Psicoanalisi Neofreudiana

Psicoanalisi Neofreudiana

Anno XXXVII · N. 1 · 2025 · ISSN 2282-7978

Gli scritti di Serena Baroncelli

30 giugno 2025

Immagine di copertina del fascicolo

Elzeviro

Il processo di simbolizzazione: la lezione di Serena Baroncelli

Ezio Benelli, Direttore Responsabile

La rivista raccoglie in questo fascicolo gli otto scritti che Serena Baroncelli ha pubblicato su Psicoanalisi Neofreudiana fra il 2012 e il 2014. Riletti in sequenza, essi compongono il corpus più organico che la rivista abbia dedicato alla dimensione gruppale della cura: un percorso che muove dalla storia della psicoanalisi, ne attraversa i grandi teorici del gruppo e approda al concetto di campo. Ripubblicarli non è soltanto un atto di pietas editoriale: è restituire alla comunità scientifica un piccolo trattato di gruppoanalisi in forma di saggi, scritto con rigore e chiarezza didattica rari.

I due scritti d’apertura, dal ciclo «Il processo di simbolizzazione» (2012), pongono le fondamenta. Il primo ricostruisce la storia della psicoanalisi (la marginalità delle origini, gli scismi del periodo classico, lo slittamento del paradigma dal padre alla madre e dall’individuo al gruppo dopo le due guerre) dialogando con la storiografia più accreditata, da Jones a Zaretsky. Il secondo distingue i due atti fondatori della disciplina, la cura del soggetto singolare e il lavoro psicoanalitico in situazione plurisoggettiva, e articola con precisione i fattori terapeutici specifici del gruppo: la coesione, la risonanza, il rispecchiamento, la moltiplicazione delle relazioni, sulla scorta di Correale e di Neri.

Il dittico bioniano è forse il cuore del corpus. Il saggio su «Esperienze nei gruppi» espone con esemplare economia i concetti chiave della teoria del 1948 (mentalità e cultura di gruppo, assunti di base, gruppo di lavoro) a partire dall’esperienza di Northfield. Quello sull’«ultimo Bion» si spinge dove la letteratura italiana va di rado: le «Memorie del futuro», l’esperienza di O, il pensiero di gruppo e le catene associative. È il Bion visionario, spesso non compreso e talvolta condannato dal mondo psicoanalitico, di cui l’autrice restituisce la statura senza agiografia.

La parte centrale porta il lettore da Anzieu (i tre organizzatori psichici del gruppo, le imago, i fantasmi originari, l’Io-pelle gruppale e l’illusione gruppale) alla storia della psicoterapia di gruppo: i pionieri Pratt, Burrow, Moreno e Slavson, e la tripartizione, tuttora orientativa, fra analisi in gruppo, analisi di gruppo e analisi mediante il gruppo. Pagine che uniscono l’informazione storica alla mano clinica di chi i gruppi li ha condotti.

Chiudono il percorso due scritti del 2014. Il saggio su Freud e la gruppalità (la concezione della coesione sociale a partire da «Totem e tabù», «Psicologia delle masse e analisi dell’Io» e «Il disagio della civiltà») esce qui in prima pubblicazione: un inedito di fatto, che documenta il confronto dell’autrice con il fondatore proprio sul terreno che Freud non praticò mai clinicamente. Il saggio sul concetto di campo, dai Baranger a Ogden, da Correale a Neri, fino al commuting, è l’approdo più maturo del percorso: la situazione analitica, individuale e di gruppo, pensata come campo comune, nel solco della tradizione interpersonale che questa rivista coltiva dalla sua fondazione.

A chi si forma alla psicoterapia, questi scritti offrono ciò che l’autrice offriva in aula e in supervisione: la complessità resa pensabile senza essere semplificata. È la ragione scientifica, prima ancora che affettiva, di questo tributo.

Parte prima

I

La storia della psicoanalisi

Un viaggio tra le vicende storiche che hanno costellato evoluzione e declino di uno dei maggiori punti di riferimento culturali della storia del Novecento

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXIV, N. 1 (2012), fascicolo «Il processo di simbolizzazione».

Abstract

Con il presente lavoro si intende portare l'attenzione su alcune traiettorie evolutive che hanno caratterizzato la storia della psicoanalisi, a partire dalle vicissitudini personali e professionali del padre fondatore, Sigmund Freud, ai complessi movimenti di accettazione/rifiuto della psicoanalisi in Europa, sino ad arrivare alle lotte e ai dissidi interni al movimento.

La psicologia di Freud era perlopiù esclusa dalle università e dalla corrente principale della scienza dell'epoca, fortemente improntata sul modello positivistico. In Europa, le teorie e le scoperte di Freud vennero considerate con indifferenza e, poiché era esclusa da qualsiasi protocollo di ricerca su base biologica, la psicoanalisi, benché offrisse un approccio psicologico, rimase marginale rispetto al filone principale della psichiatria europea. Negli Stati Uniti invece la situazione era molto diversa e la psicoanalisi non doveva contendere con la professione psichiatrica già consolidata.

La psicoanalisi continuava a rimanere marginale anche da un punto di vista socioeconomico e Freud incarnava anche nella stessa sua persona il tema della marginalità: egli era un outsider rispetto alla psichiatria ufficiale e l'unico contatto con l'ambiente accademico era dato dal corso universitario che teneva senza retribuzione. All'epoca della Prima Guerra Mondiale, il nucleo centrale della psicoanalisi era costituito da un piccolo gruppo marginale di analisti raccolti intorno al suo fondatore. Freud aveva raccolto intorno a sé un gruppo di seguaci che condividevano la sensazione che il suo pensiero costituisse una svolta dirompente verso un nuovo livello di civiltà. Se per la generazione del primo dopo guerra il problema dominante era stato quello della morte, la generazione della Seconda Guerra Mondiale pose al cuore della sua riflessione quello del male. Come in passato, la psicoanalisi svolse un ruolo centrale in tale riflessione collettiva. Si trattava però di una psicoanalisi molto diversa, sempre più imperniata sulla madre, in continua trasformazione.

Parole chiave psicoanalisi · Freud · psicoanalisti · storia della psicoanalisi · trasformazioni

Ernst Jones (2014) scriverà di Freud:“aveva i capelli brizzolati, la testa era ricoperta da una capigliatura folta, scura e accuratamente pettinata e incorniciata da bei baffi e una barba a punta. Era alto un metro e settantadue, piuttosto corpulento e portava i segni di una professione sedentaria. I suoi occhi, mobili e fiammeggianti, gli conferivano un aspetto grave e penetrante. Percepivo vagamente nei suoi modi e nei suoi movimenti qualcosa di lievemente femmineo e fu forse per questo che assunsi nei suoi riguardi un atteggiamento sollecito, quasi protettivo, invece di quello filiale tipico di molti altri analisti. Egli si esprimeva con una dizione perfettamente chiara e con un tono di voce amichevole” (Jones, 2014).

La sua vita trascorreva tra il lavoro professionale e gli svaghi personali. Ogni sabato, Freud era solito noleggiare una carrozza ed andarsene a casa dell'amico Koenigstein dove si svolgeva la partita ai tarocchi. Freud si definiva come un pessimista allegro: era un uomo privo di illusioni che considerava la vita in sé più dura che facile, qualcosa che andava innanzitutto sofferto. Se si riusciva a sopportarla c'era però nella vita molto di cui godere e valeva certamente la pena di viverla, nonostante la sua transitorietà (Freud, 1915).

La storia della psicoanalisi

La storia della psicoanalisi vede nel lavoro del medico viennese Sigmund Freud il punto di partenza per lo sviluppo, all'alba del Novecento, di quello che diventerà un vero e proprio movimento di pensiero, destinato a rivoluzionare non solo la psichiatria ufficiale, ma ad influenzare ogni ambito del sapere umano. La psicoanalisi rappresenta dunque la prima grande teoria e pratica della vita personale che ha modificato, in modo permanente, il modo in cui gli uomini e le donne hanno cominciato ad interpretare se stessi e gli altri. Storicamente parlando, la teoria freudiana può considerarsi come una fruttuosa sintesi di razionalismo e romanticismo; si colloca infatti esattamente alla confluenza di due distinte correnti: una è la corrente scientifica incarnata dalla figura di Darwin, l'altra quella romantica e umanistica di Shakespeare, Goethe, Dostoevskij (Zaretsky, 2016). Al tempo stesso, Freud propone un nuovo oggetto di ricerca e di riflessione: la vita psichica dell'essere umano, specifica per ciascun individuo e impregnata di significati morali. Con la Seconda rivoluzione industriale, il tema dell'identità personale cominciò a evidenziarsi e a dipanarsi come un problema critico, ma anche come progetto. Il progresso e l'avanzamento sociale portò progressivamente alla legittimazione di identità personali non solo declinate all'interno del proprio nucleo familiare, ma anche l'immaginazione di nuove identità extrafamiliari.

La psicoanalisi diventò una teoria e una pratica che raccoglieva questa tensione ad una vita personale. La vita personale si inseriva dunque all'interno di un vero e proprio progresso epocale: essa diventava il luogo di desideri profondi e di fantasie utopiche di libertà e liberazione. L'inconscio freudiano simboleggiava l'irriducibilità dell'individuo all'ambiente (Zaretsky, 2016).

Nonostante la sua portata rivoluzionaria, il movimento e la forza delle idee psicoanalitiche rimasero marginali per molto tempo, fino al periodo successivo la Seconda guerra mondiale. Uno dei motivi della scarsa attenzione e avversità che caratterizzò le prime fasi dello sviluppo del pensiero psicoanalitico, che aveva innegabilmente nella figura di Freud l'esponente più influente, va ricondotto alle origini ebraiche del primo circolo di psicoanalisti. Perfino Charcot, che in neurologia aveva avviato il ripudio delle teorie basate sulla razza, postulò l'esistenza di un legame tra ebrei e nevrosi. Inoltre, la psicologia di Freud era perlopiù esclusa dalle università e dalla corrente principale della scienza dell'epoca; la psicoanalisi, benché offrisse un approccio psicologico, rimase marginale rispetto al filone principale della psichiatria europea (Zaretsky, 2016).

Freud incarnava anche nella stessa sua persona il tema della marginalità: egli era un outsider rispetto alla psichiatria ufficiale e l'unico contatto con l'ambiente accademico era dato dal corso universitario che teneva senza retribuzione; aveva inoltre una personalità pubblica dissidente e continue preoccupazioni economiche. Come scrisse a Fliess nel 1899: “Per me il denaro è un gas esilarante.... puoi comprendere che, avendo un tempo conosciuto la disperata povertà, ne ho sempre avuto paura”.

I primi anni del Ventesimo secolo costituirono il momento fondativo della psicoanalisi. Freud aveva raccolto intorno a sé un gruppo di allievi che condividevano la sensazione che la portata del suo pensiero fosse assolutamente originale, dirompente, trasformativa e che avrebbe condotto verso un nuovo livello di civiltà. La cerchia di discepoli si riuniva attorno al maestro ogni Mercoledì sera nella sala d'aspetto di Freud, la quale venne opportunamente corredata di un tavolo oblungo. Negli incontri del Mercoledì, scrive Jones, le discussioni si articolavano su una vasta gamma di argomenti, dall'Ecce Homo di Nietzsche, la questione femminile, la psicologia del marxismo... Freud voleva che ogni membro partecipasse alla discussione; l'ordine degli interventi inoltre era determinato in modo del tutto casuale, pescando i nomi da un'urna. Le idee erano viste come una proprietà comune, da utilizzare senza fare riferimento al nome dell'autore: lo definivano comunismo intellettuale. Il collante che teneva unita la piccola cerchia erano i sentimenti di identificazione che i membri del circolo psicoanalitico provavano nei confronti di Freud, vissuto come padre. Sentimenti di rivalità, di ricerca di attenzioni e approvazione muoveranno, negli anni, questo gruppo: tali sentimenti rappresenteranno una delle cause che porterà ad alcuni momenti di rottura e dissidi interni. Il periodo classico della psicoanalisi sarà segnato infatti da tre grandi scismi: il primo tra Freud, Jung e Adler negli anni Dieci; il secondo che riguardò Ferenzci e Rank negli anni Venti; e il terzo negli anni Trenta e Quaranta tra Anna Freud e Melanie Klein.

Se alla separazione da Adler e da Steckel, Freud aveva reagito esclusivamente con un senso di sollievo per essersi liberato da difficoltà e dispiaceri, con Jung invece fu molto diverso. Jung possedeva una conoscenza della psicoanalisi, una capacità ed un intuito molto più approfonditi ed illuminanti di quelli di Adler ed offriva al mondo ipotesi capaci di spiegare alcune delle rivoluzioni teoriche operate in ambito psicoanalitico.

Mentre a Vienna le idee di Freud rimanevano marginali, esse erano oggetto di vivo interesse e di analisi al Burgholzli, il celebre ospedale psichiatrico collegato con l'università di Zurigo, che dal 1898 divenne la più importante clinica universitaria del mondo, superiore perfino alla prestigiosa università di Monaco diretta da Kraepelin.

Nel dicembre 1908 si verificò un avvenimento destinato a far conoscere la personalità e l'opera di Freud ad un ambiente ben più vasto e lontano. Stanley Hall, direttore della Clark University , invitò Freud a tenere un corso di lezioni in occasione delle celebrazioni per il ventennale della fondazione dell'Università. Questo evento rappresentava una vera e propria svolta per l'evolversi delle vicende storiche e politiche della psicoanalisi. Nella sua Autobiografia, Freud così scrive: “In Europa mi ero sentito un proscritto, mentre in America i migliori mi accoglievano come un loro pari”. In quell'occasione “per la prima volta mi fu permesso di parlare pubblicamente della psicoanalisi”.

Se oltre oceano le idee di Freud vennero accolte piuttosto calorosamente e con interesse, in Europa, nella madrepatria, non gli fu concesso di godere di una simile stima, credibilità ed accettazione.

Negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale, infatti, Freud dovette affrontare una tempesta di opposizioni. A quei tempi, Freud e i suoi seguaci erano considerati non solo pervertiti sessuali ma addirittura psicopatici, ossessivi e paranoici ed erano avvertiti come pericolosi e minacciosi nei riguardi della comunità. Le teorie di Freud venivano interpretate come perversioni, come pornografia, atti a legittimare ogni allentamento inibitorio e a far ritorno ad uno stato di licenziosità e di barbarie primitive. Gli psicoanalisti venivano additati come meritevoli di prigione, di allontanamento e di esclusione. E così, in parte, avvenne: nei primi anni del secolo Freud e i suoi scritti erano tranquillamente ignorati. Verso la fine del 1910 Freud notò che “dalla Germania piovevano insulti” e, un paio di anni dopo, aggiunse: “ci vuole un bello stomaco”. Questo stato di cose si protrasse per vari anni fino allo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914. Nemmeno la guerra, tuttavia, vi pose interamente fine (Ciocca, 2014).

La società di Vienna aveva cessato di riunirsi allo scoppio della guerra, la professione privata era scarsa e le visite che riceveva Freud erano altrettanto rare. Gli anni che seguirono alla Prima guerra mondiale furono estremamente difficili. Il 1916 ed il 1917 furono anni meno produttivi per Freud, la carestia cominciava a rendere difficili le vacanze in Austria e la chiusura delle frontiere privarono il maestro delle visite ad Amburgo da parte della figlia Sofia. Nel 1918 le privazioni causate dalla guerra continuavano ad intensificarsi: l'inverno 1918-1919 e quello 1919-1920 furono i peggiori in assoluto, vista la totale mancanza di riscaldamento nelle case e la difficoltà relativa all'illuminazione.

In ogni caso, due anni dopo la guerra, Freud riprese la sua vita attiva, portò alla luce idee fertili, ricche e vivide, piani per diffondere in tutto il mondo la sua opera. Di questo periodo furono infatti alcune delle sue opere più celebri e significative, come “L'Io e l'Es” e “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”. Questa condizione di relativa serenità e produttività intellettuale non durerà a lungo. Iniziarono ben presto ad addensarsi delle nubi all'orizzonte: profonde delusioni nelle amicizie e tremende sofferenze fisiche metteranno dolorosamente alla prova lo stesso Freud.

D'altro canto, gli anni Venti del Novecento segnarono anche l'inizio della grande popolarità della psicoanalisi. Questa fu significativamente coinvolta nella modernità, quella modernità intimamente connessa con il rinnovato interesse per il concetto della vita personale, ma anche una nuova consapevolezza della soggettività. Ruolo di primo piano assunsero il coraggio e l'onestà di guardarsi dentro, di ascoltarsi, di interrogarsi; parole invece come “onore” , “gloria” erano diventate persino oscene dopo la Guerra.

La guerra, inoltre, portò la psicoanalisi su un nuovo terreno e, sul piano della clinica, stava per compiersi il passaggio dall'interpretazione dell'inconscio al disvelamento della resistenza. Le nevrosi traumatiche sollevarono, infatti, una serie di interrogativi riguardo alla teoria delle nevrosi precedentemente elaborata; esse infatti non potevano essere spiegate più agilmente in base al modello della rimozione: la coazione a ripetere portò, così, Freud sulle tracce della pulsione di morte.

Dopo la Prima guerra mondiale numerose donne diventarono psicoanaliste, modificando il carattere delle elaborazioni freudiane e il punto focale dell'attenzione psicoanalitica. Questo portò negli anni Trenta del Novecento a un importante slittamento del paradigma psicoanalitico: dal padre alla madre, dal complesso di evirazione alla separazione, dal tema dell'autorità al tema della dipendenza. Da quel momento la madre soppiantò il padre come figura dominante della prima infanzia, la madre passò ad occupare il centro della scena, intesa come fonte delle prime esperienze di gratificazione, come il primo e più intenso oggetto d'amore del bambino e come prototipo di tutte le successive relazioni amorose. Si tratta del più importante cambiamento di paradigma della storia della psicoanalisi.

Ben presto, il crescente antisemitismo ed il clima sempre più ostile e violento, portarono alcuni degli psicoanalisti ebrei ad abbandonare la Germania. La paura dominava tutto il mondo psicoanalitico, non solo quello di Berlino.

Benché le attività del movimento (congressi, scambi tra le varie società..) fossero proseguite per tutti gli anni Trenta, su ogni cosa incombeva l'ombra della Germania nazista. Nell'Unione Sovietica, la psicoanalisi, benché condannata da Stalin nel 1927, arrivò ad essere proibita dopo l'ascesa al potere dei nazisti nel 1933 e nel 1936 fu messa al bando e vietata. Anche la Spagna, dopo la vittoria di Franco, diventò ostile e molti analisti abbandonarono anche questa terra. Molti furono anche gli psicoanalisti che nei campi di concentramento trovarono la morte, come David Oppenheim.

Negli Stati Uniti, invece, i primi anni della Depressione parvero segnalare un calo dell'interesse per Freud. Sulla stampa comparvero ad esempio articoli intitolati “addio a Freud” e “il crepuscolo della psicoanalisi”. Secondo “Fortune”: “il sesso non fa più notizia. E il fatto che non faccia più notizia fa notizia”.

In realtà la psichiatria psicoanalitica era in pieno sviluppo. Se per la generazione del primo dopo guerra il problema dominante era stato quello della morte, la generazione della Seconda guerra mondiale pose al cuore della sua riflessione quello del male. Come in passato, la psicoanalisi svolse un ruolo centrale in tale riflessione collettiva. Si trattava però di una psicoanalisi molto diversa, sempre più imperniata sulla madre e l'attenzione al bambino preedipico occupò il posto centrale nell'elaborazione psicoanalitica. I termini Io, sessualità e individuo cedettero il posto a oggetto, madre e gruppo. Negli ambienti psicoanalitici britannici della metà degli anni Trenta, il lavoro della Klein suscitò un grande interesse e crescente attenzione. Ella aveva creato un nuovo linguaggio, adatto a esprimere i problemi della costruzione di un mondo di oggetti interni, capace di allacciare un legame di tipo relazionale ed interpersonale con le figure significative per il bambino. Un mondo interno, dunque, che è in grado di alimentare una vita personale intensa e complessa.

Il nuovo volto pubblico della psicoanalisi si concentrò quindi sull'infanzia, sui bambini orfani, sfollati, senza tetto. Fu anche il tempo di un nuovo entusiasmo per il lavoro di gruppo.

