costantemente adoperato ed ingegnato per sottrarsi all'egemonia della natura. Inizialmente le sollecitazioni principali sono state prodotte dalla necessità di sopravvivere. In realtà era questa una ambizione non sempre realizzabile in un ambiente selvaggio, inesplorato ed in assenza di strumenti idonei ed efficienti per assicurarsi quei beni primari e quelle condizioni indispensabili per sopravvivere.

Tutti gli elementi della natura sembravano strutturati contro di lui, che solo e armato di un vigoroso istinto di sopravvivenza non aveva la capacità di opporre adeguata resistenza al caldo, al freddo, alla fame e a tante altre calamità, tanto è che l'età media di quel nostro lontano antenato non superava i 28 anni. Nello stadio inferiore dello stadio selvaggio, infatti, così come scrive Morgan nel suo noto volume La società antica l'uomo viveva dentro ristretti limiti del suo habitat originario e si sostentava cogliendo frutti e noci (3).

Era povero ed inerme e l'ambiente, viceversa, era ricco di insidie che solo parzialmente riusciva a controllare con estremi sacrifici. Per sopravvivere era costretto a distruggere e a uccidere esercitandosi in una violenza continua sollecitata dalla necessità di difendersi per sopravvivere, in quanto senza di essa non si sarebbe procurato il cibo per nutrirsi, le pelli per vestirsi e lo spazio per vivere. È questa una fase caratterizzata fortemente dalla lotta per la conquista del territorio, inteso quest'ultimo come spazio essenziale per la difesa della vita.

La condizione dell'uomo incomincia a mutare pur rimanendo sempre gracile e precaria nel secondo stadio dello stato selvaggio, allorquando l'uomo, grazie alla conoscenza e all'uso del fuoco e alla capacità di pescare, accresce le sue possibilità di difesa e di nutrimento. Questi eventi di grande importanza acquistano ancor più valore in coincidenza della nascita della gens, che pur rappresentando un'elementare organizzazione sociale, ha, comunque, il merito di aggregare gli individui sulla base di interessi comuni fondati sulla presunta convinzione di una comune discendenza dallo stesso capostipite. La creazione della gens produce una solidarietà gruppale di tipo nuovo che, in quanto aggrega gli individui sulla base di interessi comuni, può essere considerata di primaria importanza per la risoluzione di fondamentali problemi connessi alla caccia, alla difesa dei più deboli, anziani, donne e bambini e alla gestione di territori sempre più vasti, anche in concomitanza della creazione di nuovi rituali riferiti a divinità che presiedono a tutti quei fenomeni definiti arcani e misteriosi. In questo periodo l'uomo crea quella che possiamo definire pre-ecologia, in quanto conferisce una dimensione di sacralità ad alcuni animali e ad alcune piante che adora e ritiene intoccabili.

Nell'ultimo stadio dello stato selvaggio, il rapporto uomo-ambiente presenta i primi timidi elementi di un possibile nuovo rapporto tra uomo e natura. L'uomo si è creato l'arco e le frecce ed incomincia ad uscire dal suo habitat originario per cacciare ed esplorare terre sempre più lontane. In questo modo l'uomo accresce la sua potenzialità di predatore e diventa un nomade anche perché ha meno paura degli elementi naturali poiché ha piena fiducia nelle divinità che si è creato, così come ha meno paura degli ambienti nuovi in quanto è in possesso di un'arma che può colpire il bersaglio anche da lontano, sottraendolo al possibile pericolo dei duelli ravvicinati.

Nel 1, 2 e 3 stadio dello stato delle barbarie il rapporto uomo natura cam- bia vistosamente. Il timido e spaurito uomo dello stadio inferiore dello stato selvaggio è già riuscito ad inventare tecniche per la lavorazione della ceramica e per la costruzione del mattone cotto al sole e, cosa non meno importante, è riuscito ad addomesticare gli animali che utilizza anche per tirare l'aratro di legno, il che rappresenta la più importante e rivoluzionaria invenzione di questo periodo. L'uso di queste numerose invenzioni gli hanno consentito di costruire villaggi e paesi e di modificare la struttura dei terreni deforestando intere aree per creare spazi da destinare al pascolo e alla coltivazione. L'invenzione dell'aratro di legno, che si ritiene avvenuta nel Medio Oriente, nella Mesopotamia fra il Tigre e l'Eufrate facilita e migliora i sistemi di produzione mentre comporta distruzione delle prime foreste del Medio Oriente e del Sahara dove subentrerà l'attuale deserto (4). L'ambiente perde vistosamente le sue caratteristiche originarie e viene modificato dall'opera dell'individuo, il quale pur se in maniera limitata riesce, come scrive Engels, ad imprimere il suggello della sua operosità. Il procedimento di fusione del ferro, avvenuta nello stadio superiore dello stato delle barbarie e la conseguente costruzione di nuove armi e di nuovi utensili danno ulteriore impulso all'attività e al progresso umano che continua deciso sulla strada della elaborazione di nuovi stili di vita che lo pongono in un rapporto diverso con quel ambiente che originariamente gli metteva tanta paura.

