Quattordici scritti e due poesie che fanno da soglia, intorno a un solo tema: il limite — non ciò che separa soltanto, ma il bordo che custodisce, e attraverso cui qualcosa può passare. In questa pagina il sommario del numero, con gli abstract; il fascicolo completo in PDF esce entro l'8 settembre.
Come esprime la ruvida suggestione del guardiano del faro di Peter Hammill e dei Van der Graaf Generator (A Plague of Lighthouse Keepers), lo psicoanalista abita una torre di pietra "implagata" sulla scogliera, esattamente dove la terraferma finisce e comincia la vertigine dell'oceano.
Il bordo dell'acqua è questo: il punto di attrito e di confine tra la solidità rassicurante delle nostre categorie e l'abisso opaco dell'inconscio: che continua a sussistere anche quando la navigazione richiede di essere nel qui ed ora del vento, dell'onda, della chiglia incrinata.
In una certa retorica della prestazione, il limite è trattato come un guasto, una secca su cui la nave si è incagliata, un fallimento della rotta terapeutica. Questo fascicolo gli vorrebbe restituire l'antica prospettiva cartomantica: il limite non è ciò che arresta il viaggio, ma la scogliera che dà una forma all'onda, la condizione stessa perché il mare non travolga la terra e la terra non pretenda di prosciugare il mare.
Il guardiano del faro non placa le tempeste, né si getta tra i flutti per sostituirsi al timoniere della nave che avanza nel buio. La sua postura è al-limite: veglia, sostiene l'isolamento, proietta un fascio di luce viva nella nebbia senza pretendere di illuminare l'intero oceano.
I contributi di questo numero percorrono le diverse fratture di questa scogliera:
Da questo stesso bordo di membrana si abbrivia il mio contributo sul ritiro dal Vivente. Negli ecosistemi intelligenti contemporanei la tentazione è quella di spegnere la lanterna del faro per affidarsi a un radar automatico: mappe predittive, diagnosi istantanee, algoritmi che calcolano la rotta prima ancora che la nave sia salpata. Ma il radar non conosce la sensualità dell'acqua, non avverte il freddo della pietra, non rischia il naufragio: lo legge, lo intercetta, lo prelude. Sostituire l'attrito dell'incontro con la levigatezza del dato significa anestetizzare il campo intersoggettivo, trasformando l'analista in un freddo controllore di traffico.
Stare sul bordo dell'acqua significa accettare che la virtù e la difesa abbiano lo stesso volto. Non possiamo proteggerci dalla notte senza perdere anche la luce del faro. Il compito della clinica contemporanea non è promettere mari calmi, ma restare lassù, sulla soglia tra la roccia e i flutti: abbastanza vicini da scorgere i segnali del navigante, abbastanza saldi da non farci imbrigliare nel gorgo, abbastanza "viventi" da lasciarci ancora disfare i capelli dalla schiuma dell'onda.
Il contributo esplora il mito del sosia e la figura del doppio come chiave per pensare le metamorfosi dell’identità, del riconoscimento e della soggettività. Attraverso il patrimonio mitico (Nala e Damayanti, Anfitrione) e la clinica psichiatrica del delirio di Capgras, l’autore mostra come l’inganno del sosia metta in scena la vacillazione del riconoscimento dell’altro e di sé, sospesa tra familiarità ed estraneità. La figura del doppio diviene così soglia e limite dell’identità, luogo in cui si gioca la tenuta o la frattura della soggettività.
Parole chiave: sosia; doppio; identità; riconoscimento; delirio di Capgras; soggettività; mito.
Il dibattito sulla scientificità della psicoanalisi si è concentrato a lungo sulle prove di efficacia e sul rapporto fra ricerca empirica e pratica clinica. Resta in ombra una domanda che viene prima: con quali operazioni la psicoanalisi mette alla prova ciò che crede di sapere? L'articolo rilegge il dibattito epistemologico a partire dalla svolta interpersonalista, di cui indaga un effetto meno discusso di quello sulla teoria della relazione: lo spostamento dei criteri con cui l'esperienza clinica viene osservata e sottoposta a controllo. Il punto d'appoggio è la teoria sullivaniana della validazione consensuale, estesa qui dal terreno che le è proprio, vale a dire lo sviluppo del soggetto alla conoscenza dell'analista: una convinzione clinica resta paratassica finché non è stata esposta a un'altra mente. Da questa estensione discende la domanda che il lavoro persegue, ossia chi osservi l'osservatore, e con quali dispositivi. Ricerca empirica, ermeneutica e non-sapere rispondono all'obiezione di autoreferenzialità su terreni che non coincidono. La loro divergenza viene mantenuta anziché ricomposta. Il contributo non difende la scientificità della psicoanalisi: chiarisce con quali procedure una disciplina interpretativa può correggersi.