Se la psicoterapia applicata ai gruppi rivestì fin dall'inizio della storia della psicoanalisi un ruolo piuttosto marginale e mal giudicato rispetto a quella individuale, in questi anni, una nuova ventata di ottimismo si riversò su tale approccio. I gruppi divennero una realtà sempre più affermata e consolidata, in termini di ottimizzazione dei tempi e del numero di persone che potevano essere analizzate nello stesso momento. Laddove Freud aveva descritto i gruppi come masse insensate alla ricerca di un capo-padre, i neokleniani li consideravano la matrice naturale dell'individuo.

Conclusioni

Il 1923 fu uno degli anni critici nella vita di Freud. Oltre le tensioni con Rank, ci furono i primi segni della malattia, che lo portarono tra incredibili sofferenze ad affrontare alcune delicate e dolorose operazioni chirurgiche. Iniziarono, così, sedici anni di disagi, pene e sofferenze.

L'enorme protesi, una specie di dentiera ingrandita destinata a separare la bocca dalla cavità nasale era qualcosa di veramente terribile per Freud: venne, infatti, da lui chiamata “il mostro”. Dal momento che gli era diventato impossibile aprire completamente la bocca, il suo eloquio divenne molto difficoltoso e difettoso, anche i pasti si erano trasformati in un'impresa e, vista anche la sopraggiunta sordità dell'orecchio destro, fu costretto ad invertire l'iniziale posizione del lettino.

Nonostante le sofferenze, il dolore e le delusioni che accompagnarono Freud nel corso della vita, dalle inimicizie, dai dissidi, fino all'ostracismo nutrito in Europa verso le idee innovative, le scoperte rivoluzionarie da lui fatte germogliare negli anni, egli riuscì a mantenersi sempre saldo, tenace, nell'affrontare la pioggia di critiche e contrasti. Quello che poteva essere scambiato per arroganza e cinismo, altro non era, secondo Jones, ostinazione e fierezza verso le teorie e quelle idee acquisite così a caro prezzo.

Freud credeva fermamente che la preparazione ideale per esercitare la psicoanalisi trovasse fondamento in una formazione quanto più possibile ampia e che abbracciasse il campo storico, letterario, sociologico, umanistico e inoltre un'analisi personale. Freud così scrive (1910): “Non è sufficiente che il medico apprenda alcuni elementi della psicoanalisi; bisogna anche essere familiarizzati con la sua tecnica. Oggi questa tecnica non può essere ancora appresa dai libri e certo non la si può scoprire da sé senza grandi sacrifici di tempo, di fatica e di risultati. Come le altre tecniche mediche, la si impara presso coloro che già se ne sono resi padroni” (Freud, 1910).

Per molti, il freudismo giunse a rappresentare la nuova etica della vita personale inscritta nella modernità. La psicoanalisi diventò una professione prestigiosa e un puntello dell'organizzazione sociale, influenzando la psichiatria, la pubblicità, il cinema. Alla morte di Freud, nel 1939, la psicoanalisi, da stretto cerchio di colleghi raccoltosi attorno a lui a Vienna, si trasformò in un movimento internazionale, con importanti centri nelle città di Berlino, Budapest, in Inghilterra, negli Stati Uniti, a Vienna e a Zurigo.

La psicoanalisi contemporanea pone l'accento in misura maggiore su fattori quali la spontaneità, la flessibilità, la creatività del processo terapeutico. La cultura americana, rispetto a quella europea, tuttavia, tende a non attribuire grande rilevanza alle dimensioni più tragiche della vita, a mostrare una predilezione per il pragmatismo, la mancanza di ambiguità, la soluzione rapida e indolore.

Questa diversità di impostazione può essere utilmente ricondotta al differente passato vissuto dai due continenti: la controparte europea ha conosciuto la povertà, l'oppressione, generazioni di guerre che hanno poi portato ai due conflitti mondiali.

La psicoanalisi, nei suoi anni di gloria, è stata progressivamente connotata come una forza culturale conservatrice, con tendenza all'ortodossia, all'isolamento, all'arroganza e all'elitarismo. Così, nel tempo, la psicoanalisi passò ad essere considerata da molti un passatempo autoindulgente per chi poteva permetterselo. In realtà, grande impegno è stato mosso verso la critica sociale e l'interesse verso i problemi sociali e culturali. Gli analisti coinvolti in questo compito si proponevano come mediatori del cambiamento sociale e vedevano nella psicoanalisi una sfida alle regole politiche ed una missione sociale. Wilhelm Reich, Erich Fromm e Otto Fenichel sono noti infatti per il loro impegno nel socialismo e per i loro tentativi di creare una sintesi tra la psicoanalisi e i loro interessi politici.

Il giudizio definitivo sul proprio lavoro Freud lo dette nella sua Autobiografia:” Guardando indietro a quel mosaico di fatiche che è la mia vita posso dire di avere iniziato molte cose e di avere emesso molte ipotesi. In futuro ne uscirà qualcosa, sebbene io stesso non sappia dire se molto o poco. Posso comunque esprimere la speranza di avere aperto la strada a un importante progresso delle nostre conoscenze”.

II

I due atti fondatori della psicoanalisi

La cura del soggetto singolare e il lavoro psicoanalitico in una situazione plurisoggettiva. Il lavoro inconscio con i gruppi

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXIV, N. 1 (2012), fascicolo «Il processo di simbolizzazione».

Abstract

Il lavoro psicoanalitico in una dimensione plurisoggettiva caratterizza precipuamente la psicoterapia di gruppo. Tuttavia, esistono altri tipi di lavoro in ambito gruppale, in cui l'intento non è curativo e trasformativo, ma dove al centro riveste assolutamente un ruolo chiave l'individuazione della dinamica inconscia. Analizzeremo in breve questa tipologia di gruppi, prestando attenzione ai gruppi Mammut e ai gruppi residenziali e faremo emergere, nello specifico, il ruolo della psicoterapia di gruppo in quello che è il suo obiettivo principale. Quindi i fattori terapeutici di gruppo troveranno una chiave essenziale nel presente lavoro e verranno portati alla luce nella loro peculiarità.

Parole chiave psicoanalisi · gruppo · cura · dinamica · inconscio

La psicoanalisi di gruppo non è una psicoanalisi individuale fatta in gruppo: il gruppo è una realtà psicologicamente autonoma, ma in rapporto dinamico con i singoli individui. D’altra parte, se esiste un inconscio di gruppo diverso dall’inconscio di ogni paziente, è altrettanto vero che questo inconscio di gruppo appartiene ad una struttura psichica di gruppo autonoma dalla psiche individuale.

Nel gruppo si articola un sistema simbolico, costituito dalle regole che delimita l'Io del gruppo: esso è sempre oggetto di rappresentazioni fantasmatiche e di movimenti pulsionali che devono essere pertanto analizzati. Il riconoscimento e l'osservanza delle regole, oltre a rappresentare una garanzia simbolica, vanno a definire un aspetto regolatore del Super-Io, portatore di interdetti. Il lavoro con il dispositivo gruppale permette, inoltre, di contenere e trasformare i vissuti portati dai singoli individui, producendo crescita e cambiamento.

Il considerare il gruppo e l’individuo come punti diversi di un continuum permette, inoltre, il superamento di una presunta dicotomia ontologica tra individuo e gruppo, dal momento che l’individualità specificamente umana può essere intesa in termini relazionali, così che l’incontro tra più individui è anche un incontro tra più gruppalità. La psicoterapia di gruppo rappresenta un nuovo dispositivo nella cura dei pazienti, insieme ad esempio a quello della terapia con la famiglia, con la coppia ma anche con nuove patologie, come quella borderline o psicotica.

Se utilizziamo come assioma di riferimento che il gruppo è molto di più della somma delle singole parti, è pur vero che esso, in senso terapeutico, può essere osservato da una duplice prospettiva: da un lato possiamo analizzare e interpretare il gruppo come una totalità, una globalità, dall'altro possiamo considerarlo come un insieme di individui, che interagiscono tra di loro (Correale, Nicoletti, 2004). A partire da queste due prospettive entrano in gioco diversi fattori terapeutici specifici.

L'effetto terapeutico del gruppo come globalità agisce principalmente sulle caratteristiche di base del senso del sé dell'individuo e promuove un effetto ristrutturante sul fondo psichico individuale. Agisce dunque sul substrato psichico della persona, su ciò che va a definire la premessa della vita psichica, più che la vita psichica stessa. Si tratta della sensazione di essere interi, coesi, vitali, di possedere una certa continuità nel tempo e una progettualità futura. Lo spirito di gruppo (Correale, 2004) esercita in modo precipuo la suddetta funzione di rinforzo e rivitalizzazione del senso di Sé. Rimanda, inoltre, ad una terapeuticità del gruppo che non è legata all'attività specifica svolta nel gruppo, ma piuttosto ad alcune caratteristiche, presenti in esso in quanto tale: la coesione, la continuità, la stabilità e il clima emotivo. Ciò risulta fondamentale ed essenziale nei pazienti con una diagnosi ed un funzionamento più grave, in quanto funge da presenza emotiva interna nella vita del paziente. La ripetizione regolare e costante nel tempo dell'esperienza terapeutica permette al paziente di sentirsi così più coeso, più continuo e vitale. Il gruppo terapeutico, considerato nel suo aspetto di globalità e totalità, permette di sperimentare, inoltre, un senso di appartenenza verso il gruppo di cui si entra a far parte. Si tratta della sensazione di essere parte di qualcosa, un bisogno base dell'essere umano.

Il gruppo dunque conferisce coesione, continuità, stabilità, elementi fondamentali per i pazienti più gravi.

Se invece consideriamo il gruppo come rete di relazioni, si evidenziano altri specifici fattori terapeutici: la risonanza, il rispecchiamento, la moltiplicazione delle relazioni, la teatralizzazione. Con il termine risonanza si intende in linea generale un'esperienza di compartecipazione emotiva, nella quale vengono condivise emozioni simili. Si può esprimere in una serie di risposte immediate che si comunicano inconsapevolmente attraverso lo sguardo, la mimica, i gesti e segnalano la presenza di un'emozione complementare. I pazienti più gravi risultano molto sensibili a questo tipo di segnali comunicativi e sensoriali diretti. Si parla di risonanza anche rispetto alla socializzazione di un vissuto, che dà origine ad un'esperienza di autentica condivisione di sentimenti. La possibilità di rendere partecipabili i propri vissuti interni si verifica frequentemente nei gruppi terapeutici, contribuisce a rendere i vissuti e le emozioni ad essi connessi più tollerabili e, conseguentemente, meno dirompenti (Correale, Nicoletti, 2004). Ad un livello invece più fantasmatico, la risonanza si estrinseca nell'ambito di un'interazione di un individuo con l'altro, quando l'uno entra in risonanza con le immagini interne interiorizzate dell'altro.

Il gruppo permette di dare una risposta terapeutica su due fronti: da una parte facilita l'esteriorizzazione del proprio mondo interno, dall'altro consente la conferma o la disconferma dei vissuti interni, agevolandone una più consapevole presa di coscienza.

Il rispecchiamento, come fattore terapeutico, si colloca come un meccanismo di amplificazione all'interno del gruppo. La possibilità di essere rispecchiati dagli altri membri del gruppo permette ad ognuno di ricevere un'immagine di sé, di conoscere l'effetto che il proprio comportamento suscita negli altri, sentendosi così riconosciuti come individui in quanto tali, per il proprio modo di essere. Tutto questo è reso possibile da un lavoro che tenda a promuovere nel gruppo un clima di appartenenza e di socialità (Neri, 2014).

La moltiplicazione delle relazioni rappresenta un altro fattore terapeutico specifico del gruppo. Il gruppo offre, infatti, la possibilità di stabilire rapporti con più persone contemporaneamente, di ottenere una sorta di distribuzione affettiva fondamentale anche a livello della gestione del rapporto terapeutico con i pazienti più gravi. La teatralizzazione permette di vivere il gruppo come un luogo dove gli scambi tra le persone non avvengono solo su un piano comunicativo verbale, ma vengono anche messi in scena. Diventa allora fondamentale la presenza di avere un pubblico, che commenta e osserva in modo partecipe. I membri del gruppo possono essere nel contempo sia partecipanti che spettatori. Nel gruppo terapeutico i pazienti scoprono, inoltre, di condividere con altri membri del gruppo alcune loro difficoltà e paure: ciò permette di uscire dall'isolamento del proprio disagio psichico, di liberarsi dai sentimenti di vergogna e aprirsi alla speranza e alla condivisione. Il gruppo permette di meglio percepire la propria identità come poliedrica e di riconoscere la singolarità della propria personalità e delle modalità relazionali interiorizzate.

L'attenzione del terapeuta nel setting gruppale è volta, non solo alla sintonizzazione con lo stato emotivo del singolo, ma anche con il clima affettivo del gruppo e la comprensione dei fenomeni gruppali. Il terapeuta deve cogliere il tema di fondo, cioè la dinamica, che sta emergendo tra i membri del gruppo e al quale ciascuno, nella sequenza di interazioni e di scambi associativi, sta apportando qualche elemento in più. Nella terapia di gruppo si intrecciano dunque il livello individuale con quello collettivo dei fenomeni gruppali. Nei gruppi terapeutici psicoanaliticamente orientati l'attenzione è rivolta alle manifestazioni e agli effetti dell'inconscio di gruppo.

Alcuni fenomeni inconsci che emergono frequentemente nei gruppi sono il silenzio prolungato ed ostinato e l'acting out. Il silenzio ripetuto di alcuni partecipanti può essere interpretato come una risposta all'angoscia persecutoria davanti alla situazione gruppale, vissuta come madre cattiva, giudicatrice e fallica. Il gruppo infatti viene vissuto come un contenitore, cioè come un oggetto protettivo e accogliente, ma anche come persecutorio e terrificante. Ammon parla di una “carità primaria” in quanto il gruppo è copia della fusionalità della coppia madre-bambino. Il fantasma sottostante alla madre cattiva è quella del gruppo come bocca e come seno divoratore (Anzieu, 1895).

L'acting out è la messa in atto, l'agito, l'esternalizzazione di fenomeni psicologici attraverso l'azione. Secondo la Klein è sempre presente in questo fenomeno un aspetto di scissione, di separazione, che l'agito tende a mantenere difensivamente. Perciò l'acting out è sempre in rapporto ad una funzione difensiva. La sua frequenza nei gruppi è più alta che nella terapia individuale, dato l'accento che la terapia di gruppo pone sulla drammatizzazione, sull'azione e l'attività. È interessante come l'acting out possa essere utilmente utilizzato in senso terapeutico interpretandolo e considerandolo alla stregua di un qualsiasi altro materiale inconscio (Anzieu D, Bejarano A, Kaes R, Missenard, A, Pontalis, J.B., 1975).

Il lavoro psicoanalitico in una dimensione plurisoggettiva non si limita soltanto alla psicoterapia di gruppo, laddove l'intento è precipuamente curativo e trasformativo, ma si estende anche ad altri tipi di lavoro con i gruppi, in cui l'ascolto e l'individuazione della dinamica inconscia assume un ruolo centrale. Ne sono un esempio i gruppi alla Balint, i gruppi Mammut, i gruppi maratona, i gruppi dinamici e, infine, la modalità del seminario residenziale.

Il gruppo Mammut si pone come preciso intento quello di chiarire le relazioni che intercorrono tra gli allievi e tra questi ultimi e l'istituzione a cui appartengono. Il gruppo viene condotto dall'equipe direttiva dell'istituto, la quale svolge un lavoro di informazione ma anche di interpretazione psicoanalitica delle dinamiche e delle relazioni gruppali, oltre che di verifica dell'evoluzione dinamica degli allievi e dei terapeuti.

Sempre all'interno di un lavoro psicoanalitico in ambito gruppale, i seminari residenziali propongono un tipo di elaborazione che si estende su più versanti: sono volti infatti all'apprendimento emotivo e culturale, laddove l'approfondimento culturale viene affiancato dalla spiegazione della dinamica inconscia che lo sottende. Hanno una durata di due o tre giorni e, nello specifico, i terapeuti hanno il compito di dinamizzare la sessione, interpretando gli interventi ed il dibattito non sull'aspetto didattico e culturale, ma sul contenuto dinamico inconscio del vissuto emotivo del gruppo. Così, i terapeuti completano sul piano emotivo e dinamico ciò che gli allievi in training apprendono a livello culturale.

CONCLUSIONI

Il gruppo presenta peculiari caratteristiche che facilitano lo sviluppo di relazioni, la nascita di legami identificativi, la creazione di una cultura comune. Ogni evoluzione e crescita personale diviene un elemento utile e potenzialmente trasformativo per tutti. Nella psicoterapia di gruppo, la relazione è stabilita direttamente con l'alterità, cioè il gruppo. Lo spazio del gruppo dà ai partecipanti la possibilità di ricreare e rimettere in scena le relazioni parentali comprendendo meglio alcune caratteristiche del loro funzionamento rispetto alla psicoterapia individuale. Il gruppo terapeutico, oltre ad essere caratterizzato da fattori curativi specifici rispetto al lavoro che viene svolto, possiede già in se stesso elementi capaci di rivitalizzare il substrato psichico individuale, come la coesione, la continuità, la stabilità e il clima emotivo. La dinamica e l'apporto inconscio alla lettura del gruppo, inoltre, si individua non solo nei gruppi terapeutici ma anche nei gruppi Mammut o nei seminari residenziali, dove la sintonizzazione con il tema di fondo collettivo diventa fondamentale per arrivare ad un momento trasformativo ed accrescitivo.

III

Bion: da “Esperienze nei gruppi” (1948)

Analisi degli assunti di base, mentalità di gruppo, cultura di gruppo, gruppo di lavoro, gruppo di lavoro specializzato, gruppo fondato su un assunto di base

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXIV, N. 1 (2012), fascicolo «Il processo di simbolizzazione».

Abstract

W. Bion, psichiatra britannico e figura di spicco della ricerca psicoanalitica, è considerato uno dei più grandi esponenti della psicoterapia di gruppo. Il suo contributo alla comprensione del fenomeno gruppale ha origine dall'esperienza di Northfield, durante la Secondo Guerra Mondiale; è qui che inizia ad avanzare le prime ipotesi sul funzionamento gruppale come totalità, ricercando una specificità di gruppo. In questo articolo, verranno discussi i concetti teorici chiave della teoria bioniana: la mentalità di gruppo, la cultura di gruppo, gli assunti di base, il gruppo di lavoro e il gruppo fondato su un assunto di base. Particolarmente interessante la mentalità di gruppo, definita come un serbatoio in cui confluiscono gli apporti, costituiti di impulsi e desideri, dei vari membri. I contributi di ognuno andrebbero a conformarsi con la mentalità di gruppo, garantendo a quest'ultima un carattere uniforme. Ne emergerà una visione d'insieme illuminante e sfaccettata, che getta una luce nuova sulla vita e sul funzionamento del gruppo, oltre che sull'utilizzo del gruppo in senso terapeutico.

Parole chiave Bion · terapia di gruppo · assunti di base · gruppo di lavoro

Scrive Corrao: “Credo che Bion sia stato uno di quegli uomini rari, come Socrate e Freud, come Sant'Agostino e Einstein, capaci di accettare le dimensioni relativistiche dell'essere umano ed al tempo stesso di scoprirne processi conoscitivi assolutamente nuovi e con essi aprire orizzonti inaspettati di esperienza e di speranza” (Corrao, 1998).