Nello stato della civiltà l'uomo ha ormai affinato le sue capacità creative e accanto all'alfabeto e alle prime scritture elabora sempre nuove tecniche di produzione, di controllo e di dominio della natura. La completa evoluzione e il definitivo e vistoso ribaltamento del rapporto uomo-natura, è, comunque, un fenomeno relativamente recente, circoscrivibile in questi due ultimi secoli. L'affermazione della civiltà industriale iniziala nel XVIII secolo sancisce definitivamente il successo dell'uomo. Il dualismo antitetico uomo-natura perde la sua antica pregnanza e la natura è un campo dove l'uomo esercita liberamente la sua creatività. Le grandi invenzioni di questo periodo rappresentano, infatti, una inconfutabile testimonianza di come l'uomo sia riuscito a modificare il rapporto con l'ambiente.

La rivoluzione industriale e tutti i cambiamenti ad essa connessi hanno prodotto trasformazioni rilevanti all'interno degli eco-sistemi naturali, trasmutati in paesaggi che portano chiaramente i segni dell'opera dell'uomo. Questi, sostenuto dal suo ingegno e dalla sua continua operosità, è riuscito a dare corpo alle aspirazioni dei suoi antenati, vola negli spazi, solca le acque in superficie e in profondità, perfora le montagne, costruisce vie di comunicazione in ogni angolo, squarciando la natura, la quale sempre più evidente porta i segni del profondo degrado.

Ciò nondimeno, come opportunamente sostiene Pavan, "non vi è dubbio che le grandi conquiste del progresso tecnologico, sono anche all'origine dei nostri guai su scala mondiale" (5).

Le importantissime conquiste hanno rafforzato il senso dell'autostima dell'uomo, il quale ormai, convinto di poter esercitare la sua azione senza freni e/o inibizioni, procede nella sua attività distruttiva. Come afferma Engels ha fatto mutare di luogo la fauna e la flora, modificando così il clima e persino l'aspetto degli animali e delle piante.

L'uomo è ormai, così come vuole l'insegnamento biblico, il padrone incontestato del mondo, che governa, controlla e sottomette con tutta una molteplicità di mezzi da lui stesso progettati, costruiti e manipolati. La vita del pianeta, che sembrava indistruttibile, oggi evidenzia in maniera preoccupante uno stato di precarietà mai conosciuto in precedenza, fino a rendere necessari interventi decisi ed appropriati per frenare il sistematico processo di degrado.

L'uomo da essere passivo, gracile ed indifeso si è trasformato in essere arrogante e spesso spregiudicato che agisce sull'ambiente e lo trasforma solo in riferimento ai propri interessi. .

L'agire dell'uomo manifesta con evidente chiarezza effetti inconfutabilmente ambivalenti. Gli elementi dell'ambivalenza che caratterizzano l'attività umana sono visibili nella duplicità degli effetti che essa produce. Per una parte, infatti, l'uomo esercitando le sue capacità creative-aggressive finalizzate al miglioramento e all'espansione della produzione che in ultima analisi si fonda sempre sulla trasformazione, riesce ad accrescere i suoi profitti e la qualità della vita, mentre simultaneamente lacera e devasta l'ambiente che già si ritorce contro di lui fino al punto da compromettere e vanificare seriamente il suo progresso.

L'effetto serra, dovuto al surriscaldamento del pianeta, tanto per citare un aspetto, è un evidente quanto noto e preoccupante elemento che chiaramente dimostra il pericolo verso il quale corre l'umanità. In secoli ed addirittura in decenni non molto lontani, cioè in assenza dei moderni sistemi di produzione e del moderno sviluppo scientifìco-tecnologico i danni prodotti dall'uomo in un determinato periodo ed una limitata area geografica tendevano a rimanere circoscritti e ad interessare gli ambienti dove si verificavano, non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Oggi in molti casi gli elementi della distruttività prodotti da fenomeni volontari e/o involontari costituiscono una minaccia anche per i popoli e le aree geografiche situate molto lontani. È quanto è accaduto in concomitanza con l'incidente nucleare di Chernobyl (6) che ha prodotto gravi danni non solo alla flora e alla fauna dove il fenomeno si è verificato ma anche in ambienti molto lontani.