Parole chiave: validazione consensuale; Sullivan; epistemologia psicoanalitica; psicoanalisi interpersonale; supervisione; ricerca in psicoanalisi.
Quando il paziente giunge all'osservazione clinica, i traumi — precoci, infantili, adolescenziali — sono già avvenuti: tutto, nei disturbi post-traumatici, soffre dell'irreversibilità del tempo e della persistenza della memoria. Il contributo distingue le principali configurazioni post-traumatiche, dallo stress post-traumatico al disturbo complesso (C-PTSD), e ne segue l'«atto secondo»: le traiettorie con cui il trauma si riorganizza nella personalità sotto forma di risentimento, di vendetta e di ripetizione invertita. Ne discendono conseguenze cliniche precise: la difficoltà dell'intervento in adolescenza, l'atteggiamento necessariamente attendista del clinico, ma anche il riconoscimento di traiettorie post-traumatiche positive, capaci di riassestare la personalità.
L'attuale ideale culturale dell'autorealizzazione tende a promuovere una rappresentazione di sé come soggetto costantemente migliorabile, alimentando la fantasia di una progressiva emancipazione da ogni fragilità, conflitto o limite interno. In tale prospettiva, possono svilupparsi aspettative secondo cui ogni ostacolo possa essere superato e ogni aspetto di sé trasformato grazie al lavoro terapeutico: al termine del percorso non si proverà più ansia, insicurezza o paura dell'abbandono, né vi sarà il rischio di confrontarsi nuovamente con modalità di funzionamento già conosciute. L'esperienza clinica mostra, tuttavia, una realtà più complessa. Accanto ai cambiamenti che la psicoterapia rende possibili, esistono aspetti profondi e strutturali della personalità che tendono a riemergere soprattutto nei momenti di crisi, stress o transizione esistenziale. Il presente contributo propone una lettura del ritorno del sintomo come espressione del limite costitutivo del funzionamento psichico dell'individuo. Il lavoro terapeutico viene quindi inteso non solo come promozione del cambiamento, ma anche come progressiva capacità di riconoscere, comprendere e integrare aspetti di sé che difficilmente possono essere trasformati in modo definitivo. La psicoterapia non conduce all'assenza del limite, ma può guidare il soggetto verso una relazione diversa con esso, nella quale cambiamento e accettazione cessano di essere termini contrapposti e diventano dimensioni complementari del processo terapeutico.
Il contributo propone una lettura fenomenologico-psicodinamica della cameretta digitale come figura clinica centrale nella psicoterapia contemporanea dei giovani adulti. La stanza connessa non viene considerata un semplice contenitore del ritiro, né lo spazio di una vita virtuale contrapposta a quella reale, ma una particolare organizzazione dello spazio vissuto: rifugio dall'eccesso dello sguardo e della richiesta sociale, involucro difensivo, cabina di regia della presenza online e possibile soglia dell'incontro. In dialogo con la letteratura italiana sul ritiro sociale e sull'hikikomori, il testo distingue il ritiro dall'uso intensivo delle tecnologie e dalla dipendenza da internet. Attraverso i concetti di spazio vissuto, limite, schizoempiria, atmosfera e spazio potenziale, viene mostrata l'ambivalenza della cameretta: essa protegge l'individuo da un mondo divenuto impraticabile, ma può irrigidirsi fino a coincidere con l'intero orizzonte del possibile. Il termine evento non designa un episodio osservabile, come l'accensione della videocamera o l'uscita di casa, ma una trasformazione del campo relazionale e delle possibilità di esistenza. L'evento terapeutico accade quando il limite non viene né violato né confermato indefinitamente, ma riacquista la funzione di soglia. La cura non coincide pertanto con l'abolizione della stanza, bensì con il passaggio attraverso cui essa può tornare a essere un luogo tra altri luoghi.
Parole chiave: giovani adulti; ritiro sociale; hikikomori; spazio vissuto; limite; evento; presenza online; psicoterapia online.
Il concetto di limite occupa una posizione centrale nel pensiero psicoanalitico sin dalle sue origini, venendo spesso associato alle nozioni di confine, separazione, interdizione e funzione organizzatrice della vita psichica. Senza negarne tali funzioni, il presente contributo propone di interrogare il limite anche nella sua dimensione generativa, come luogo di passaggio e trasformazione. In tale ottica, il limite si configura come una regione intermedia dell'esperienza umana, in cui il soggetto non appartiene più pienamente a ciò che era, senza essere ancora divenuto ciò che sarà. Le grandi transizioni dell'esistenza - dalla nascita all'adolescenza, dal lutto alla malattia, fino ai momenti cruciali del percorso terapeutico - vengono così considerate come esperienze di attraversamento nelle quali il cambiamento psichico richiede la capacità di sostare nell'incertezza e nell'incompiuto. La psicopatologia può allora essere letta come una difficoltà nel rapporto con la soglia e con i processi trasformativi che essa implica, mentre la psicoterapia si configura come un contesto liminale protetto, all'interno del quale paziente e terapeuta condividono rischi e possibilità del passaggio. Il limite viene così pensato non soltanto come ciò che separa, ma come il territorio stesso della metamorfosi: un luogo in cui le forme precedenti dell'esperienza si dissolvono e nuove configurazioni del Sé possono progressivamente emergere.