Bion è stato uno psichiatra britannico e figura di spicco della ricerca psicoanalitica. Nato a Muttra, in India, si trasferisce in Inghilterra all’età di otto anni. Il padre è un ingegnere idraulico dell'Impero britannico, la madre di origine indiana. Trascorre l'infanzia tra i vasti paesaggi del Punjab, dove ama passeggiare sugli elefanti di proprietà della famiglia. Finita la scuola superiore, si arruola come allievo ufficiale nell’esercito e combatte nelle Fiandre durante la Prima Guerra Mondiale, ottenendo una decorazione al valore militare. Dopo la guerra, si laurea in Storia all’Università di Oxford, insegna per un breve periodo e, ben presto, intraprende gli studi di Medicina all’Università di Londra. Conseguito l’esame di stato, inizia ad interessarsi di Psicoterapia e frequenta la Tavistock Clinic (1932). Bion entra nel mondo psicoanalitico inglese nel 1937, iniziando un'analisi con John Rickman, allievo di Melanie Klein e membro della British Psychoanalitic Society. Il percorso di analisi dura un solo anno a causa della chiamata alle armi per entrambi. I due si rincontrano anni dopo, per lavorare insieme e gestire il reparto psichiatrico di un Ospedale Militare. Successivamente, torna a lavorare presso la Tavistock Clinic e nel 1945 inizia l’analisi con Melanie Klein, dalla quale acquisì alcuni concetti fondamentali che furono rielaborati in maniera del tutto originale. Infine, entrò a far parte della Società Psicoanalitica Britannica, della quale divenne in seguito presidente. Nel 1968 si trasferì a Los Angeles, dove visse per undici anni, durante i quali tenne numerosi seminari in vari posti del mondo, come il Sud America e l’Italia. Nel 1979 tornò in Inghilterra, ad Oxford, dove morì nello stesso anno.

L'esperimento di Northfield

Il contributo di Bion alla comprensione del funzionamento gruppale ha origine dall'esperienza di Northfield, nell'Aprile del 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui viene, infatti, incaricato di dirigere un reparto di riabilitazione nell'ospedale militare, con il preciso obiettivo di supportare ed occuparsi clinicamente di quei pazienti militari allontanati dall'esercito con la diagnosi di nevrosi di guerra. Fu allora che Bion istituì una forma di “terapia di gruppo”, che mirasse non solo a “curare” la nevrosi dei singoli, ma anche a creare uno spirito di gruppo. L'esperimento condotto al reparto di riabilitazione proseguirà negli anni successivi presso la Tavistock Clinic di Londra, dopo aver ricevuto dal Comitato tecnico della clinica l'incarico di allestire gruppi con finalità terapeutiche. Le idee elaborate durante questa prima fase del lavoro terapeutico di Bion sono raccolte nel volume “Esperienze nei gruppi”, composto di sette saggi pubblicati tra il 1948 e il 1951.

L'originalità di Bion risiede nel modo in cui egli approcciò al gruppo, il modo con cui iniziò ad utilizzarlo in senso terapeutico. Non estese i principi della psicoanalisi al gruppo, piuttosto si concentrò sull'analisi delle dinamiche che si sviluppavano all'interno del gruppo, fino a comprendere i processi inconsci che sottendevano le relazioni tra i vari membri del gruppo stesso. Dunque, il gruppo inizia ad essere osservato nel suo insieme, nella sua totalità e questo apre le porte alla ricerca di una individualità ed una specificità di gruppo. Diventa fondamentale, allora, lo studio e l'analisi delle tensioni e delle emozioni che circolano tra i partecipanti al gruppo psicoterapeutico. Nascono, da tali ricerche, i concetti chiave della teoria bioniana rispetto al funzionamento dei gruppi: mentalità di gruppo, cultura di gruppo, assunti di base, gruppo fondato su un assunto di base e gruppo di lavoro.

Mentalità di gruppo

“Cercherò di descrivere come si svolgono le cose. All'ora convenuta cominciano ad arrivare i membri del gruppo; le persone cominciano a parlare un po' tra loro, e quando se ne è riunito un certo numero, il silenzio cade sul gruppo. Dopo un po' ricomincia una conversazione sconnessa e poi si fa nuovamente silenzio. Diventa chiaro che, in qualche modo, sono al centro dell'attenzione del gruppo. Inoltre percepisco la spiacevole sensazione che tutti si aspettano che faccia qualcosa. A questo, punto confesso le mie ansie al gruppo, notando che, per quanto possa essere sbagliato iI mio stato d'animo, mi sento proprio così. Mi rendo immediatamente conto che la mia confessione non è stata ben accolta. In effetti, c'è quasi un'indignazione perché ho espresso questo stato d'animo senza dar mostra di apprezzare che il gruppo è autorizzato ad aspettarsi qualcosa da me. Non replico niente, ma mi limito a sottolineare che in verità il gruppo non può ottenere da me ciò che si sente autorizzato ad aspettarsi. Sono curioso di sapere quali sono le loro aspettative e che cosa le ha fatte sorgere” (Bion, 1961).

Grazie alla sua originale visione di ciò che succedeva all'interno del gruppo, Bion sviluppò un particolare punto di osservazione, in riferimento soprattutto agli aspetti emotivi che si muovevano attraverso un canale del tutto fuori dal controllo razionale. Emergeva ciò che Bion chiamò una mentalità di gruppo: il gruppo appariva, cioè, come dotato di una vera e propria vita mentale. Bion concepì tale mentalità come una sorta di serbatoio in cui confluivano gli apporti, gli impulsi e i desideri dei vari membri. La mentalità di gruppo presenta un carattere uniforme, perché i contributi stessi di ognuno si uniformano e conformano. Si forma, così, una mentalità di gruppo che non corrisponde agli obiettivi coscienti e razionali dei partecipanti, è una comune volontà che però contrasta nel raggiungimento degli scopi prefissati.

Gruppo di lavoro e gruppo in assunto di base

« In base alla mia terminologia, si potrebbe esprimere questo concetto dicendo che se il gruppo di lavoro fosse la sola componente della vita mentale del gruppo, allora non ci sarebbero difficoltà. Ma il punto da me evidenziato in tutti i capitoli è proprio che il gruppo di lavoro è costantemente disturbato dagli influssi provenienti da altri fenomeni mentali del gruppo » (Bion, 1961).

Bion definisce, così, “gruppo di lavoro” ogni gruppo di persone che si riunisce in vista di un lavoro da compiere con mezzi razionali, volto alla realizzazione di obiettivi condivisi, come la risoluzione di problemi. Il gruppo di lavoro opera dandosi un'organizzazione, l'individuo vi ha un suo posto e coopera volontariamente. « La cooperazione è volontaria e si basa su un certo grado di abilità intellettuale del singolo. La partecipazione a una attività dì questo tipo è possibile solo a persone con anni di esercizio e che si siano sviluppate intellettualmente per la loro disponibilità ad apprendere dalla esperienza ». « L'organizzazione e la struttura sono strumenti del gruppo di lavoro. Sono il prodotto della cooperazione tra i membri del gruppo e, una volta consolidate nel gruppo, hanno l'effetto di esigere uno sforzo di cooperazione ancora maggiore da parte dei singoli» (Bion, 1961).

I membri del gruppo riconoscono un compito, cercano di utilizzare nel suo conseguimento un metodo, sia pure embrionalmente, scientifico, accettano e sono in grado di «apprendere dall'esperienza». Il capo di un tale gruppo quando opera mantiene un contatto con la realtà (in contrapposizione ai poteri magici attribuiti al capo operante secondo un assunto di base). Quest'attività di risoluzione dei problemi, tuttavia, è in vario modo ostacolata da tendenze emotive, impulsi e desideri, che impediscono l'attuarsi del compito prefissato: il gruppo, per autoconservarsi, agisce in modo conforme agli assunti di base, che Bion descrive mediante i concetti di accoppiamento, dipendenza e attacco-fuga. Bion li individua come un'ipotesi necessaria, descrivendo una serie di sedute di gruppo in cui le persone del gruppo si comportano come se agissero tutte in base ad un accordo non esplicitato (Neri, 1975).

Questi comportamenti hanno la funzione dì far scartare al gruppo le sensazioni spiacevoli derivanti dal dover affrontare la realtà. L'atto del conoscere e lo sviluppo sono per Bion dolorosi. Gli assunti di base procurano, invece, un senso di sicurezza.

Assunti di base, valenza e sistema protomentale

Essi sono caratterizzati da emozioni molto potenti, intense e primitive, di gruppo, indipendenti dai singoli individui, tendenti ad evitare la frustrazione dell’apprendimento attraverso l’esperienza e l’esame di realtà. Caratteristica degli assunti di base è la fantasia che i problemi vengano risolti in modo magico.

In ogni gruppo vi sono, allora, due aspetti coesistenti: quello del gruppo di lavoro che porta il gruppo verso la razionalità e l’efficienza (funzioni dell’Io) e quello fondato sugli assunti di base, che implica una notevole regressione da parte dei membri, che ricercano gratificazione emotiva e sollievo dalle tensioni (Neri, 1975). Nei gruppi, dunque, si sperimentano due tipi di attività e di stati mentali: una cosciente e razionale e uno incosciente e pulsionale.

All'attività cosciente, si alterna costantemente una dinamica inconscia derivante dai contributi anonimi dei singoli membri che, inconsciamente, mettono in comune stati emotivi fortemente regressivi, in virtù dei quali i singoli perdono la loro individualità, ma sviluppano un forte senso di appartenenza al gruppo.

Gli assunti di base sono vere e proprie fantasie inconsce di tipo magico-onnipotente; esse rappresentano delle vere e proprie difese adottate dal gruppo nei confronti del trattamento terapeutico, con lo scopo di non far provare al gruppo la frustrazione legata all'apprendimento dall'esperienza, soggetta, per sua natura, a sforzo e dolore.

L'assunto di base dell'accoppiamento, viene intuito da Bion dopo aver notato un pattern di comportamento specifico che si ripeteva nel gruppo, nella fattispecie il comportamento di due persone che, coinvolte in una discussione, erano sostenute da altri partecipanti che rimanevano in silenzio. Nell'assunto di base dell'accoppiamento, centrale è la speranza che una coppia riesca a garantire la sopravvivenza del gruppo, un Messia che risolva tutti i problemi del gruppo. Nel gruppo di accoppiamento si respirerebbe, secondo Bion, un'aria di attesa continuamente alimentata, ma questa speranza non dovrà mai realizzarsi: la speranza, affinché continui ad esistere, esige che non esista un capo del gruppo, in quanto questo deve ancora nascere. La figura di un capo che salverà il gruppo dai propri sentimenti di odio e distruzione, può essere una persona ma anche un'idea, messianica appunto.

Un secondo assunto di base è definito di dipendenza. In questo assetto, il gruppo si appella ad un capo che lo nutra e lo protegga, un oggetto esterno con la funzione di dare sicurezza ad un organismo immaturo. “Ciò significa che è sempre attribuita ad una persona la capacità di soddisfare i bisogni del gruppo, mentre tutti gli altri sono in attesa di vederli soddisfatti” (Bion, 1961).

Il terzo assunto di base è definito di attacco-fuga: tutto il gruppo si comporta come se dovesse fuggire o attaccare qualcheduno o qualcosa; ancora una volta la salvezza viene ricercata nell'evitare il problema. Il capo di tale gruppo sarà colui che meglio saprà incarnare le spinte del gruppo verso l'azione, è colui considerato capace di guidare il gruppo nella fuga oppure di organizzarlo per la lotta contro il nemico o il pericolo comune.

L'oscillazione tra i due stati mentali, quello razionale e quello inconscio, dà origine alla cultura di gruppo, cioè alla struttura organizzativa vivente del gruppo, alla sua attività reale, al suo sistema relazionale interno.

Secondo Bion, gli assunti di base sono sempre presenti nella vita del gruppo e, in un dato istante, solamente un assunto di base può essere presente nel gruppo. Mentre un assunto di base domina il gruppo, gli altri rimangono latenti per dominare il gruppo in un altro momento.

Tra gli assunti di base non vi è alcun conflitto: può verificarsi infatti un passaggio o un'alternanza da uno stato emotivo all'altro. Il conflitto nasce invece tra il gruppo razionale e uno dei gruppi di base.

« Gli stati emotivi associati agli assunti dì base possono esser descritti con i termini correnti di ansia, paura, odio, amore e simili. Ma gli stati emotivi comuni a ciascun assunto di base sono impercettibilmente influenzati gli uni dagli altri, come se si trovassero in una combinazione particolare per l'assunto di base attivo. In pratica cioè l'ansia che compare nel gruppo di dipendenza ha una qualità diversa da quella che compare nel gruppo di accoppiamento, e così via per gli altri sentimenti... » (Bion, 1961).

Le emozioni, a seconda dell'assunto di base attivo, assumono, dunque, una coloritura specifica, come una stessa scena guardata attraverso lenti rosa, azzurre, blu.. (Neri, 1975).

Ad aggregare i membri del gruppo non è la libido, come postulato da Freud. Per Bion si tratta invece di una forza di natura diversa, di una disposizione a sentirsi parte del gruppo, di nome “valenza”. È un termine mutuato dalla fisica per indicare la capacità che esiste in ogni individuo, come in ogni atomo, di combinarsi in modo immediato, istantaneo e involontario con altri individui, per condividere un assunto di base ed agire in base ad esso. Quindi, dentro l'individuo convivono due disponibilità: una pronta a collaborare con gli altri su un piano di realtà e l'altra che tende a dare vita collettivamente a fantasie inconsce, regressive ed emotive, la valenza.

La valenza può essere alta oppure bassa, ma nessun individuo ne è privo. Essa funzionerebbe a livello molto primitivo su un piano definito da Bion come proto-mentale.

« Gli assunti di base inattivi rimangono confinati all'interno di un sistema protomentale; ciò significa che, se il gruppo razionale è permeato dagli stati emotivi associati all'adb di dipendenza, gli adb di attacco-fuga e accoppiamento non possono superare i limiti della fase protomentale. Solo lo stato protomentale del gruppo di dipendenza è stato libero di evolversi in uno stato differenziato, nel quale lo psichiatra è in grado di individuare la sua azione di adb. Ho proposto il concetto di sistema protomentale nel tentativo di spiegare la solidità con cui sembrano saldati tra loro gli stati emotivi di un adb e nello stesso tempo per disporre di un concetto che spieghi dove si trovano gli adb inoperanti, che senza dubbio vengono sentiti dal gruppo come potenzialmente attivi e debbono quindi essere localizzati « da qualche parte » (Bion, 1961).

Il sistema protomentale rappresenta un livello in cui le attività psichiche sarebbero indifferenziate da quelle fisiche: fisico e mentale si troverebbero ad uno stato indifferenziato. Esso viene descritto da Bion come “qualcosa in cui il fisico o lo psicologico o mentale si trovano in uno stato indifferenziato. È da questa matrice che nascono i fenomeni che in un primo momento appaiono come sentimenti distinti. È da questa matrice che hanno origine gli stati emotivi propri di un assunto di base che pervadono la vita mentale del gruppo. Sono questi livelli proto-mentali che costituiscono la matrice delle malattie di gruppo” (Bion, 1961).

A seconda dell'assunto di base attivo è distinguibile una precisa connotazione o qualità degli stati emotivi, che originano da un unico sistema protomentale. I fenomeni protomentali sarebbero una funzione del gruppo.

Più tardi, la concettualizzazione di sistema protomentale si avvicinerà a quella di elementi beta, cioè elementi grezzi della vita psichica, impressioni non trasformate, né elaborate, vissute come corpi estranei all'interno della mente. Essi devono essere sottoposti ad un processamento ad opera della funzione alfa, in modo da poter diventare elementi alfa, da usare nel pensiero e nel sogno. Analogamente, gli assunti di base, come espressione del sistema protomentale, sono fondamentali per la creazione di pensieri e, quindi, di processi di pensiero nel gruppo, grazie alla reverie del terapeuta. Diventano, dunque, l'impulso originario per la creazione dello stato mentale del gruppo di lavoro.

Le valenze sono i prerequisiti per l'attivazione degli assunti di base necessari per lo sviluppo degli stati emotivi alla base dei gruppi. Indipendentemente dall'assunto di base attivo, gli elementi della situazione emotiva sono strettamente collegati a fantasie di ansie primitive e che, ogni volta che l'ansia diventa troppo intensa, il gruppo è costretto a mobilitarsi verso la difesa. Si attivano dunque ansie psicotiche e meccanismi di difesa primitivi, tipici della posizione schizoparanoide. L'individuo coinvolto nelle dinamiche di gruppo sperimenterebbe una regressione tale da recuperare i meccanismi dei primi momenti della vita mentale messi in evidenza da Melanie Klein (1921, 1946).

Bion suggerisce che anche la società, come gruppo, manifesta gli stessi fenomeni di assunto di base. Nella loro evoluzione, i gruppi sociali hanno risolto questo problema delegando a determinati sottogruppi la funzione di contenerli e manipolarli.

Tra i gruppi di lavoro, Bion identifica i gruppi di lavoro specializzato, come la Chiesa e l'Esercito. Essi sono gruppi altamente specializzati e organizzati con il compito di controllare e contrastare, nel primo caso, l'attività del gruppo di dipendenza, nell'altro quella del gruppo in assunto attacco-fuga.

La Chiesa, da un lato, sarebbe sollecitata dall'assunto di dipendenza ma, allo stesso tempo, permetterebbe a tale assunto di essere costruttivamente incanalato. Così avviene nell'Esercito alle prese con l'assunto di base dominate dell'attacco-fuga. Ogni gruppo di lavoro specializzato deve ostacolare i fenomeni dell'assunto di base da cui è dominato, affinché non si crei una situazione di pericolo e vengano mantenute le attività di gruppo di lavoro. Bion, oltre la Chiesa e l'Esercito, considera come gruppo di lavoro specializzato anche l'Aristocrazia, dominata dall'assunto di base dell'accoppiamento.

Conclusioni

Le idee di Bion, pur allontanandosi molto dalla teoria psicoanalitica classica, si collocano come un ampliamento della teoria di Freud. Entrambi concordano sull'impossibilità di differenziare la psicologia dell'individuo da quella del gruppo. L'individuo è in ogni momento membro del gruppo. Bion sottolinea come l'individuo sia un “animale di gruppo”, di come, cioè, la sua vita possa risultare completa solo se inserita anche in un contesto gruppale.

Bion si contrappone anche all'idea di McDougall e riconosce la possibilità di un'attività intellettuale collettiva di alto livello, che comporti la partecipazione consapevole ed il controllo delle violente emozioni. Bion, diversamente da McDougall, considera il “gruppo di lavoro” non come qualcosa che si crea solo in determinate condizioni, ma come uno stato mentale sempre presente, anche se deve essere agevolato e sviluppato attraverso elementi come la disciplina e l'impegno. Per Bion, sia la mentalità di gruppo di lavoro, sia quella degli assunti di base, corrispondono a dotazioni etologiche dell'uomo in quanto animale sociale. Il merito di Bion è quello di aver individuato nel gruppo un prodotto di un'attività mentale, di un'elaborazione fantasmatica, frutto di una regressione inconscia e automatica.

L'uomo è un animale sociale e, nel confronto con gli altri, sperimenta, da una parte, una perdita di individualità, dall'altra può sperimentare un senso di appartenenza e soddisfare parte dei propri bisogni psicologici. La rete di relazioni che i membri stabiliscono all'interno del gruppo è spiccatamente egualitaria. Qualunque sia lo status sociale, il ruolo o il lavoro di una persona, questi vengono momentaneamente messi da parte, in favore del compito di conoscersi l'un l'altro, di conoscere se stessi in relazione all'altro, entrare in contatto con l'ignoto, lo sconosciuto. Il conflitto tra gruppo di lavoro e mentalità primitiva è, inoltre, essenziale per la crescita del gruppo: non vi è vera crescita se l'aspetto evoluto si distacca da quello primitivo.

Parte seconda

IV

L’ultimo Bion: da “Memorie del futuro”

Estratti, trama, personaggi e significati. Da “Trasformazioni”, l’esperienza di O. Caratteristiche del pensiero di gruppo: illustrazioni cliniche

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXIV, N. 1 (2012), fascicolo «Il processo di simbolizzazione».

Abstract

In questo articolo verrà presentato un approfondimento sulle caratteristiche del pensiero di gruppo, in particolare emergerà come il pensiero di gruppo si manifesti come una preziosa e, al contempo, irripetibile, esperienza del pensare insieme. Un ruolo fondamentale viene svolto dalle catene associative, che si sviluppano nel corso della seduta di gruppo, ma diviene altrettanto centrale la posizione mentale che il terapeuta assume nei confronti dello scambio associativo. Una luce verrà posata anche sulla funzione terapeutica dello stesso pensiero di gruppo, con particolare riferimento al linguaggio bioniano. Verranno, altresì, portati all'attenzione elementi dell'opera di Bion che ne arricchiscono il quadro umano e professionale: parliamo dell'”ultimo Bion”, un Bion inedito, spesso non compreso, non accettato, condannato dal mondo psicoanalitico. Un Bion che ha proposto un'opera, una trilogia coraggiosa, come resoconto romanzato della psicoanalisi e del suo modello di funzionamento psichico.