A questo punto è possibile affermare che, giusto come sostiene Giovannini, "non esiste un'epoca felice di cui avere nostalgia" (7); tutte le epoche hanno un unico elemento di caratterizzazione: la violenza. È la motivazione e le modalità di esplicazione che sono cambiate nel corso dei secoli per cui dalla violenza come elemento essenzialmente di difesa si è passati alla violenza come elemento usuale per legittimare in maniera sempre più marcata l'autodominio. L'ingegneria genetica e tutte le forme di manipolazione ad essa connesse sono l'elemento di maggiore evidenza, come afferma Melucci, "delle società contemporanee di "prodursi" fino al limite della distruzione" (8).

Nel suo continuo processo di trasformazione il piccolo ed inerme uomo dello stadio inferiore dello stato selvaggio che lottava per sopravvivere ormai affetto da un evidente delirio di onnipotenza, si sta rendendo responsabile di un processo di distruzione sistematico del pianeta. Ha già provocato la distruzione di 2/3 delle foreste del mondo, ha fatto scomparire il 90% della fauna selvatica mondiale, mentre del rimanente 10% molta parte è minacciata, così come è minacciato gran parte del patrimonio forestale, se si considera che distrugge 30 ettari di foreste tropicali al minuto (9).

Allontanato, almeno così sembra per adesso, il rischio dell'emergenza atomica è necessario che l'umanità prenda coscienza dell'emergenza ecologica anche nella prospettiva di un'era di pace e di tranquillità. Fino ad alcuni anni addietro questa ipotesi poteva sembrare impossibile e/o marginale in concomitanza di incompatibilità ideologiche che dividevano l'umanità e la tenevano costantemente impegnata sul filo di un sempre possibile olocausto nucleare. Oggi, superati gli elementi dell'antiteticità ed in presenza della diffusa univoca necessità di porre rimedio alla possibile azione distruttiva del pianeta, è indispensabile creare un progetto culturale sostenuto da nuove convinzioni e da nuovi valori, anche perché come afferma Melucci, "la questione ecologica porta in primo piano la "dimensione culturale" dell'azione umana" (10). ;

È necessaria, quindi, una diffusa azione culturale finalizzata all'affermazione dell'etica della conservazione in sostituzione di quella fondata sul consumismo, che fin qui ha considerato la natura come un campo libero dove, in assenza di leggi idonee, sempre più insistente si è radicata la convinzione dell'agire illimitato.

L'attuale degrado ecologico frutto del rapporto uomo-uomo e uomo-natura, poiché investe l'ambiente in tutta la sua ampiezza e profondità, può essere frenato solo se la cultura ecologica sfugge all'asservimenlo dell' attuale modello di economia industriale, in quanto, diversamente, come sostiene La Greca, si trasformerebbe in strumento capace di curarne le colpe o di renderle accettabili alle masse.

Note:

(1) Alfonso M. DI NOLA, L'ecologia degli antichi, in (a cura di) J. JACOBELLI, II pensiero verde tra utopia e realismo. Bari, Laterza, 1989, pp. 65-66.

(2) Ivi, p. 66.

(3) Cfr. L.H. MORGAN, La società antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà, Milano, Feltrinelli, 1970.

(4) Cfr. M. PAVAN, Dissesto ecologico, fame e insicurezza nel mondo. Como, Meroni, 1987.

(5) M. PAVAN, op. cit., p. 12.

(6) Cfr. AA.VV., Chernobyl: la fine dei sogno nucleare, Milano, Mondadori, 1986.

(7) Cfr. F. GIOVANNINI, Culture verdi, in (a cura di) J. JACOBELLI, Il pensiero verde tra utopia e realismo, cit., p. 80.

(8) A. MELUCCI, Responsabilità dei terrestri, in (a cura di) J. JACOBELLI, Il pensiero verde tra utopia e realismo, cit., p. 118.

(9) Cfr. M. PAVAN, op. cit..

(10) A. MELUCCI, op. cit., p. 116.

BIBLIOGRAFIA

AA.VV., Chernobyl: la fine del sogno nucleare, Milano, Mondadori, 1986.

CONTI L., Cos'è l'ecologia, Milano, Mazzotta, 1987.

JACOBELLI J. (a cura), Il pensiero verde tra utopia e realismo, Bari, Laterza, 1989.

MORGAN L.H. La società antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civiltà, Milano, Feltrinelli, 1970.

MORGAN L.H., Il paradigma perduto, trad. it. di Bongiovanni, Milano, Bompiani 1974.

PAVAN M., Dissesto ecologico, fame e insicurezza nel mondo, Como, Nerone,1987.

PAVAN M., L'agonia della terra, Firenze, Nardini, 1974.

PECORA. A., Ambiente geografico e società umane, Torino, Loescher, 1977.

* Università di Messina

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