Parole chiave Bion · ultimo Bion · pensiero di gruppo · catene associative

Nella situazione analitica, il pensiero di gruppo può essere equiparato all'esperienza del pensare insieme. La mente di gruppo funziona, infatti, anche a livelli elevati di complessità e differenziazione: a livello superiore, si può parlare allora di relazione tra molti e uno, tra mente degli individui e mente del gruppo (Neri, 2017). A questo livello di organizzazione, non vi è automaticità, obbligatorietà, come invece avviene a livelli inferiori, tipici ad esempio di un gruppo in assunto di base. In uno stato di mente gruppale che opera ad un livello superiore, l'individuo non perde la capacità di esercitare il proprio pensiero, la singola individualità non si spoglia della sua interezza e delle sue peculiarità. Rendersi disponibile ad elaborare ed accogliere pensieri altrui tuttavia è un'operazione difficoltosa, impegnativa, che richiede lo sforzo e la capacità di fare spazio dentro di sé, di aprire un varco di sospensione che non sia sopraffatto dall'angoscia, dal senso di vuoto o dalla sensazione di sentirsi invasi, fagocitati o distrutti. È necessario, inoltre, che si stabilisca una certa sintonia e sintonizzazione tra il pensiero dell'individuo e quello del gruppo. Questo processo risulta simile a quello di attunement, concetto proposto efficacemente da Daniel Stern (1985) a proposito della comunicazione transmodale nella diade madre-bambino. L'autore lo definisce come un processo che porta allo stabilirsi della sintonia tra il neonato e la madre e, conseguentemente, un fondamentale scambio della comunicazione. Si verifica un rispetto ed una corrispondenza di intensità, tempo e ritmo analoghi, che conduce ad una vera e propria forma di dialogo tra i due. L'attunement, in modo analogo a ciò che si verifica nel gruppo, pur preservando le caratteristiche individuali, promuove un funzionamento d'insieme (Neri, 2017).

Il pensiero di gruppo si sviluppa attraverso la costruzione, da parte dei membri, di catene associative reticolari, che non hanno un andamento lineare. Il terapeuta deve essere disposto a seguire gli interventi dei membri del gruppo attraverso un percorso a salti, tornando a volte indietro, talvolta verso precedenti ramificazioni che producono nuovi sviluppi di senso. Nel setting di gruppo si stabiliscono continuamente catene associative: il discorso si può sviluppare “a ruota libera” che conduce ad un ricco articolarsi di immagini, pensieri ed emozioni. La catena associativa non assomiglia ad un filo lineare che si dipana, ma piuttosto ad una traiettoria che salta a zig zag da un intervento ad un altro, con salti ed accostamenti significativi. Alcune di queste ramificazioni possono rimanere anche silenti per qualche seduta, ma ciò non vuol dire che cadano nel vuoto: anzi, rimangono in attesa, attive sullo sfondo, per poi essere riattivate e rieccitate in un momento successivo della terapia. Anche alcune ramificazioni assenti, perché da esse non si genera alcuna associazione, né direttamente né indirettamente, sono di fondamentale importanza. Il terapeuta deve essere in grado di rimanere sintonizzato e in risonanza anche sulla loro assenza, per arrivare ad una comprensione maggiore di ciò che sta avvenendo nel gruppo (Green, 2000).

Di fondamentale importanza si evidenzia, nell'ambito dell'analisi psicoanalitica con il piccolo gruppo, un particolare tipo di comunicazione, che Neri chiama “disposizione a stella”. In questa modalità associativa, l'attenzione dei partecipanti è rivolta verso un oggetto comune, si avanzano differenti punti di vista sullo stesso tema. Emerge allora un significato presente, tuttavia implicito, inconscio. Il terapeuta, in questo caso, si sintonizzerà sul tema centrale, sul nucleo latente a cui ogni intervento contribuisce e si ricollega, apportando qualche elemento di significato in più. Quando l'analista coglie il nucleo centrale, focale, noterà che i singoli dati e associazioni sono in relazione con esso. È impossibile conoscere direttamente questo nucleo privo di forma, tuttavia esso può evolvere e trasformarsi. Tale nucleo corrisponde ad una fantasia o ad una galassia di fantasie dotate di forza ma ancora non ben definite. È a questo punto che possiamo collegarci a Bion (1961), a proposito dell'”evoluzione in O”, cioè l'evoluzione di ciò che è ignoto. Seguendo il punto focale, il terapeuta promuoverà il suo prendere forma nel gruppo. Il movimento tecnico dell'analista, in questo caso, non sarà strettamente consistente nel fornire un'interpretazione, ma nel mettersi all'unisono con “O”, favorendo anche nei partecipanti la loro disposizione a mettersi all'unisono con questo nucleo in evoluzione. Al contrario, le catene associative rappresentate da fantasie presenti in seduta, vicine al livello preconscio, sono connesse con il discorso manifesto ed il terapeuta formula delle interpretazioni su di esse. Questo processo è ciò che Bion chiama “trasformazione in K” ed indica, appunto, l'elaborazione attraverso un processo conoscitivo (K come Knowledge, conoscenza). Il tema manifesto iniziale potrebbe essere ad esempio il racconto di una gravidanza; le fantasie preconsce potrebbero essere relative ai sentimenti del gruppo e di ognuno dei suoi membri; il nucleo profondo invece può essere costituito dal tema della creatività/distruttività, vita/morte. Questi due piani spesso si intersecano (Neri, 2017).

Potremmo utilizzare un concetto chiave di Walter Benjamin (1933) per analizzare la natura del rapporto che intercorre tra il primo livello delle associazioni, quello tra gli elementi del discorso, e il secondo livello, ovvero quella costellazione emotivo-fantasmatica attiva nel gruppo. Si tratta del concetto di mimési o capacità mimetica, termine filosofico mutuato da Platone e Aristotele. Il termine mimési deriva dal greco mimesis, che ha un duplice significato: imitazione, riproduzione, ma anche rappresentazione teatrale. Nella filosofia di Platone il termine mimesi indica la relazione che intercorre tra le idee e le cose sensibili: le idee, come prototipi, si manifestano nel mondo attraverso un processo di mimesi. Ciò porta con sé l'idea di copia, di ripetizione passiva e scadente rispetto all'originale. Per Aristotele, invece, tale processo assume una connotazione positiva, in quanto apportatore di conoscenza e trasformazione. La mimesi artistica, infatti, come nella tragedia, non riproduce passivamente, ma ricrea gli eventi secondo una connotazione nuova, quella del possibile e del verosimile. Allora per Benjamin, il rapporto stabilito dalla mimesi è un rapporto attivo; non è semplicemente imitazione, ma contemporaneamente, anche un rappresentare qualcosa, attivarlo, renderlo emozionalmente e sensorialmente presente. Traslando questo concetto al piccolo gruppo con finalità analitica, possiamo osservare come la mimesi non rispecchi un contenuto del gruppo, ma il vissuto profondo di uno dei partecipanti (Neri, 2021).

Il gruppo, nella sua attività di pensiero e parola opera un rapporto di mimési con il non detto, con una costellazione ancora in via di evoluzione e, nel tempo, plasma, seleziona qualcosa. Nel gruppo, l'analista coglie tramite un'intuizione empatica, non tanto l'atmosfera della seduta, ma la costellazione che si nasconde al di là di essa. Così egli facilita l'attuarsi dei processi di mimesi nel gruppo.

Potremmo, di nuovo, utilizzare i concetti bioniani di trasformazione in K e evoluzione in O per chiarire ulteriormente il concetto di mimesi. La trasformazione in K indica il conoscere qualcosa, con la trasformazione in O ci si riferisce invece al divenire qualche cosa. Nel gruppo opera una costellazione emotiva su cui opera la mimesi; allo stesso tempo, l'attività del parlare può svolgere una funzione di mimesi, stimolando la costellazione ad evolversi.

Scrive a tal proposito Correale: “il gruppo a finalità analitica talora è pervaso da un'emozione che non trova adeguato riscontro nelle possibilità espressive del gruppo stesso, poi grazie al fatto di essere in contatto con un nucleo evolutivo e alla costruzione di un sistema di trasformazione, l'emozione prima non rappresentabile, acquista lentamente consistenza e trasmissibilità” (Correale, 1991).

Per Bion, il passaggio da K a O (dal conoscere a diventare O) è fondamentale per la crescita della mente e per la funzione dell'analisi stessa. In psicoanalisi, la realtà ultima e inconoscibile è O, che Meltzer (1978) fa coincidere con la realtà e con la verità: ogni conoscenza deve dunque tendere verso O. Compito dell'analista diventa allora aiutare il paziente a trasformare l'esperienza emotiva, di cui egli è inconsapevole, in un'esperienza di consapevolezza (Bion, 1965).

Esiste una fondamentale differenza tuttavia tra il “conoscere O” e “essere O”. Quest'ultimo indica un particolare stato psichico in cui analista e paziente diventano una stessa realtà psichica, cioè entrano all'unisono. La differenza tra conoscere O e diventare O è equiparabile, secondo Bion, alla differenza che esiste tra una persona che conosce la psicoanalisi e una persona analizzata.

Le trasformazioni in O, inoltre, attivano profonde angosce dovute alle potenzialità di cambiamento che portano con sé. Si attivano dunque difese e resistenze. Questa evoluzione è avvertita infatti come se avvenisse un cambiamento catastrofico, che può segnare l'inizio di una nuova trasformazione e maturità oppure segnalare l'inizio di un collasso, una rovina psicologica.

Diventare O significa cercare di vivere le esperienze per quello che sono, accogliendo le emozioni, tollerandole, elaborandole, dando loro un significato e collocandole nella nostra storia: significa riconoscere la propria esperienza e, in definitiva, per il paziente, diventare ciò che egli è. Essere all'unisono vuol dire aver creato una dimensione emotiva di relazione che consente di affrontare le difese attivate dai sentimenti di angoscia o dal sentimento di catastrofe generato e di elaborarli aprendo un'evoluzione in O.

“Traformazioni” (1965) e “Attenzione ed interpretazione” (1970) sono due opere collocabili nell'ultima fase del pensiero e delle riflessioni bioniane. Sono volumi che rientrano in quello che viene denominato “late Bion”, o “ultimo Bion”. Il termine late è esemplificativo delle sfaccettature e dei riverberi a cui tale appellativo conduce. Può essere tradotto infatti non solo nel senso di ultimo periodo di produzione scientifica, ma anche nei significati di “defunto, morto”. L'ultimo Bion, di fatto, non è stato compreso, è stato oggetto di serie obiezioni, accusato di demenza senile, di atteggiarsi a maestro Zen, di aver avuto una conversione mistica...

Di questo periodo è anche la trilogia “Memoria del futuro” (Il sogno, 1975; Presentare il passato, 1977; L'alba dell'oblio, 1979).

Quest'opera rappresenta in senso assoluto l'opera più avversata, contrastata e mal giudicata dal panorama psicoanalitico internazionale, che ha portato a rilegare in senso dispregiativo le ultime riflessioni e intenzioni bioniane in ambito teorico. Si è verificata un'incomprensione profonda di fronte ad un cambiamento radicale del pensiero e del linguaggio di Bion. Vengono ritenuti scritti male, incomprensibili e bizzarri.

La trilogia presenta e illumina tutta l'opera precedente di Bion, per mezzo di dialoghi tra personaggi immaginari. Compaiono infatti poeti, matematici, filosofi. L'obiettivo dei volumi è quello di cogliere in modo vivido i principi della realtà psichica. L'opera viene definita infatti come un resoconto romanzato della psicoanalisi ed è un vortice di paradossi, opposti e antitesi.

La trilogia ha una forma dialogica, simil-teatrale. Ricalca forse la forma più pura del metodo psicoanalitico?

I dialoghi sono basati su libere associazioni, simili a dei sogni, con i quali si entra in contatto con il lettore. Allo stesso tempo Bion mette in campo le modalità del pensiero primario, attraverso l’uso di catene associative di varia natura, giochi di parole ecc., e cerca la collaborazione del lettore, il quale dovrebbe abbassare un po’ le proprie difese e permettere al testo di “evocare” in lui le proprie esperienze. Al lettore viene offerta l'occasione per entrare in dialogo con il testo, con l'autore ma anche con se stesso. Ciò che Bion aveva concettualizzato in “Esperienze dei gruppi”, trova ora modo di essere canalizzato attraverso l'emozione, il vissuto personale. Come la maggior parte degli scritti bioniani, questo non è un libro nel senso classico del termine. Questo, più che un libro, è un suscita-pensieri. Non è stato scritto, come la quasi totalità dei saggi (psicoanalitici e non), per trasmettere idee dall'autore al lettore, anche se contiene svariate riflessioni, a volte geniali e illuminanti, bensì, forse, per suscitare la possibilità che nuove idee germinino nella mente di chi legge.

Da un punto di vista del contenuto, possiamo ipotizzare che Bion si identifichi con tutti i personaggi del libro: essi sono oggetti parziali dell'autore. Nel corso dei tre volumi, i personaggi rispecchiano un Bion che matura, che cerca di apprendere dall'esperienza. Il primo volume è ricco di riferimenti alla psicoanalisi post kleniana; il sogno e gli incubi del primo volume sono sostituiti nel secondo da allucinazioni, persecuzione, oscillazioni improvvise da PS a D e viceversa, paradossi, amore e odio ingiustificati, perdita di significati. Si giunge al terzo volume approdando ad una modalità finalmente più integrata ed integrativa, dove possono essere elaborati molti temi introdotti nei due libri precedenti. Si può scoprire che amore e odio sono due facce della stessa medaglia, si possono tollerare i dubbi, portando ad una diminuzione della paranoia.

Conclusioni

Una delle più importanti funzioni terapeutiche del pensiero di gruppo risulta essere la capacità di metabolizzare l'angoscia e l'ansia che il soggetto non è in grado di elaborare: esso disintossica la mente dell'individuo. Il gruppo svolge una funzione analoga a quella della funzione alfa dell'individuo, che Corrao (1981) definisce funzione gamma. La funzione gamma rappresenta la capacità del pensiero di gruppo di metabolizzare tensioni, emozioni, sensazioni presenti all'interno del campo. Essa è intesa come una variabile incognita, che si può definire l’analogo simmetrico di ciò che rappresenta la funzione α nella struttura personale‘ (Corrao,1981).

Pertanto, la funzione gamma nel gruppo analitico tende verso il pensiero, la ricostruzione di senso, la verbalizzazione condivisa, che è il cuore del lavoro del gruppo terapeutico. La funzione gamma eseguirà, quindi, analoghe operazioni trasformative sugli elementi sensoriali ed emotivi del gruppo, generando in tal modo elementi gamma disponibili per la formazione di pensieri gruppali onirici, miti ecc. (Corrao,1981).

Scrive Bion:“La disciplina che io propongo all'analista, cioè la disciplina consistente nell'evitare la memoria e il desiderio, aumenta la sua capacità di esercitare atti di fede” (Bion, 1970).

Un ulteriore elemento che l'analista deve permettere di far circolare, nel gruppo ma anche nell'analisi individuale, si riferisce ad una certa “capacità di esercitare atti di fede”.

L'atto di fede permette di tollerare il dolore dell'incoerenza; trasforma il luogo della non vita in luogo di assenza di significato, che diventa alla fine luogo di attesa di vita. L'opacizzazione della memoria e del desiderio significa per l'analista tralasciare il recupero delle esperienze e partecipare allo stato di allucinosi del paziente.

Se nella fase kleniana, Bion era rimasto imbrigliato nelle trame contorte dell'intellettualizzazione, con le opere dell'ultimo periodo ne esce e se ne libera definitivamente. Bion bombarda il lettore con libere associazioni multiformi: questa scrittura rimanda all'opportunità per il soggetto di esercitare la propria funzione alfa. Dunque il lettore può utilizzare questi elementi per sognare e pensare. Nonostante l'ultimo Bion sia stato avversato e contrastato, facendo sì che la trilogia “Memoria del futuro” cadesse parzialmente nell'oblio del riconoscimento storico e teorico, il suo apporto innovativo rimane di straordinaria importanza. Secondo questa logica, l'essenza del lavoro psicoanalitico consiste nel cogliere intuitivamente la verità del paziente e nel trasformarsi in lui e con lui.

Bibliografia

  • Ancona, L. (2012). Bion e il mistico. In Funzione gamma
  • Benjamin, W. (1933). Sulla funzione mimetica. Einaudi: Torino
  • Bion, W.R. (1962). Apprendere dall'esperienza. Armando: Roma
  • Bion W.R (1965). Traformazioni. Il passaggio dall'apprendimento alla crescita. Armando: Roma
  • Bion W. R (1970). Attenzione e interpretazione. Armando: Roma
  • Bion W.R (1974). Il cambiamento catastrofico. Loescher: Torino
  • Bion, W.R (1979). Memoria del futuro. L'alba dell'oblio. Raffaello Cortina: Milano, 2006
  • Bion, W.R (1977). Memoria del futuro. Presentare il passato. Raffaello Cortina: Milano, 1998
  • Bion, W.R (1975). Memoria del futuro. Il sogno. Raffaello Cortina: Milano, 1993
  • Ciocca, A (2019). L'ultimo Bion. In Funzione gamma
  • Corrao, F. (1981). Struttura poliadica e funzione gamma. In Orme, vol. II. Milano: Raffaello
  • Cortina, 1998.
  • Corrao, F. (1985). Funzione analitica del piccolo gruppo. In Orme, vol. II. Milano: Raffaello
  • Cortina, 1998.
  • Correale, A (1991). Il campo istituzionale. Borla: Roma
  • Green, A (2000). The central phobic position: a new formulation of the free association method”. In International Journal of Psychoanalysis, LXXX, 3, 429, P 451
  • Meltzer, D. (1978). Lo sviluppo kleniano. Significato clinico dell'opera di Bion. Borla: Roma
  • Neri C. (2017). Gruppo. Raffaello Cortina, Milano
  • Neri C. (2021). Il gruppo come cura. Raffaello Cortina, Milano

V

Anzieu: da “Il gruppo e l’inconscio”

I tre organizzatori di gruppo, il fantasma individuale, le imago, i fantasmi originari, l'Io pelle gruppale, il narcisismo gruppale, l'illusione gruppale ed il sadismo orale

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXV, N. 1 (2013), fascicolo «La crisi contemporanea e l’inconscio sociale di Erich Fromm».

Abstract

Didier Anzieu, psicoanalista francese di fama internazionale, si interessa alla psicoterapia di gruppo a partire dagli anni Sessanta. Del 1975 è l'opera “Il gruppo e l'inconscio”, del 1985 un'altra pietra miliare in ambito psicoanalitico, “L'io pelle”. Le ricerche e gli studi rigorosi conducono Anzieu ad ipotizzare l'esistenza di immagini a forte contenuto psicodinamico che vengono attivate dalle relazioni di gruppo, come il gruppo-seno, il gruppo-bocca, il gruppo persecutore-seduttore (1975). In questo lavoro, affronteremo la differenza tra fantasma inconscio ed imago, il concetto di risonanza fantasmatica, il concetto di illusione gruppale, del gruppo come sogno ed altri snodi teorici fondamentali per afferrare la portata straordinaria del pensiero di Anzieu. In particolare, verrà data rilevanza a come il tema dell'Io pelle possa essere declinato sulla situazione gruppale e la sua terapia.

Parole chiave gruppo-seno · gruppo-bocca · fantasma inconscio · risonanza fantasmatica · Io pelle gruppale

Didier Anzieu (1923-1999) rappresenta una figura di spicco nel panorama psicoanalitico mondiale. Psicoanalista di fama internazionale e pensatore originale, le sue opere sono state tradotte in tutto il mondo. È interessante notare la diversità dei campi da lui esplorati, oggetto del suo interesse. Anzieu è, infatti, autore conosciuto nel campo gruppo-analitico, nello psicodramma, nell'ambito della diagnosi con i test proiettivi. La sua passione, inoltre, si concentra particolarmente sui movimenti della realtà interna e della realtà esterna, sulle diverse articolazioni che le uniscono e le separano allo stesso tempo (Anzieu, 2009).

Anzieu esordisce con una brillante carriera universitaria e, parallelamente, nel 1949, inizia la sua formazione psicoanalitica, unendo un'analisi didattica con Jacques Lacan. Il rapporto tra i due diventa ben presto burrascoso a livello personale e professionale, tanto che Anzieu uscirà dalla sfera lacaniana, fino a schierarsi tra le file degli “ortodossi” a seguito della scissione della Société psychoanalytique française. A questo punto, Anzieu si assocerà a Laganche, Laplanche e Pontalis, costruendo, insieme a loro, quello che sarebbe divenuto il nucleo dell'Association psychoanalytique de France. Anzieu fa parte dei cosiddetti neofreudiani e, con le concettualizzazioni da lui elaborate, si discosta e prende le distanze da una certa psicologia dell'Io, incarnata nella figura di Anna Freud e dall'impianto delle relazioni oggettuali di Melanie Klein. Il costrutto teorico dell'Io pelle, infatti, va oltre e si posiziona al di là di tutte le concezioni psicoanalitiche classiche. L'Io pelle (Moi-peau, 1985) si colloca tra le opere che hanno rifiutato l'idea del corpo ostacolo. Il corpo ostacolo nasce in seno ad una psicoanalisi classica che considera il corpo in terapia come un ostacolo, un impedimento alla relazione stessa. Anzieu, in modo del tutto originale ed innovativo, propone l'idea di un corpo invece come veicolo della relazione, liberato da qualsivoglia elemento negativo o distruttivo. L'Io pelle è da intendersi, dunque, come espressione fantasmatica, operante sia a livello individuale sia collettivo, di una continuità tra le funzioni biologico-contenitive della pelle e quelle psicologico-coordinative dell'Io. A partire dal 1968, Anzieu sviluppa anche una riflessione sulle tecniche psicoterapiche di gruppo, che lo condurranno poi ad ipotizzare l'esistenza di immagini a forte contenuto psicodinamico (gruppo-seno, gruppo-bocca, gruppo persecutore-seduttore) attivate, appunto, dalle relazioni di gruppo.

“Il gruppo è un luogo di fomentazione delle immagini. Dal momento in cui degli esseri umani sono riuniti, certi sentimenti li attraversano, li agitano; dei desideri, delle paure, delle angosce li eccitano o li paralizzano; un’emozione comune talvolta si impadronisce di loro e dà a loro un’espressione di unità, talvolta molte emozioni si combattono e lacerano il gruppo, talvolta alcuni membri si chiudono e si difendono contro l’emozione comune che sentono come minacciante, mentre altri si abbandonano con rassegnazione, con gioia, con frenesia; talvolta ancora tutti si ripiegano davanti all'emozione che li invade e il gruppo diventa cupo, apatico, verboso [...]” (Anzieu, 1975)

Dunque, tra il gruppo e la realtà, tra il gruppo e se stesso vi è qualcosa di più che dei rapporti tra forze reali; vi è una relazione immaginaria.

Le relazioni all'interno di un gruppo attivano, suscitano nei partecipanti immagini specifiche rispetto al gruppo stesso: il gruppo è una bocca, il gruppo è anche una bocca-seno (il bambino, mentre poppa, guarda la madre). Il gruppo sarebbe, per essenza, femminile e materno. La disposizione dei partecipanti è peraltro a forma di cerchio, ovale e rimanda, appunto, simbolicamente, ad alcune caratteristiche tipiche del femminile. Ricordiamo la differenza con la collocazione dei membri del gruppo classe nelle scuole, in cui domina la modalità a file, perché l'obiettivo implicito è quello di interrompere la prevalenza dell'immagine femminile e d'imporre quella dell'imago paterna.

La situazione di gruppo provoca una regressione al sadismo orale, correlata ad un'angoscia di perdita dell'identità personale e una ricerca compensatoria di fusione con l'imago della buona madre. Questa fase dello sviluppo è dominata dalla scissione: il bambino, mentre sperimenta la suzione, si immagina anche la lacerazione e la morsicatura. Il gruppo rimanda, dunque, tale fantasma infantile, cioè l'immagine di un corpo a brandelli. La situazione gruppale risveglia, dunque, una delle rappresentazioni gruppali inconsce tra le più paralizzanti e terrificanti, quella dell'Idra. L'Idra è un mostro dalle molte teste e bocche succhianti e divoranti. Il gruppo viene quindi vissuto come un corpo unico dotato di una decina di braccia, ognuna delle quali porta una testa ed una bocca funzionanti in modo indipendente, in cerca di una preda. Siccome le bocche sono sempre pronte a divorarsi a vicenda, l'Idra rappresenta l'imago della madre cattiva (Anzieu, 1975).

Possiamo dunque affermare, con Anzieu, che nei partecipanti, inconsciamente, funziona un modello orale di gruppo. La pulsione sadico-orale si può rilevare e rivelare nel silenzio. Quando un soggetto è colpito da una di queste rappresentazioni inconsce, è preso da una paura, altrettanto inconscia, di essere mangiato dagli altri nel caso inizi a parlare, cioè se proietta sugli altri la pulsione repressa a distruggere l'oggetto d'amore, inghiottendolo. La domanda sembra un po' questa: “ Se apro la bocca, avranno il sospetto che io li voglia divorare?”

Il gruppo-seno ed il gruppo-bocca sono due esempi di fantasmi globali del gruppo.

Le proiezioni del proprio mondo interno sugli oggetti reali esterni vengono chiamati fantasmi.

Nei gruppi, si forma una vera e propria risonanza fantasmatica tra i membri, in quanto ogni persona si mette in relazione con le altre condividendo i propri fantasmi personali.

In ogni gruppo vi è sempre un processo fantasmatico inconscio. Il fantasma inconscio è la realtà psichica individuale per eccellenza, il fantasma è ciò che opera l'individualizzazione: il bambino infatti diventa un soggetto nel momento in cui il fantasma acquista in lui un'organizzazione definitiva. I gruppi di psicoterapia nei quali l'individuo si sente particolarmente messo in discussione mobilitano i suoi fantasmi individuali. Questi a sua volta entrano in risonanza con quelli degli altri partecipanti, possono entrare in lotta tra loro, oppure possono entrare nel gioco di proiezioni l'uno dell'altro. Ogni incontro vissuto come autentico o intenso tra due o più persone è un incontro che ha risvegliato o mobilitato, attivato i loro fantasmi personali inconsci.

Il fantasma ha un'organizzazione gruppale interna, perché è una scena immaginaria che si svolge tra più persone, in cui il soggetto è spettatore e non attore. Nella sua condotta, nei suoi sintomi, nei suoi sogni notturni, il soggetto cerca sempre di svolgere un ruolo in questa scena: le identificazioni e le proiezioni gli consentono di drammatizzare e portare alla luce i rapporti ed i conflitti ad esso legati. Quando più persone si incontrano, ognuno tende a proiettare il suo oggetto fantasmatico inconscio sugli altri e cerca di fargli agire in accordo con lui. Se ciò corrisponde ai loro fantasmi, gli altri giocheranno il ruolo atteso.

André Missenard (1971) descrive così l'emergere e lo svilupparsi della risonanza: “il discorso sul gruppo può essere inteso come la rappresentazione del fantasma di colui che ne è portatore, al quale gli altri membri del gruppo replicano. Ciascuno di essi occupa una delle posizioni individuali compresa nella scena fantasmatica del portatore”

Il fantasma individuale può essere considerato un vero e proprio organizzatore del gruppo (Missenard, 1975). Così come non esiste società senza miti, senza riti e credenze, non esiste individuo senza fantasmi individuali. Anzieu individua un processo di doppio riferimento: i racconti, le leggende, le feste, le rappresentazioni sacre o folkloristiche orientano la vita fantasmatica ed è, a sua volta, l'investimento fantasmatico che dà ai miti la loro viva presenza, il loro impatto affettivo (Anzieu D, Bejarano A, Kaes R, Missenard, A, Pontalis, J.B., 1975).

L'imago appartiene allo stesso ordine di realtà del fantasma ma, a differenza del fantasma che è rappresentazione di un'azione, l'imago è una rappresentazione di persone, una rappresentazione in cui è possibile rintracciare un nucleo di istanze psichiche che regolano l'Io, come il Super-Io, l'Ideale dell'Io e l'Io ideale. Se il fantasma si costruisce nel corso dello sviluppo dell'individuo, l'imago si sarebbe costruita nel corso dello sviluppo della specie e sarebbe presente nel bambino già fin dalla nascita. Da qui, il carattere universale delle imago. Così, l'imago diventa il secondo organizzatore del gruppo, la sua unità psichica profonda.

Il terzo organizzatore di gruppo è rappresentato dai fantasmi originari. Tali fantasmi si riferiscono alle orini dell'individuo (fantasmi della vita intrauterina, la scena primaria..); fantasmi che si riferiscono alle origini della differenza dei sessi (fantasmi di castrazione..) e fantasmi alle origini della sessualità (fantasmi di seduzione, le emozioni sessuali provate dal bambino..).

Il gruppo è una realtà psichica anteriore alla differenza dei sessi, il gruppo è asessuale, tutti infatti, si percepiscono come fratelli e sorelle. Il complesso di Edipo è l'organizzatore inconscio della famiglia, ma non è un organizzatore del gruppo.

La situazione del piccolo gruppo suscita angosce non tipo nevrotico, bensì psicotico. Il gruppo fa regredire i partecipanti alle posizioni schizoparanoide e depressiva. In relazione all'imago materna, vengono pertanto mobilitate quattro tipi di angosce arcaiche: l'angoscia di annichilimento, l'angoscia di smembramento, l'angoscia persecutoria e l'angoscia depressiva.

Per difendersi dall'angoscia di frammentazione, il gruppo diventa il luogo dell'illusione gruppale. Questa si presenta come un sentimento di euforia, di fiducia che i membri del gruppo hanno verso se stessi, una sensazione di arricchimento avvertita nel passaggio dall'individualità al collettivo. L'illusione gruppale sostiene la fantasia di essere un gruppo molto funzionante, di essere i più bravi, il gruppo migliore. Può essere considerata sia come un fenomeno difensivo ad un'angoscia e ad uno smarrimento totali, di segno negativo, in cui i partecipanti si ritraggono in un mondo illusorio, ma anche come un sentimento pro-sociale, necessario per lo sviluppo e la nascita stessa del gruppo. Quando non si è ancora pronti a cooperare con un gruppo di persone, infatti, si può cercare di stare insieme come in un sogno. Anzieu paragona perciò l'illusione gruppale all'ingresso in un sogno (Neri, 2017).

Il gruppo è sempre “la realizzazione immaginaria di un desiderio; il gruppo, come il sogno, è uno scontro con un fantasma latente e gli individui vanno ai gruppi nella stessa maniera in cui durante il sonno entrano in un sogno; la situazione di gruppo è così vissuta come sorgente d’angoscia con la stessa intensità con cui è vissuta come realizzazione immaginaria del desiderio. Questo ci dà conferma che il gruppo, come il sogno e come il sintomo, è l’associazione di un desiderio e di una difesa” (Anzieu, 1975).

L'Io pelle

Anzieu pone al centro della sua teoria l'importanza del corpo; la psiche si forma a partire dal corpo, grazie alle prime esperienze sensoriali che emergono nella relazione del bambino con la madre. La pelle è un organo di senso di fondamentale rilevanza: la cute ha un ruolo decisivo nel mantenimento omeostatico dell’organismo. Si può vivere da ciechi, sordi, privi dell’olfatto e del gusto, ma difficilmente si sopravviverà al deterioramento totale della pelle e alla perdita della funzione tattile. La pelle è la prima frontiera che conosciamo fin dalla nascita; la pelle, nel corpo umano, è più che un organo: non è solo un organo di senso ma svolge funzioni biologiche e metaboliche.

È grazie alle prime appaganti e rassicuranti esperienze di contatto che il bambino inizia a percepire in modo soggettivo la propria pelle, il proprio involucro, che lo mantiene integro contro le angosce di frammentazione. Anzieu ha introdotto il concetto dell'Io pelle proprio per esemplificare questo momento della vita psichica: l'io pelle contiene e sostiene la vita psichica, impedisce che il buono ed il pieno possano uscire, è contenitore di prodotti psichici. Grazie a tale rappresentazione è possibile esperire il proprio Io come contenitore di materiale psichico, di pensieri, di emozioni, a partire dalla consapevolezza di una superficie corporea che garantisce la possibilità di differenziare lo spazio interno da quello esterno. Fondamentali risultano l'interiorizzazione dell'holding e dell'handling materno winnicottiano. Il concetto di Io pelle allarga, dunque, le teorie di Freud sull'importanza della zona orale nei primi mesi di vita del bambino a quella che Bowlby definisce la “pulsione di attaccamento”, all'esperienza di essere stretti e accarezzati tra le braccia della madre mentre vengono dette o canticchiate parole dolci. Come la madre è stata la prima pelle del neonato, anche l'analista dovrà svolgere questo ruolo per il paziente. Anzieu parla di “involucro sonoro” che rafforzi o ricostruisca quell'involucro tattile primario, attraverso l'utilizzo dello scambio verbale.

Il concetto di Io pelle individuale verrà ben presto riportato all'ambito gruppale. Il gruppo nel suo insieme viene a formare un involucro narcisistico gruppale, grazie al quale il gruppo costruisce una pelle psichica gruppale, ovvero estende al gruppo la propria pelle individuale. Le funzioni dell'Io pelle gruppale si possono sovrapporre a quelle dell'Io pelle individuale: esso mantiene la coesione di gruppo, costruisce i limiti del fuori e del dentro, fissa i confini e protegge dalla violenza esterna (Anzieu, 1985).

Conclusioni

Da un punto di vista dinamico, la situazione di gruppo minaccia l'identità dei singoli. La situazione gruppale rappresenta una sfida all'integrità e all'autonomia dell'Io. L'angoscia di annichilimento è minaccia di distruzione vitale, di castrazione radicale e la presenza di una pluralità di inconsci materializza i rischi di smembramento. I meccanismi di difesa che connotano la presenza di questa angoscia nei gruppi si concatenano principalmente nel silenzio, nell'identificazione con l'aggressore e con la vittima. L'illusione gruppale risponde al desiderio di preservazione dell'unità dell'Io spostando la preservazione dell'identità dell'individuo al gruppo: si sviluppa un narcisismo gruppale che fa fronte alla subentrata minaccia al narcisismo individuale.

Da un punto di vista topico, l'illusione gruppale proviene dalla sostituzione all'ideale dell'Io di ciascuno di un Ideale dell'Io comune. I membri del gruppo si danno un oggetto transizionale comune, per dirla con Winnicott: il gruppo è per ciascuno realtà esteriore e, allo stesso tempo, sostituto del seno. La categoria spazio-temporale del gruppo, pertanto, è quella dell'altrove. Il gruppo si configura come un luogo fuori dal tempo (Anzieu, 1990).

Da un punto di vista dinamico, il gruppo è come un sogno: i soggetti entrano cioè nel gruppo come entrano in un sogno ed il gruppo, come del resto il sogno, è uno scontro con un fantasma soggiacente. È il luogo d'elezione del desiderio e, conseguentemente, attivatore di difese psichiche.

È possibile rintracciare, peraltro, una certa continuità tra la madre-seno e la madre-pelle. L'involucro è lo sviluppo dell'oggetto (Bick). Secondo Anzieu, un gruppo è un involucro che tiene insieme gli individui. Solo nel momento in cui l'involucro si costituisce, si può parlare di gruppo, altrimenti rimane un aggregato umano (Neri, 2017).

“Un involucro che racchiude i pensieri, le parole e le azioni permette al gruppo di costituire uno spazio interno (che procura un sentimento di libertà e che garantisce il mantenimento degli scambi all'interno del gruppo) e una sua temporalità (che comprende un passato da cui il gruppo fa derivare la propria origine e un avvenire in cui progetta di perseguire le sue mete)” (Anzieu, 1975).

Bibliografia

  • Anzieu, D. (1975). Il gruppo e l'inconscio. Raffaello Cortina Editore, Milano
  • Anzieu, D. (2009). Ciò che può e non può il gruppo. Gruppi, 2020
  • Anzieu, D., Martin., J.Y. (1990). La dinamica dei piccoli gruppi. Borla. Roma
  • Anzieu, D. (1985). L'io pelle. Raffaello Cortina, Milano
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  • Kaës R. (1983). L’apparato psichico gruppale. Roma: Armando
  • Neri C. (2017). Gruppo. Raffaello Cortina, Milano
  • Neri C. (2021). Il gruppo come cura. Raffaello Cortina, Milano

VI

La psicoterapia di gruppo orientata psicoanaliticamente

La storia della psicoterapia di gruppo. I pionieri (Pratt, Burrow, Moreno, Slavson), le concezioni gruppali (analisi in gruppo, analisi di gruppo e mediante il gruppo)

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXVI, N. 1 (2014), fascicolo «L’interpretazione dei sogni e il linguaggio dimenticato di Erich Fromm».

Abstract

La storia ufficiale della psicoterapia di gruppo può essere fatta risalire al momento in cui allo stare in gruppo viene inclusa una precisa finalità terapeutica. Tra i pionieri, particolare attenzione verrà riservata al pensiero di Joseph Pratt, internista di Boston che, nel 1905, inizia ad organizzare sedute regolari con gruppi di pazienti tubercolotici, T. Burrow, il primo ad utilizzare il termine «analisi di gruppo», Moreno, Adler ma anche Slavson e Meltzer, che si sono occupati, rispettivamente, di gruppi terapeutici con i bambini e di psicoterapia di gruppo con pazienti alcolisti.

Innovativo il pensiero di Burrow, il quale centra l'attenzione sui rapporti sociali dei pazienti, in cui intravede sia la causa della malattia che la sua possibilità di cura: la nevrosi perciò viene vista come causata da un conflitto che si genera nel sociale e non, come riteneva Freud, di natura intrapsichica. Verranno passate in rassegna le concezioni gruppali in ambito psicoanalitico, sviluppate a partire dall'idea di “gruppo” che ogni autore esaminato possiede: l'analisi in gruppo, l'analisi di gruppo e l'analisi attraverso il gruppo. Al primo filone appartengono psicoanalisti come Anzieu, Béjarano, Pontalis; del secondo approccio, centrale risulta l'apporto teorico e pratico di Bion; mentre dell'ultimo, fondamentale rilevanza riveste Foulkes.

Parole chiave psicoterapia di gruppo · pionieri · analisi di gruppo · analisi di gruppo · analisi mediante il gruppo · Burrow, Pratt

La parola gruppo ha origine dall'italiano medioevale “groppo” (nodo), che a sua volta deriva dalla parola germanica “truppa” (massa rotonda). L'etimologia, dunque, indica due direzioni di significato: il nodo e il tondo, che alludono all'aggregazione tra i membri del gruppo e al circolo di persone che si riuniscono.

La portata evolutiva e trasformativa del gruppo era nota già in tempi antichi; la forte partecipazione emotiva che il gruppo veicolava era riconosciuto come elemento di imprescindibile valore ancora prima della nascita delle teorie contemporanee sulla dinamica di gruppo (Neri, 2017). I trattamenti antichi che vedevano l'utilizzo del gruppo nei diversi disturbi somatici e psichici consistevano in un insieme di misure mediche e psicologiche collocate in un contesto religioso. Nell'Asclepio di Pergamo, ad esempio, nel II secolo d.C, venivano attuate terapie dietetiche, termali e farmacologiche; inoltre, le interpretazioni in gruppo dei sogni da parte dei sacerdoti di Eusculapio costituiva un momento essenziale nel processo curativo. La psicoanalisi di gruppo riconosce, infatti, di discendere, attraverso una lunga serie di riflessioni e di esperienze avvenute nel corso del tempo, da questi primi tentativi di utilizzare il gruppo per scopi terapeutici. La storia ufficiale della psicoterapia di gruppo, tuttavia, inizia solo nel momento in cui allo stare in gruppo viene associato un preciso scopo terapeutico; essa, allora, non intende solo curare, ma anche sviluppare la conoscenza del funzionamento mentale dell'individuo e del gruppo. L'elemento discriminante è dato dallo scopo per cui il gruppo si riunisce ed in più, fondamentale, risulta la costruzione del quadro di riferimento materiale e simbolico, entro cui possono attivarsi determinati processi psichici (Neri, 2017). Si tratta del setting: setting, come contenitore di emozioni e interazioni, come sistema di valori, elemento ordinatore ma anche creatore di simbolizzazioni. Setting come matrice funzionale che media la costruzione della relazione professionale e la rende efficace; setting come significante strutturale dei significati che si dipanano all'interno della relazione terapeutica.

Le idee più importanti per un approccio psicoanalitico al gruppo vengono elaborate in un periodo di circa cinquant'anni. È l'arco di tempo che intercorre tra “Totem e Tabù” (1912) di Freud e “Esperienze nei gruppi” (1961) di Bion. Tuttavia, questi sviluppi sono il frutto delle idee originali e innovative sviluppate dai pionieri della psicoterapia di gruppo orientata psicoanaliticamente.

La terapia in un setting gruppale nasce nel XX secolo in ambito medico e psichiatrico. Il concetto di condivisione è presente fin dall'inizio.

Joseph Pratt è considerato il fondatore della psicoterapia di gruppo: nel 1905, come internista a Boston, inizia ad organizzare sedute regolari con gruppi di pazienti tubercolotici che non potevano permettersi una cura in clinica. Pratt organizzò “classi di pazienti” che si riunivano settimanalmente. L'argomento principale della discussione gruppale era centrato sull'andamento della malattia. Venivano utilizzate letture di gruppo ma si ritrovano anche aspetti di supporto psicologico e di impegno personale reciproco tra i vari partecipanti al gruppo. Nonostante il tipo di intervento si configuri prevalentemente come educativo-informativo, in realtà possiamo scorgere nella sua applicazione i processi di un vero e proprio gruppo di supporto e sostegno psicologico. I fattori terapeutici che agiscono sembrano essere, oltre alla coesione, anche la condivisione e l'universalizzazione delle tematiche e dei vissuti emotivi condivisi legati alla patologia organica (Yalom, 2019). Con Pratt si inizia dunque a curare la persona e non la malattia, egli inizia ad intravedere l'impossibilità di separare, nella terapia, gli aspetti psicologici da quelli fisici, visto il profondo intreccio di entrambe le dimensioni. Si scorge anche quella fondamentale intuizione che la psicoterapia possa coincidere con l'influenza benefica di una persona sull'altra. L'influenza positiva dello stare insieme è già essa stessa un effetto terapeutico. Intorno agli anni Venti e Trenta del Novecento, negli Stati Uniti, seguiranno altre esperienze terapeutiche di gruppo in ambito psichiatrico, soprattutto con pazienti schizofrenici. In queste prime esperienze emergono con chiarezza due elementi centrali nel lavoro con il gruppo: la condivisione e l'universalizzazione dei problemi e dei vissuti emotivi (Di Maria, Lo Verso, 1995).

Fu Trigant Burrow ad utilizzare per primo il termine di “analisi di gruppo”, ponendosi nel ruolo di vero e proprio pioniere, fondatore. Fu inoltre il primo americano a studiare psicoanalisi in Europa, svolse un'analisi di un anno con Jung nel 1909 e praticò la psicoanalisi nella città di Baltimora. Può anche essere considerato come il pioniere delle ricerche sul controtransfert e sulla psicoanalisi intersoggettiva. Così, nel lavoro clinico, inizia ad applicare alla terapia di gruppo i concetti propri della psicoanalisi, mettendo l'accento sul qui ed ora del tempo gruppale, sul gruppo come unità, sottolineando il suo valore terapeutico e rifiutando il ruolo tradizionale del terapeuta. Già da questi elementi, si evince la distanza ed il contrasto con le posizioni teoriche di Freud, il quale sosteneva l'impossibilità di accedere terapeuticamente al gruppo e di non poter spostare l'asse dalla terapia individuale. In aggiunta, la nevrosi viene vista in Burrow come originata da un conflitto che si genera nel sociale e non, come riteneva Freud, di natura intrapsichica. La società ammala, il gruppo cura. Il luogo e l'ambiente più adeguati, dunque, per risolvere disturbi legati al contesto sociale non può che essere proprio il gruppo. In primo piano viene posta, inoltre, la condivisione dei sintomi da parte dei pazienti e l'importanza della comunicazione interpersonale: la situazione reciproca e condivisa permette ai pazienti di eliminare la segretezza intorno ai nuclei fondamentali dell'esperienza personale. Il metodo terapeutico diventa il gruppo. Tuttavia, Burrow non tratterà mai il gruppo in senso dinamico, cioè come una rete di relazioni; rimarrà, comunque, indubbio il valore del suo contributo per l'arricchimento teorico e metodologico di posizioni autorali successive.

Slavson, che si occupa invece di gruppi terapeutici con i bambini, pur riconoscendo in modo del tutto innovativo l'importanza del transfert multilaterale, non riconosce l'insita terapeuticità del gruppo, anzi la coesione viene declinata come potenzialmente distruttiva per l'individuo nel gruppo, in quanto contrasta con l'analisi delle dinamiche individuali.

In Europa, invece, sarà Jacob Levi Moreno ad assumere un ruolo di pioniere rivoluzionario nell'ambito della psicoterapia di gruppo. Nato a Bucarest ma neutralizzato austriaco e statunitense, nel 1915, inizia a prendersi cura di un gruppo di prostitute emarginate e prive di diritti. All'anno 1923, risale la creazione del teatro della spontaneità, che precede l'invenzione dello psicodramma, in cui l'agire completa la parola. Diventano centrali concetti come la catarsi, la spontaneità attiva e creativa, l'azione, il concetto di ruolo e di relazione interpersonale (Moreno, 2011). L'accento si sposta sulla situazione sociale effettiva in cui si muove l'atomo sociale (uomo), sul modo di essere e di agire dell'individuo. La catarsi di Moreno non si limita all'abreazione di traumi e sentimenti repressi ma realizza nuovi giochi di ruolo; con l'aiuto del gruppo, il soggetto può esprimere ed osservare i ruoli che lo tengono imbrigliato. La catarsi allora si esprime nel mettere in scena la vita di un soggetto partecipante al gruppo, nella posizione di attore e autore della sua storia.

Nel 1912 Moreno assiste ad una lezione di Freud, durante la quale ha modo di dirgli:

«Ebbene, dottor Freud, io comincio dove lei finisce. Lei incontra le persone nel setting artificiale del suo ufficio. Io le incontro nelle strade e nelle loro case, nel loro ambiente. Lei analizza i loro sogni. Io do loro il coraggio di sognare ancora. Lei le analizza e le scompone. Io consento loro di agire i loro ruoli conflittuali e le aiuto a comporre le parti separate”

Ad ogni modo, Freud e Jung continueranno a vedere con sospetto la terapia di gruppo, nutrendo atteggiamenti di ironia e sfiducia. Il loro limite, probabilmente, fu quello di non aver saputo distinguere la diversità tra piccoli gruppi e grandi gruppi.

Nel 1940, negli Stati Uniti, A. Wolf, volendo dimostrare come le concezioni psicoanalitiche potevano essere utilmente trasposte anche in contesti diversi dalla terapia individuale, inizia a praticare la psicoanalisi in gruppo, applicando gli strumenti principali del metodo psicoanalitico alla situazione gruppale,. L'analisi di Wolf rientra a pieno titolo in quel filone di modelli clinici con i gruppi che verrà denominato “analisi in gruppo”.

In base alla concezione che ogni autore ha del gruppo possono essere distinti tre approcci: l'analisi in gruppo, l'analisi di gruppo e l'analisi mediante il gruppo.

Analisi in gruppo

I primi psicoanalisti che utilizzano il gruppo concepiscono il trattamento come un insieme di terapie individuali condotte in gruppo: il gruppo è allora un insieme di pazienti che svolgono contemporaneamente un'analisi individuale. Esso diventa il palcoscenico di molte terapie individuali. Il gruppo viene visto come una somma di individui e non come una realtà qualitativamente diversa. Questo filone nasce essenzialmente in seguito ad una necessità ed un bisogno pratico: il gruppo viene utilizzato cioè per esigenze economiche, di tempo e di spazio e, inizialmente, in situazioni ospedaliere. Vengono dunque mantenuti gli strumenti tipici dell'analisi individuale: l'interpretazione del transfert indirizzato all'analista, l'interpretazione dei sogni, l'interpretazione dei lapsus e delle libere associazioni, l'interpretazione e l'analisi delle resistenze. Nei gruppi terapeutici, il fine che l'individuo si pone è del tutto personale, senza uno scopo comune; la coesione è considerata come un vero e proprio ostacolo al lavoro psicoanalitico, a cui il terapeuta si deve opporre interpretando, in termini intrapsichici, il singolo paziente. Non si giunge mai, dunque, a considerare il gruppo come elemento terapeutico in sé.

Possiamo analizzare in termini dinamici quanto avvenuto se consideriamo che gli psicoanalisti di questo tipo di approccio rimasero sempre aderenti alla posizione freudiana in modo ultra-ortodosso, ignorando o sminuendo la specificità gruppale, tanto da rendere nulla l'azione positiva degli scambi interpersonali e la condivisione delle tematiche e dei vissuti nel gruppo. Possiamo ipotizzare che i pionieri della terapia di gruppo fossero mossi inconsciamente da motivazioni controtransferali, riguardanti sia il confronto con il modello freudiano vissuto come superegoico ed idealizzante, sia l'emergere della necessità di una ridefinizione della propria posizione di terapeuta nei confronti del gruppo.

Analisi di gruppo

In Europa e, più precisamente nell'Inghilterra degli anni postbellici, nasce un forte interesse per la psicoterapia di gruppo. In particolare, anche qui, la loro creazione è spinta dalla necessità di riunire più pazienti contemporaneamente, sempre in ambito ospedaliero. Fu W.R Bion che cominciò per primo ad occuparsi di gruppi in senso terapeutico, presso l'ospedale psichiatrico militare di Northefield. Nel 1948 venne poi chiamato ad istituire dei gruppi terapeutici presso la Tavistock Clinic di Londra. Si accentua ora l'importanza di riconoscere che il gruppo non è la somma dei singoli individui, ma qualcosa di più: un insieme unitario che va osservato e analizzato nel suo complesso, con caratteristiche proprie non riconducibili ai singoli, i quali, a loro volta, sono in un rapporto di reciproca interdipendenza. Secondo gli esponenti dell'analisi di gruppo, il gruppo è un tutto organico, non riconducibile alla somma dei singoli che lo compongono. Il terapeuta assume la posizione di schermo neutrale, che ha la funzione di interpretare quello che accade nel gruppo. Egli considera perciò il gruppo intero come oggetto del suo intervento: il materiale clinico e le dinamiche portate dai componenti del gruppo sono focalizzate e finalizzate all'analisi del gruppo in quanto tale, più che dei suoi singoli membri. Quello che emerge nella visione di Bion è la negazione del ruolo del controtransfert, considerato inutile e inutilizzabile da un punto di vista terapeutico.

Foulkes, invece, negli stessi anni, svilupperà una teoria psicodinamica dei gruppi diversa da quella di Bion. La psicoterapia di gruppo diventa una forma di psicoterapia praticata dal gruppo nei confronti del gruppo, incluso il conduttore stesso. Qui è tutto il gruppo, terapeuta compreso, ad essere parte attiva e destinatario del processo terapeutico. L'analista, inoltre, viene considerato da Foulkes, come primo paziente del gruppo. Il conduttore non ha un ruolo centrale nelle dinamiche gruppali, ma è uno strumento del gruppo. Il fatto che il conduttore debba tenersi sullo sfondo, non implica una posizione di passività, perché il terapeuta deve porsi come obiettivo l'analisi e la conduzione del gruppo stesso. Il compito dell'analista è quello di consentire a questo processo di essere attivo, di agevolare lo sviluppo di una discussione liberamente fluttuante, mettendo a disposizione del gruppo la propria istruzione, la propria conoscenza, ma anche la propria esperienza di persona (Foulkes, 1978). Le sue interpretazioni sono riferite alla situazione attuale, al qui ed ora del gruppo e non alle dimensioni infantili. Adesso, l'analisi si pone in una posizione intermedia tra il modello dell'analisi in gruppo e l'analisi di gruppo: si approfondiscono, infatti, sia i processi individuali attraverso il gruppo, sia quelli del gruppo, attraverso i contributi dei suoi singoli partecipanti.

Foulkes tiene presenti le teorie di Winnicott e di Bowlby relativamente all'attaccamento, alla madre sufficientemente buona: il sociale è profondamente radicato nell'individuo, c'è sempre una cornice culturale e la concezione dell'individuo come isolato risulta un'astrazione artificiosa. L'individuo entra così nel gruppo con una sua matrice di fondo: il gruppo, sin dalla prima seduta, elaborerà una matrice iniziale del gruppo, una nuova rete comunicativa che potrà aprire spazi di rivisitazione della propria storia personale e la fondazione di un'altra storia, quella del gruppo.

Conclusioni

La grande partecipazione emotiva è il fattore che rendeva nota, anche in tempi antichi, la portata evolutiva e trasformativa del gruppo stesso: la psicoanalisi di gruppo riconosce infatti di discendere, attraverso una lunga serie di riflessioni e di esperienze avvenute nel corso del tempo, da questi primi tentativi di utilizzare il gruppo per scopi terapeutici. Le idee più importanti per un approccio psicoanalitico al gruppo vengono elaborate in un periodo di circa cinquant'anni e sono il frutto delle idee originali e innovative sviluppate dai pionieri della psicoterapia di gruppo orientata psicoanaliticamente. Da Pratt a Burrow, da Moreno a Slavson le prime concettualizzazioni sul ruolo terapeutico del gruppo: la condivisione, l'universalizzazione delle tematiche appaiono i fatturi terapeutici più pregnanti. Nel tempo, dal concetto del gruppo come semplice somma di individui, si passa all'idea di gruppo come qualcosa di più dei singoli soggetti, come oggetto precipuo di intervento da parte del terapeuta. Oltre all'analisi in gruppo, in cui la terapia di gruppo viene vista come un insieme di terapie individuali, emergono nel tempo posizioni collocabili nel filone dell'analisi di gruppo e dell'analisi mediante il gruppo, in cui il ruolo del gruppo e del terapeuta cambiano significativamente. Si rileva come, interessandosi in modo preminente al gruppo, si possono realizzare modificazioni della sintomatologia dei pazienti e trasformazioni della loro personalità. Il considerare il gruppo e l’individuo come punti diversi di un continuum permette il superamento di una presunta dicotomia ontologica tra individuo e gruppo, dal momento che l’individualità specificamente umana può essere intesa in termini relazionali, così che l’incontro tra più individui è anche un incontro tra più gruppalità. Inoltre, la psicoterapia di gruppo rappresenta un nuovo dispositivo nella cura dei pazienti, insieme, ad esempio, a quello della terapia con la famiglia, con la coppia ma anche con nuove patologie, come quella borderline o psicotica. L'importanza dell'utilizzo del gruppo in senso terapeutico trae origine anche in un'altra spiegazione: l'uomo, oltre all'esigenza di mantenere la propria individualità, porta un'ulteriore esigenza, quella di entrare in relazione con gli altri. Il gruppo è alla base della socializzazione della vita del singolo e della propria esperienza storica ed individuale. L'uomo è davvero un animale sociale, che non potrebbe esistere da solo: non è un caso che le patologie più gravi siano proprio quelle collegate ad una certa impossibilità relazionale (Di Maria, Lo Verso, 1995).

Bibliografia

  • Di Maria, F., Lo Verso, G. (1995). La Psicodinamica dei Gruppi. Teorie e Tecniche. Cortina Editore, Milano.
  • Foulkes, S.H (1978). La psicoterapia gruppoanalitica. Astrolabio, Roma
  • Jacob L.M (1985). Manuale di psicodramma: il teatro come terapia. Astrolabio, Roma
  • Jacob L.M. (2011). Il teatro della spontaneità. Di Renzo Editore, Roma
  • Neri C. (2017). Gruppo. Raffaello Cortina, Milano
  • Neri C. (2021). Il gruppo come cura. Raffaello Cortina, Milano
  • Rutan, S., Stone, W. (1999). La Psicoterapia Psicodinamica di Gruppo. Unipress, Padova
  • Yalom, I.D. (2019). Il dono della terapia. Beat, Milano
  • Yalom, I.D., Leszcz, M. (2008). Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo. Bollati Boringhieri, Torino

Parte terza

VII

La psicoanalisi di Sigmund Freud

La concezione della gruppalità e della coesione sociale a partire da “Totem e Tabù”, “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”, “Il disagio della civiltà”

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXVI, N. 1 (2014), fascicolo «L’interpretazione dei sogni e il linguaggio dimenticato di Erich Fromm».

Abstract

Nel presente articolo verrà proposta la visione del padre della psicoanalisi rispetto alla gruppalità, alla vita associata, alla coesione sociale. A partire dalle prime influenze esercitate da autori quali Le Bon, verrà ricostruita l'evoluzione del pensiero di Freud attraverso l'analisi di alcune delle sue opere più celebri, significative e rivoluzionarie. Parliamo di “Totem e Tabù” (1912), “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” (1921) e “Il disagio della civiltà” (1929). Ne emergerà un sviluppo del pensiero critico, innovativo, anche se Freud non applicherà mai il metodo psicoanalitico nella cura dei pazienti in un setting gruppale e manterrà nel tempo una visione negativa, pessimistica e svalutante del vivere in società. Altri grandi autori, più tardi, esploreranno ed amplieranno i sui contributi per dare vita e sempre più pregnanza ad una modalità di cura che coinvolge il gruppo e dunque l'utilizzo di un inconscio, non solo individuale ma anche un inconscio di gruppo.

Parole chiave gruppalità, coesione sociale · identificazione · senso di colpa · orda primordiale

Sigmund Freud, pur non essendosi occupato di gruppi in senso terapeutico, ha il merito di aver gettato le basi ed aver condotto alcune analisi profonde delle motivazioni e del comportamento dei gruppi, che verranno utilizzate e approfondite successivamente da psicoanalisti, divenuti poi padri fondatori dell'approccio psicoanalitico al gruppo. Freud non differenzierà i gruppi dalle masse ed elaborerà le sue riflessioni a partire da ciò che aveva postulato Le Bon, antropologo, sociologo e psicologo francese, che nel 1895 pubblica la sua opera più celebre dal titolo “Psicologia delle folle” (1895). In questo saggio, la massa viene dipinta come una forza di distruzione, indisciplinata, impulsiva, irritabile, acritica e onnipotente. La massa è permeata da sentimenti autoritari e di intolleranza e porta alla formazione di un inconscio collettivo che porta alla deresponsabilizzazione dell'individuo, alla perdita della sua capacità critica, della sua capacità di controllarsi e regolarsi, con un esplodere di passionalità e di suggestionabilità. Nella folla, l'individuo si trasforma in un barbaro, diviene in preda all'istinto e possiede la violenza e la ferocità dei primitivi. Questi concetti sono fatti propri da Freud stesso, che mantiene dunque una visione negativa della massa e, quindi, dei gruppi. Interessante un'ulteriore sfaccettatura peculiare alla massa: non necessariamente essa si identifica con una moltitudine di persone riunite in uno stesso momento e luogo, piuttosto con uno stato d'animo comune, come una grande anima inconscia, in cui il singolo si disfa delle sue peculiarità per indossare una veste comune ed un ruolo importante riveste in questo la modalità del contagio mentale.

Per Freud, la psiche collettiva è la somma di una serie di psiche individuali, elemento, questo, di forte dissenso da Jung. Nel 1912, “Totem e Tabù” nasce, infatti, come polemica a Jung e ai suoi simboli. In questo saggio, la vita sociale viene collocata come la conseguenza di una colpa comune, da un crimine, nella fattispecie il parricidio, di cui tutti i fratelli sono stati complici. Sulle orme di Darwin, Freud sostiene infatti che la forma originaria della società umana fu quella di un'orda, sottoposta al dominio di un maschio forte che tiene per sé tutte le femmine e scaccia via i figli. I fratelli scacciati, un giorno, si riunirono, uccisero il padre e lo divorarono. Si realizza così, nel pasto totemico, l'identificazione con il padre e il conseguente senso di colpa collettivo dato dal rimorso. Questo momento fu l'inizio della religione, delle restrizioni morali e delle organizzazioni sociali. La massa funziona allora come l'orda primordiale, è una reincarnazione dell'orda originaria. Quindi le tendenze sociali alla fraternità non sarebbero insite nella natura umana (Aristotele) ma traggono origine dal bisogno di evitare il fratricidio. L'ipotesi del parricidio originario appare come la conferma in chiave filogenetica del ruolo fondamentale rappresentato dal complesso edipico nell'ontogenesi della psiche individuale. Questo elemento servirà a Freud anche per spiegare l'universalità del complesso edipico: ogni individuo nascerebbe così con il ricordo inconscio del parricidio originario.

Il 1921 è un anno significativo e portatore di notevoli cambiamenti: è un periodo di grave crisi economica, in cui vanno emergendo le grandi ideologie e i regimi totalitari, in linea con la disgregazione dell'Impero Asburgico. È in questo momento, nell'opera denominata “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921), che Freud inizia ad interessarsi del comportamento delle masse, declinando temi sociologici in chiave psicoanalitica. Prendendo sempre le mosse dal testo di Gustave Le Bon (1895), comincia a riflettere sulla psicologia collettiva, mettendo in evidenza come i fenomeni di gruppo si avvicinano alle scoperte psicoanalitiche relative ai processi mentali individuali. La massa infatti è governata interamente dall'inconscio, non tollera la frustrazione e la non realizzazione del desiderio; nella massa avviene una regressione narcisistica, con la scomparsa di tutte le inibizioni individuali. L’affermazione: “ la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale” introduce l’apertura degli apparati psichici gli uni agli altri e immette in una concettualizzazione nuova, in cui l’identificazione è la manifestazione del primo legame emotivo e costituisce l’asse attorno al quale si organizza la struttura libidica dei legami intersoggettivi. In questa opera, Freud espone una dinamica del funzionamento gruppale precisa ed innovativa, che aprirà le porte a sviluppi successi in ambito intersoggettivo. I gruppi sono tenuti insieme da una forte dipendenza e da una comune identificazione di tutti i membri tra loro ( si parla qui di identificazione orizzontale) e di ciascuno con il capo (identificazione verticale). La figura del leader è fondamentale, in quanto ripropone la dinamica identificatoria con il padre ed i fratelli. In “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”, Freud si spinge un passo in avanti rispetto alle considerazioni di Le Bon: distingue infatti una folla di breve durata (più simile a quelle descritte da Le Bon) e folle stabili, istituzionalizzate, le uniche che formano “massa in senso psicologico”, come la Chiesa e l'Esercito, che si fondano su un legame libidico comune, rispettivamente, Dio e un ideale comune. L'identificazione con il leader è un'identificazione narcisistica, in cui una parte di Sé, il proprio ideale dell'Io viene sostituito dall'ideale dell'Io del leader: l'ideale dell'Io del capo diventa l'ideale dell'Io di tutti. Nei gruppi, Freud evidenzia un altro fenomeno interessante e preciso: l'idealizzazione. Nel gruppo non c'è ambivalenza ma questa sottende un odio, un'invidia e un'aggressività che viene proiettata sugli altri e su quanti all'interno del gruppo non si identificano completamente.

In “Il disagio della civiltà” (1929-1931), Freud colloca il disagio e la nevrosi della civiltà nel conflitto tra la felicità e gli impulsi dell'individuo e la moralità pubblica, le pretese della società. La civiltà, per perseguire obiettivi di ordine e controllo, soffoca Eros dando vita a meccanismi di difesa quali la sublimazione. Se non venissero formulate tali regole, le relazioni sociali sarebbero soggette all’arbitrio dei singoli. La sostituzione del potere della comunità a quello del singolo costituisce la giustizia e questo è il primo requisito di ogni comunità, perché garantisce che l’ordine statuito non verrà infranto a favore di nessuno.

Da qui scaturisce per Freud la nevrosi, assetti patologici che i nativi evidentemente non conoscevano. Le pulsioni distruttive (che la società tiene a freno) non scompaiono però del tutto e possono riesplodere in situazioni particolari, quando si verificano delle tensioni collettive troppo disturbanti. La società umana viene allora considerata come una formazione ed una costruzione necessaria (per il mantenimento dell'ordine e degli impulsi) ma, allo stesso tempo, estremamente fragile, ponendo come fondamento la repressione delle pulsioni, riducendo l'uomo ad un animale malato. La civiltà pone, dunque, un freno alla distruttività umana ma provoca delle formazioni reattive. Se in “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” (1921), Freud aveva posto al centro della trattazione il ruolo dell'identificazione, ne “Il disagio della civiltà”, espone opinioni ulteriori rispetto alle origini della civiltà e della coesione dei gruppi sociali.

Freud sostiene che “un certo numero di uomini si resero conto che, ponendo dei limiti al soddisfacimento delle loro pulsioni sessuali, erano in grado di costituire una comunità forte e unita. Ciò tuttavia portò ad un conflitto insolubile tra gli impulsi dell'individuo e le esigenze della società” (Freud, 1929). Anche l'addomesticamento del fuoco nasce da una rinuncia pulsionale: l'uomo primitivo incontrava il fuoco e lo spegneva orinando, sperimentando un sentimento di competizione sessuale. Il primo uomo che rinunciò a questo godimento fu in grado di piegare il fuoco ad uso pratico e volgerlo a proprio vantaggio. Si evince come questa grande conquista sociale è da ricollegarsi ad una rinuncia pulsionale.

Con Freud si accentua, allora, anche la separazione tra natura e cultura: la cultura sembra pretendere sempre più infelicità ed insoddisfazione per avanzare nel suo percorso, pur necessario. A questo programma di civiltà, si oppone la naturale pulsione aggressiva dell'uomo.

Come viene fermata, allora, la naturale spinta aggressiva? L'essere umano la rivolgerebbe dall'esterno all'interno, introiettandola, rivolgendola contro il proprio Io, portando alla formazione del Super-Io (coscienza morale e sentimento di colpa). Se il rimorso segue una colpa realmente commessa, il senso di colpa porta in sé il concetto di ambivalenza emotiva del figlio nei confronti del padre, a partire dall'uccisione primordiale. Quindi, la coscienza morale nasce anche dall'amore, ma contiene inevitabilmente anche il senso di colpa, che esprime l'ambivalenza dell'eterna lotta tra Eros e Thanatos. Il senso di colpa risulta, per Freud, come il problema più importante derivato dall'incivilimento e spiega come il processo civile abbia un prezzo, pagato in perdita di felicità mano mano che aumenta il senso di colpa. Allo stesso tempo, il senso di colpa è un prezzo necessario per l'edificazione della cultura. Il disagio della civiltà sarebbe, allora, un senso di colpa inconscio che deriva dall'aggressività sperimentata verso l'oggetto che impedisce la soddisfazione libidica. Il senso di colpa prodotto dalla società è comunque percepito come un disagio ma, se nella nevrosi il divario è tra la tendenza al soddisfacimento del desiderio e la rimozione da parte del Super-Io, nel processo di civilizzazione avviene una restrizione del piacere del singolo a favore di un bene comune. Perciò, in questa ultima opera, Freud sottolinea come la felicità del singolo sia contraria a quella della società.

CONCLUSIONI

La storia della psicoanalisi di gruppo non può prescindere dal contributo illuminante e innovativo di Freud. Egli non tratterà mai le formazioni gruppali e manterrà sempre un atteggiamento piuttosto negativo circa la vita associata e la coesione sociale. Tuttavia, le sue riflessioni sono una risorsa imprescindibile e gettano le basi per ampliamenti teorici successivi. Tra i contributi più significativi ricordiamo il concetto di senso di colpa inconscio, l'identificazione narcisistica con il leader e la regressione narcisistica che si verifica all'interno dei gruppi. Se per Freud, nel gruppo, la coesione è dovuta al comune identificarsi con un capo che diventa l'ideale dell'Io di ognuno, altre posizioni successive, come quelle neofreudiane e interpersonali, vedranno nel gruppo il luogo dove prende forma la necessità di un contatto affettivo, di uno scambio interpersonale, una nuova comprensione delle relazioni primarie e nuove possibilità di cambiamento.

Bibliografia

  • Freud, S. (1912). Totem e Tabù. Bollati Boringhieri, Torino, 2010
  • Freud, S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell'Io. Bollati Boringhieri, Torino, 2010
  • Freud, S. (1929). Il disagio della civiltà. Feltrinelli, Milano, 2021 Le Bon, G. (1895). Psicologia delle folle. Tea, Milano, 2004
  • Nannini, S. (1990). Freud e l'antropologia. La cultura. Rivista di filosofia, letteratura e storia (1990)
  • Suttie, I.D (2007). Le origini dell'amore e dell'odio. Centro Scient. Edit, Torino, 2007

VIII

Il concetto di campo nella situazione analitica individuale e di gruppo

La prospettiva dei Baranger, di Mitchell, Ogden, Correale e Neri. Campo bipersonale, multipersonale e transpersonale. Rapporto tra campo del gruppo ed individui. Esempi clinici

Da: Psicoanalisi Neofreudiana, Anno XXVI, N. 1 (2014), fascicolo «L’interpretazione dei sogni e il linguaggio dimenticato di Erich Fromm».

Abstract

In questo articolo, verrà esaminato l'insidioso e sfaccettato costrutto di campo che, attraverso l'apporto di vari psicoanalisti, ha raccolto diversi nuclei di senso. Nonostante sia difficile costruirne una visione univoca, si metteranno in luce alcune delle interpretazioni più pregnanti. In particolare, si affronterà la posizione dei coniugi Baranger, due psicoanalisti franco-argentini che agli inizi degli anni Sessanta iniziano ad applicare la nozione di campo dinamico, ampliando la prospettiva relazionale all'interno della psicoanalisi kleniana. Altri concetti fondamentali saranno quelli di gruppo come campo multipersonale, di gruppo come contenitore transpersonale, ma anche il campo come stato mentale e come campo attuale e storico. Un ulteriore approfondimento riguarderà il rapporto tra il campo psicoanalitico di gruppo e gli individui, i partecipanti al gruppo terapeutico. A sostegno di questi elementi, fondamentale sarà l'analisi del concetto di commuting, di diffusione transpersonale e transtemporale (Neri, 2017).

Parole chiave campo psicoanalitico · campo multipersonale · Baranger · commuting · terzo analitico intersoggettivo

Da Merleau-Ponty ai coniugi Baranger

«Le caratteristiche strutturali della situazione analitica rendono necessaria una descrizione con l’aiuto del concetto di campo. La situazione analitica ha la sua propria struttura spaziale e temporale, è orientata secondo linee di forza e dinamiche determinate, possiede proprie leggi di sviluppo, obiettivi generali e obiettivi momentanei. Questo campo è il nostro oggetto immediato e specifico di osservazione» (Baranger e Baranger, 1961, p. 28).

Cronologicamente, il primo riferimento riguardo il concetto di campo è legato alla psicologia della Gestalt con Lewin (1935). Egli fu il primo a parlare di campo di forze, per declinare ciò che succede nei rapporti tra individuo e ambiente. Per meglio comprendere i fenomeni di gruppo, risulta di fondamentale importanza la sintonizzazione sulle forze presenti nell'insieme, piuttosto che l'osservazione esclusiva delle caratteristiche dei singoli membri del gruppo.

“Una totalità di fatti coesistenti considerati come interdipendenti è denominata campo. La psicologia deve concepire lo spazio vitale, includente la persona ed il suo ambiente, come un solo campo” (Lewin, 1935).

Merleau-Ponty (1964) esaminò il concetto di campo in ambito fenomenologico. Il soggetto e l'oggetto rappresentano elementi di un unico campo di interazione: “Io sono tutto quello che vedo, io sono un campo intersoggettivo poiché sono questo corpo e questa situazione” (Merleau-Ponty, 1945). Da qui, nascerà la riflessione teorica dei coniugi Baranger.

Agli inizi degli anni Sessanta del Novecento, Madaleine e Willy Baranger, due psicoanalisti franco-argentini, iniziarono ad estendere la nozione di campo dinamico alla psicoterapia individuale, ampliando la prospettiva relazionale ed intersoggettiva all'interno della psicoanalisi kleniana. La dimensione intersoggettiva dell'incontro analitico era già stata proposta magistralmente da autori quali Ogden, Michell, Storolow, Atwood, pionieri dell'approccio relazionale ed intersoggettivo. I Baranger vanno oltre, teorizzando, appunto, il concetto di campo. Esso mette in discussione il ruolo passivo e neutrale dell'analista. Già elementi come identificazione proiettiva e fantasie inconsce donano nuova luce alla posizione del terapeuta nella situazione psicoanalitica.

L'analista è parte integrante della relazione; paziente e terapeuta sono due soggetti tra loro in rapporto di complementarietà, coinvolti in un processo dinamico comune e condiviso. Non solo, per i Baranger la situazione analitica si compone simbolicamente anche delle regole, dell'organizzazione spaziale e della struttura temporale e la relazione che si crea diviene una funzione originata dal campo stesso. Il concetto di campo raccoglie dunque tutte le dinamiche, lo sviluppo, l'evolversi di elementi che compartecipano alla definizione dell'incontro analitico. Oggetto di osservazione privilegiato diventa allora il campo, di cui il terapeuta stesso è parte integrante. Ad ogni cambiamento del campo spaziale corrisponde pertanto un cambiamento globale della situazione analitica. Il campo analitico è un campo vivo, per i vissuti transferali e controtransferali che suscita. Esso, quindi, si configura come elemento terzo rispetto ai membri della coppia, caratterizzato da qualità e dinamiche indipendenti.

Il campo così definito comprende tre diverse configurazioni o tre livelli di strutturazione sovrapposti. Il primo si riferisce al setting e alle regole che lo governano, dunque agli aspetti formali della situazione analitica; il secondo livello è costituito dal materiale del contenuto manifesto, dell'interazione e della comunicazione, dunque dagli aspetti dinamici; la terza configurazione è rappresentata dalla fantasia inconscia, che i Baranger chiamano fantasia inconscia bipersonale, poiché non è soltanto del paziente, ma è della situazione analitica, cioè del campo della coppia. La fantasia inconscia bipersonale diventa l'oggetto specifico dell'analisi costituita dall'incrocio delle identificazioni proiettive dei due membri della coppia analitica. Essa è, in sostanza, la struttura latente del campo: accedere alla fantasia inconscia e fornirne l'interpretazione costituiscono l'essenza dell'esperienza analitica.

Se Freud identifica il lavoro analitico simile a quello dell'archeologo (Freud, 1929), il quale progressivamente porta alla luce il materiale sepolto, i Baranger utilizzano la metafora dell'analisi stessa come una partita a scacchi. L'analista conosce le mosse dell'inizio e della fine della partita, ma non quelle intermedie, rappresentate dalle comunicazioni e dalle difese del paziente e dalle interpretazioni del terapeuta. La scacchiera simbolizzerebbe, dunque, il campo bipersonale.

Il campo, qualora tenda a bloccarsi, manifesta la presenza di un impedimento per l'analizzando a mettersi in gioco, qualcosa che è vissuto come un “bastione”.

Il bastione è definito dai Baranger come “il rifugio inconscio di imponenti fantasie fantasie di onnipotenza”. Esso è sempre presente in ogni individuo e paralizza in un primo momento la dinamica analitica. Perdere il bastione significherebbe per il paziente una rinuncia intollerabile, per cui si evita di parlarne. È inevitabile inoltre che i bastioni facciano irruzione nel campo analitico.

Nella prospettiva dei Baranger, l'interpretazione svolge un ruolo fondamentale ed essenziale: essa è ciò che rende il campo analitico diverso da ogni altro campo di coppia e rende possibile lo sgretolamento e la ricomposizione dei bastioni. L'interpretazione accolta dal paziente comporta una trasformazione del campo e della situazione analitica e riattiva i processi proiettivi ed introiettivi.

Il concetto di campo in Correale, Ogden e Ferro

Correale sostiene che il campo debba essere compreso come una situazione fluida e in continuo movimento, piuttosto che come una situazione strutturata, a cui gli individui appartengono e da cui sono condizionati. Interessante la distinzione proposta dall'autore tra campo attuale e campo storico. Il campo attuale ( il campo qui e ora) è “la risultante dell'insieme delle immagini, pensieri, rappresentazioni depositati nel gruppo, ma anche degli affetti, degli impulsi, emozioni e sensazioni presenti e attive nel gruppo in un dato momento” (Correale, 1992). Il campo storico (la memoria storica del gruppo) invece si identifica come il “lento deposito di relazioni affettive, di vicende ideative, rappresentative ed emozionali. Questo deposito costituisce una memoria, in larga misura inconsapevole, in parte propulsiva, in parte inibitrice e bloccante” (Correale, 1992).

Ogden (1994) pone al centro della sua concettualizzazione la nozione di “terzo analitico intersoggettivo” o di terzità. Questo viene definito come il risultato degli scambi degli stati di reverie dell'analista e dell'analizzato ed è generato inconsciamente dalla coppia analitica. Se da un lato il terzo è il prodotto dello scambio inconscio della coppia terapeutica, dall'altro è anche ciò che definisce paziente e analista in quanto tali: è un'esperienza in continua evoluzione. La relazione è il contesto in cui tale attività prende vita, il campo è una dimensione di base della relazione.

Nei suoi lavori successivi Ferro definisce il campo come un luogo/tempo in cui si manifestano le turbolenze emotive attivate dall’incontro analitico. Questo appare come un modello che ridimensiona l’insight, decentra gli aspetti economici e dinamici e pone l’analista nelle condizioni di dover riconoscere ampi margini di incompetenza e dubbio nel seguire una traiettoria imprevedibile (Gaburri, 1997).

Così scrive Ferro: “L'interpretazione è solo l'ultimo atto di una serie di processi trasformativi e di ricerca di senso, perché non basta interpretare, ad esempio, il timore di un clima freddo e poco comunicativo, ma l’analista deve trasformare, lavorando dentro di sé, il freddo e la non comunicazione, il clima, rendendolo caldo e comunicativo.”

“La ricettività dell’analista, le trasformazioni che opera, la tolleranza per il dubbio, diventano la chiave terapeutica assieme alla capacità di modulazione interpretativa” (Ferro, 2002).

“La psicoanalisi può essere il metodo che consente di sciogliere le emozioni in narrazioni e di creare narrazioni che diano corpo e visibilità alle emozioni. Non è dunque importante il singolo racconto, ma cogliere le emozioni che sono a monte del racconto, che è un derivato narrativo delle emozioni stesse” (Ferro, 2002).

Il campo dunque si modifica non solo attraverso comunicazioni esplicite, ma anche e soprattutto attraverso i cambiamenti della qualità profonda dell'ascolto e della disponibilità ricettiva dell'analista.

Il concetto di campo passando dalla psicoanalisi individuale a quella di gruppo

La situazione di campo bipersonale può essere utilmente estesa dalla psicoanalisi classica a quella di gruppo: in questo caso si parlerà di “campo multipersonale”.

Il concetto di campo multipersonale focalizza l'attenzione sulle evoluzioni del campo di gruppo, dove i membri del gruppo e l'analista si muovono in modo interdipendente. Secondo Neri (2017), è possibile intercettare nei fenomeni di gruppo anche la cosiddetta “fantasia inconscia multipersonale”, che trasla nel significato il concetto di fantasia inconscia bipersonale sviluppata dai Baranger. Essa ricondurrebbe al gioco incrociato di identificazioni proiettive che coinvolgono sia l'analista che i membri del gruppo. È possibile accostare questo concetto anche a quello di mentalità primitiva e agli assunti di base di Bion (1961). I punti in comune tra le due nozioni consisterebbero principalmente nell'idea di un deposito collettivo e nell'impiego dell'identificazione proiettiva.

Il campo può essere anche concepito come deposito o contenitore transpersonale, un insieme cioè di sentimenti, emozioni e idee presenti nel gruppo, che condiziona tanto le persone del gruppo tanto la loro relazione. Gli individui contribuiscono a depositare questi elementi fino a comporre un'amalgama che non corrisponde più né ai singoli, né alla relazione, ma che li condiziona entrambi (Neri, 2017).

Le idee, gli affetti e le azioni che si presentano in una seduta di gruppo sono da considerarsi, inoltre, espressione di un significato complessivo, a cui il terapeuta può accedere abbracciando una modalità specifica di pensiero che Neri chiama “cercare la disposizione a stella” (Neri, 2017). Diventa cioè fondamentale sintonizzarsi, mettersi all'unisono con ciò che avviene nel gruppo, identificando un nucleo centrale, o fuoco, con il quale tutti gli elementi sono in relazione. In questo modo diventa possibile l'emergere di un significato implicito, a cui tutti i membri hanno contribuito con i loro interventi. Gli elementi del campo sono dunque interdipendenti tra loro.

Rapporto tra campo del gruppo e individui

Allargando la prospettiva gruppale dal campo ai singoli individui che lo compongono, possiamo utilmente riflettere su alcuni elementi fondamentali per una concettualizzazione teorica integrata ed una precisa teoria della tecnica. Pichon- Rivière (1971) afferma che un gruppo può affrontare efficacemente il tema proposto da un singolo solo se questo si è trasformato in un elemento del campo comune, quando appare cioè come “una configurazione che coinvolge il gruppo come un tutto”. Solo se una fantasia è entrata a far parte del campo, sarà possibile una vera e propria trasformazione. A questo proposito, Neri parla di commuting (dall'inglese commuter, pendolare), vale a dire un insieme di funzioni che presiedono al passaggio e alla trasformazioni di elementi dalla sfera individuale a quella gruppale. La diffusione transpersonale o transtemporale rappresenta una modalità di commuting che avviene senza che il soggetto ne sia cosciente. È un passaggio che non si verifica intenzionalmente, ma che si diffonde come potrebbe fare un gas, “attraversando la pelle mentale degli individui” (Neri, 2021). Per esempio, una qualità che può essere diffusa nel gruppo è, ad esempio, la noia che regna e tiene unita una famiglia, o la sensazione di gelo e freddezza. Nel gruppo si assiste ad una narrazione ideologica, che esclude ogni forma di comunicazione gioiosa e vitale. Significa allora che il paziente sta cercando di affrontare, con l'aiuto dell'analista e degli altri membri, qualcosa che fino a quel punto è rimasto celato nel profondo del suo inconscio.

Un membro che entra in un gruppo già costituito (anche da poche sedute) viene vissuto dagli altri partecipanti come una persona che si aggiunge ad un tutto già definito e perfetto: diventa necessario dunque procedere ad una ristrutturazione del gruppo nel suo insieme. Diventare membro di un gruppo non avviene automaticamente e senza sforzo, ma richiede un forte impegno ed un forte investimento affettivo. A titolo esemplificativo portiamo la fantasia di un paziente da poco entrato in un gruppo di psicoterapia formatosi da diverse sedute. Lo stralcio che segue è tratto dall'opera di Neri, dal titolo: “Gruppo” (2017).

Fantasia di Luigi: “ pensavo che, se uno avesse corso ad una velocità superiore a quella della luce, via via avrebbe incontrato il proprio passato. Ora però mi è venuto in mente che, se avesse rallentato, anche solo un momento, sarebbe stato investito dall’astronave su cui si era messo” (In Neri, 2017).

Le persone quando entrano in un gruppo spesso sono spaventate, non sanno quando possono parlare. È come se si trovassero davanti ad un gruppo- Sfinge, un'entità mostro che ha aspetti umani ma altri così sorprendenti da non riuscire ad essere collocati nell'ambito dell'esperienza comune. Questo vissuto, quando viene superato, risulta prezioso ed offre grandi possibilità: si apprende a stare in presenza di qualcosa che sfugge alle nostre definizioni. Entrare in un gruppo significa, pertanto, anche avviare un intenso e faticoso lavoro di ridefinizione identitaria, di soggettivazione.

Conclusioni

Il concetto di campo compare in psicologia e in psicoanalisi come importazione del corrispondente concetto sviluppato nell'ambito della fisica alla fine dell'Ottocento: ogni interazione elettrica, magnetica, gravitazionale è descrivibile come campo. Sebbene non sia direttamente osservabile, la sua esistenza può essere dedotta dai suoi effetti sui corpi. Inoltre, qualsiasi evento relativo ad un oggetto del campo influenza tutti gli altri oggetti presenti. Il campo, in psicoanalisi, sebbene sia difficile darne una definizione univoca, coinvolge un insieme di investimenti emotivi, affettivi, mentali, ideologici; svolge, inoltre, un'attività nutritiva e di sostegno sugli individui e sulle relazioni che hanno luogo al suo interno.

Le origini del modello di campo si fanno risalire ai contributi di Kurt Lewin (1951) che definisce il campo, in ambito sociale e psicologico, come una totalità dinamica capace di creare all’interno di un gruppo un senso di coesione e appartenenza che si manifesta con l’emergere del sentimento del “noi”; implica un’identità di gruppo, per cui il cambiamento di uno provoca il cambiamento anche degli altri (Neri, 2017).

Le ricerche sui funzionamenti gruppali di Foulkes (1964) che considera il gruppo un’entità psicologica e di Bion (1961) che studia gli assetti del gruppo di lavoro e in assunto di base, pur non introducendo espressamente ed esplicitamente la nozione di campo, tuttavia ne costituiscono delle premesse. Rivoluzionaria sarà la portata del pensiero dei coniugi Baranger, che inizieranno ad applicare il concetto di campo alla situazione che si crea tra analista e analizzando. Si collegano non solo al concetto di campo derivato dalla fenomenologia, ma si avvicinano anche alla posizione di autori che si sono progressivamente allontanati e distaccati dalla prassi terapeutica classica, la quale esigeva distanziamento e neutralità. A introdurre il pensiero dei Baranger in Italia furono Ferro e Bezoari, ma si deve a Francesco Corrao il primo contributo rilevante al concetto di campo, non più come luogo ma come funzione della situazione analitica, le cui proprietà variano continuamente. Il campo è infatti definito da Corrao come un sistema i cui gradi di libertà sono molteplici e le cui delimitazioni sono infinite (Corrao, 1986).

Bibliografia

  • Baranger, M., Baranger, W. (1964). La situazione psicoanalitica come campo bipersonale. Raffaello Cortina: Milano, 2010
  • Corrao F. (1986). Il concetto di campo come modello teorico, in Orme, vol.
  • II, Cortina, Milano (1998).
  • Corrao F. (1987a). L’interpretazione psicoanalitica come fondazione di un campo ermeneutico e dei suoi funtori, in
  • Orme, Cortina, Milano (1998)
  • Correale, A. (1992). Modello di campo. In Interazioni, n.0, pp. 124-126
  • Ferro, A., Civitarese, G. (2015). Il campo analitico e le sue trasformazioni. Raffaello Cortina: Milano
  • Ferro A. (2002). Fattori di malattia, fattori di guarigione. Cortina, Milano.
  • Ferro A. (2007). Evitare le emozioni, vivere le emozioni. Cortina, Milano.
  • Gaburri E. (1997). Introduzione. In: Gaburri E. (a cura di) Emozione e interpretazione. Bollati Boringhieri, Torino
  • Lewin, K. (1935). Teoria dinamica della personalità. Giunti: Firenze, 2011
  • Merleau-Ponty, M. (1945). Fenomenologia della percezione. Bompiani: Milano, 2003
  • Neri C. (2017). Gruppo. Raffaello Cortina, Milano
  • Neri C. (2021). Il gruppo come cura. Raffaello Cortina, Milano
  • Ogden T.H. (1994). Soggetti dell’analisi.
  • Masson, Milano (1999)
  • Ogden T.H. (1997). Rêverie e interpretazione.
  • Astrolabio, Roma (1999)
  • Pichon-Rivière, E. (1971). Il processo gruppale. Dalla psicoanalisi alla psicologia sociale. Loreto : Libreria editrice lauretana

Chiusura

Meditazione

La presenza che rimane sulla soglia

Andrea Galgano

Ci sono assenze che non interrompono una storia. La rendono, piuttosto, più silenziosa e più profonda. Ci sono persone che, anche quando non possono più prendere parte al dialogo quotidiano, continuano ad abitare il campo delle relazioni, delle idee, delle parole che hanno contribuito a generare. È in questo senso che oggi ricordiamo Serena Baroncelli: non soltanto come una collega, psicoanalista e psicoterapeuta che non è più tra noi, ma come una presenza che continua a interrogare il nostro modo di intendere la cura, la relazione e il destino stesso della psicoanalisi.

Dedicare a Serena questo numero di Psicoanalisi Neofreudiana significa allora compiere un gesto che è insieme affettivo, scientifico e simbolico. Significa riconoscere che una comunità professionale non è fatta soltanto di testi, teorie, congressi, pubblicazioni e pratiche cliniche, ma anche delle persone attraverso cui la dimensione della conoscenza diventa esperienza, stile, responsabilità. La psicoanalisi, infatti, non si trasmette mai soltanto come dottrina: si trasmette attraverso il modo in cui qualcuno ascolta, attende, interpreta, dubita, si lascia interrogare dall'altro.

E forse è proprio il tema di questo numero, la clinica del limite, a offrirci la parola più adatta per avvicinarci al senso di questo omaggio.

Il limite non è soltanto ciò che separa. È anche ciò che custodisce. È il bordo che impedisce al caos di dilagare, ma è nello stesso tempo la soglia attraverso cui qualcosa può passare. Nella clinica, il limite non coincide semplicemente con una restrizione, con un’incapacità o con un arresto: può diventare uno spazio intermedio, un luogo di attesa nel quale una forma non ancora compiuta può lentamente emergere.

È uno dei paradossi più profondi della psicoterapia: talvolta trasformare non significa spingere in avanti, ma saper sostare. Non significa forzare il cambiamento, ma creare le condizioni perché il cambiamento possa accadere. La clinica del limite diventa così una clinica della soglia: quella regione fragile nella quale il paziente non è più completamente ciò che era e non è ancora ciò che potrà diventare. Il lavoro terapeutico consiste anche nel rendere abitabile questo intervallo.

È un’immagine che appartiene profondamente alla tradizione psicoanalitica contemporanea. La trasformazione non viene pensata come semplice adattamento o come cancellazione del sintomo, ma come possibilità di dare una forma nuova all’esperienza. La psiche attraversa il limite, il sogno, il trauma, il corpo, la relazione e la parola per cercare una configurazione più propria del vivere.

In questo senso, la stanza d’analisi è uno dei luoghi più delicati in cui l’essere umano può sostare davanti a ciò che ancora non conosce di sé. Il terapeuta non è colui che possiede in anticipo la mappa del viaggio. È colui che accetta di percorrere una terra che, almeno in parte, deve ancora essere nominata. La prospettiva intersoggettiva ha reso ancora più evidente questo dato: la trasformazione non appartiene esclusivamente al paziente, né esclusivamente all’analista, ma prende forma nello spazio relazionale che nasce fra i due.

Per questo il non-sapere, in psicoanalisi, non coincide con una mancanza. È una disciplina. È la capacità di non saturare troppo presto l’esperienza con una spiegazione, di lasciare che ciò che ancora non ha forma possa trovare lentamente le proprie parole. La tradizione di Bion, e poi quella interpersonale e relazionale, ci hanno insegnato che l’analista deve poter sospendere il bisogno di sapere per ascoltare ciò che accade realmente nell’incontro. Una convinzione clinica, per essere tale, deve poter essere esposta all’altro, alla relazione, al dubbio, alla possibilità di essere corretta. È qui che il rigore scientifico e la dimensione poetica della psicoanalisi possono incontrarsi senza confondersi.

La scienza ci chiede di verificare, di distinguere il dato dall'inferenza, di sottoporre le nostre ipotesi alla possibilità della correzione. La clinica ci ricorda però che l’essere umano non è mai soltanto un dato osservabile: è storia, relazione, memoria, desiderio, conflitto, immagine, parola. La psicoanalisi vive precisamente dentro questa tensione. Non può rinunciare al rigore, ma non può nemmeno ridurre la complessità dell'esperienza alla sola misurazione dell'esito. La ricerca stessa mostra quanto gli effetti della cura dipendano dalla durata, dalla qualità dell’alleanza, dalle caratteristiche del paziente e, soprattutto, dall'incontro fra quello specifico paziente e quello specifico terapeuta. L’esito non è semplicemente la conseguenza di una tecnica applicata correttamente.

È forse anche per questo che ricordare una collega non è un atto estraneo alla scienza. Al contrario, appartiene alla sua etica più profonda. Ricordare significa riconoscere che ogni sapere clinico è incarnato in una storia di incontri, di supervisioni, di discussioni, di intuizioni, di errori e di trasformazioni condivise. E allora questo omaggio a Serena non vuole essere soltanto una pagina rivolta al passato ma un orizzonte rivolto al futuro.

Perché il modo più autentico di ricordare chi ha lavorato nella psicoanalisi è continuare a lavorare. Continuare a porre domande. Continuare a mettere in discussione ciò che crediamo di sapere. Continuare a proteggere, nella pratica clinica, quello spazio sottile nel quale una persona può smettere per un momento di essere prigioniera della propria forma precedente.

La metafora della crisalide, così presente nella riflessione neofreudiana sulla metamorfosi, può allora assumere anche un valore per il nostro commiato. La crisalide è una forma che non appare più viva secondo i criteri abituali, e tuttavia, custodisce un lavoro intensissimo. Nel silenzio, qualcosa si sta trasformando. La clinica psicoanalitica conosce bene questo tempo: il tempo in cui non accade apparentemente nulla e, tuttavia, qualcosa si prepara. La cura non può strappare la farfalla dal bozzolo; può soltanto custodire le condizioni perché la trasformazione divenga possibile.

Anche il lutto conosce questo paradosso. La perdita introduce un limite che non possiamo oltrepassare nel senso semplice del termine. Chi non c’è più non può essere riportato nella forma della presenza. Eppure la relazione non scompare necessariamente con la presenza. Può trasformarsi. Può passare dalla voce al ricordo, dall'incontro alla traccia, dalla quotidianità alla memoria condivisa. Ciò che è stato vissuto può continuare a operare nel campo psichico di chi rimane.

Forse è questo il significato più profondo di un tempo come quello che oggi rivolgiamo a Serena Baroncelli. Non tentare di colmare l’assenza, perché alcune assenze non devono essere colmate. Ma riconoscerle, custodirle e permettere che diventino parte della nostra storia.

Una rivista scientifica è, in fondo, uno degli strumenti attraverso cui una comunità cerca di sottrarre qualcosa al tempo. Una parola scritta rimane quando la voce tace. Un pensiero continua il proprio viaggio anche quando chi lo ha pensato non può più accompagnarlo. Un testo può diventare memoria, e la memoria può diventare nuova domanda.

Così vorremmo che Serena rimanesse tra queste pagine: non come una figura fissata una volta per tutte nel ricordo, ma come una presenza capace ancora di muovere il pensiero. Come accade nella buona psicoanalisi, anche la memoria non dovrebbe essere una forma immobile. Dovrebbe poter trasformare chi ricorda.

A Serena, dunque, dedichiamo questo numero.

Alla sua vita professionale, alla sua presenza nella nostra comunità, alla traccia che ha lasciato nei colleghi e nel lavoro condiviso. E soprattutto a ciò che ogni psicoanalista, nel proprio mestiere, conosce intimamente: che la fine di una presenza non coincide necessariamente con la fine di una relazione.

Alcune relazioni cambiano forma, diventano memoria, pensiero, responsabilità e, qualche volta, una domanda che continua a restare aperta.

E forse è proprio sulla soglia di questa domanda - là dove il limite non chiude, ma apre - che possiamo ancora incontrare Serena.

Dopo un anno di rispettoso silenzio.

A Serena: Nota alla Memoria

Irene Battaglini, Coordinatore Scientifico ed Editor in Chief

C’è un tempo, nelle istituzioni come nelle persone, in cui il dolore chiede una parola pubblica. Questo fascicolo si chiude a un anno dall’accaduto, e sento il dovere — prima ancora che il compito — di dire questa perdita con la voce piana delle cose vere.

Scrivo non solo a titolo personale: anche a nome del Direttivo Fromm e dei Didatti che hanno lavorato con Serena Baroncelli.

Siamo stati una comunità di lavoro, di studio e di amicizia scientifica che con Serena Baroncelli ha condiviso le pagine di questa rivista, la clinica, la formazione, la supervisione, i suoi corsi e soprattutto il suo indimenticabile sorriso.

A un anno di distanza il rammarico non si è fatto più leggero; si è fatto, semmai, più feroce: non ci sono strumenti quantici per tornare indietro. Ora sappiamo meglio che cosa ci manca: la sua misura, il rigore senza ostentazione, la serietà con cui trattava il lavoro dei gruppi e la parola di chi le si affidava, la discrezione con cui sapeva esserci: ma prima di ogni altra cosa, la Sua Anima di una indicibile freschezza esistenziale.

Le pagine che precedono raccolgono i suoi scritti per Psicoanalisi Neofreudiana. Non risarciscono nulla, e non lo pretendono: nessuna pubblicazione restituisce una presenza: tuttavia affidano al lettore ciò che di Serena resta vivo e operante e lo restituiscono alla comunità in cui quel pensiero è nato.

Il rammarico è anche per ciò che il tempo non ha concesso: i testi rimasti allo stadio di abstract, i progetti appena accennati, le conversazioni interrotte. Li custodiamo come si custodisce un lavoro incompiuto di valore: senza chiuderlo al posto suo.

A Serena va la nostra gratitudine. A chi le ha voluto bene, il nostro pensiero rispettoso. A noi, che restiamo, il compito che questa Rivista si assume da sempre: continuare a lavorare, che è il solo modo serio di ricordare chi ha lavorato con noi.

Poesie

Andrea Galgano

Sirmione

Il lagovetro evade, avvolge
tuoni di sale tra nubi strette.
L’abbaglio asciutto rivela
diluvi e sfere d’azzurro,
come giada invisibile.
La gloria dei cigni
sfiora l’inizio di ogni elemento
e l’afasia delle acque.
La linea dell’orizzonte
è fato vigile:
il peso dell’anima congiunge
fantasmi d’amore
alla luce piramide.
Il cuore caduceo della sera,
nella vela darsena,
ha mura di brine
e il tempo trasmuta le ciglia.
Svela
il pudore di ogni tenebra,
quando la penisola del giorno
cade nella trasparenza
delle spiagge bionde.
Le nostre cose introvabili
sono sindone

Prato di luce nascosta

La fiamma segreta del lino
raggiunge i tuoi viali lunari.
Gli occhi damasco del Bisenzio
trafiggono la seta delle mura,
il bianco riflesso,
dove i nidi dei chiostri
vegliano i tagli del cielo ocra
e le persiane scostate.
Le notti sui palazzi velluti
impastano glicini e polveri.
Il Castello conclude
le colonne arenaria come rugiade,
i chiarori sui ponti
aspettano notti incolumi
e navate di luce fenice.
È donna di pioggia
la tua liturgia d’azzurro
nel primo imbrunire.
I tuoi giorni di salici
saranno nuvole cardate,
dai corridoi dell’alba

Abaco d’ocra (Pistoia)

L’oasi bassa dei serpentini
guarda la luna delle fragole,
le rose aduste
degli occhi serici sull’Ombrone,
trafiggono le carte
dei graffi bianchi,
dove i cieli delle losanghe
vegliano sinopie scarlatte.
Le notti sui palazzi
mescolano magnolie e ballatoi,
quando Via degli Orafi
contiene
i portici delle rugiade antiche,
i chiarori su San Bartolomeo
aspettano domeniche di girasoli
e focolari di ortensie.
Dirai di un giorno – che i lecci
sono cuspidi di vento
tra le nubi degli sporti
e che l’aria vetrina l’ombra
ma i tuoi baci sconosciuti

Lucca

L’arborato cerchio custodisce
l’odore cavedio delle estati,
la malva degli astri
s’acciglia sopra le mura rosse.
Nei vicoli stretti
la notte si accende di merlate,
sfiora la grammatica delle finestre,
i gigli dimenticati, gli acini cortili
e le spore rosse dei tetti.
Entra nel suo anfiteatro:
i suoi occhi sono sipari di camelie brune,
trattengono il meriggio
delle persiane socchiuse e delle fonti d’ombra:
è lo spiraglio che sparge
colori di terra e raggi di bici,
l’ora della pelle del cielo sui tigli.
Di sogni e di pesche
s’insapora la polvere impudica
delle torri zenitali