Il lavoro analizza la trasformazione contemporanea della domanda amorosa in psicoterapia, mostrando come l'assenza di una relazione stabile diventi spesso il nucleo della sofferenza clinica. Attraverso tre casi clinici femminili, si evidenzia come il partner assuma funzioni di regolazione identitaria ed emotiva. La psicoterapia viene così investita di attese che eccedono il suo compito interpretativo, fino a includere l'esito relazionale del paziente. Ne emerge una tensione strutturale tra desiderio, attaccamento e cultura dell'ottimizzazione affettiva.
Parole chiave: domanda amorosa; transfert; interminabilità dell'analisi; scelta del partner; Erich Fromm; funzione della psicoterapia.
Il contributo propone una rilettura del mito di Edipo come parabola delle occasioni e dei rischi connessi all'uso stringente della ragione. Attraverso le tappe del mito --- l'illuminazione di Delfi, l'enigma della Sfinge, il dilemma di Tiresia, l'accecamento e l'approdo a Colono --- l'autore legge la scelta edipica come radicale adesione alla «via di Apollo»: distanziazione, differenziazione, verticalizzazione, a scapito della dimensione ambigua e umbratile dell'esistere. Il dilemma fra ascensionalità e immanenza, fra maschile e femminile, fra definito e indefinito, attraversa l'intera esistenza e non si risolve se non in un difficile equilibrio fra le due tendenze. La parabola di Edipo assume così un valore antropologico e clinico: paradigma del prezzo della tracotanza raziocinante e della necessità di reintegrare l'ombra.
Parole chiave: Edipo; mito e psicopatologia; ragione e ambivalenza; via di Apollo; ascensionalità e immanenza; ombra; scelta e responsabilità.
La «rivoluzione dei simboli», come la definì Jacques Cauvin, che prelude alla nascita del Neolitico è espressione di un cambiamento nella struttura psichica che segnò un momento decisivo nel percorso evolutivo della specie. La figura che emerge con maggior evidenza nelle antiche culture di agricoltori e allevatori è la Grande Madre, la quale dà alla luce il toro, un maschile che presto affiancherà la dea come giovane dio. La fonte dell'origine e del nutrimento incarnata da una figura femminile e un principio ordinatore che promette ordine e organizzazione. Vedremo attraverso la lettura freudiana e junghiana la relazione tra mito, simbolo e pensiero nella preistoria umana.
Muovendo dalla filosofia delle forme simboliche di Cassirer — la coscienza fondata sul mutamento, non sulla statica — il contributo ripercorre il passaggio dal sapere oracolare, che fissa il destino in un enunciato, alla trasformazione terapeutica, che restituisce senso al movimento della vita psichica. Attraverso Neumann, von Franz e Hillman, la metamorfosi è còlta come opera della funzione formante dell'inconscio, che trascende il perimetro dell'io individuale per farsi struttura del mondo condiviso: come le prime forme del diritto e del mito nascono dall'esigenza di dare un péras — un limite e una forma — al caos primordiale, così la presa di coscienza terapeutica non si esaurisce nella stanza d'analisi, ma riapre lo spazio per un'autentica metamorfosi della civiltà.
Il presente articolo propone una riflessione psicodinamica, fenomenologica e mitopoietica sul concetto di metamorfosi, inteso non come semplice trasformazione adattiva, ma come attraversamento della forma, crisi della forma e possibile ritrovamento di una forma psichica più originaria. A partire dall’etimologia greca di metamorphosis — metá, “oltre”, e morphé, “forma” — il contributo indaga la metamorfosi come processo fondamentale della vita psichica, collocandola al crocevia tra zoé, bíos, psyché e anima. La figura della crisalide, della farfalla, della falena e del baco da seta viene assunta come metafora clinica del lavoro interiore: la psiche produce il proprio bozzolo simbolico, fila immagini, sogni e narrazioni, trasformando il trauma, il sintomo e il falso Sé in possibilità di individuazione. Il sogno viene interpretato come luogo privilegiato della metamorfosi naturale della psiche, dalla funzione onirica freudiana alla prospettiva simbolica di Jung, dalla sintassi esistenziale del sogno in Binswanger e Foucault alla fedeltà all’immagine di Hillman. Una vignetta onirica autoanalitica, centrata sull’apparizione di una volpe rossa che si trasforma in giovane donna, viene utilizzata come esempio di produzione mitopoietica del sogno e di dialogo tra psiche, natura e selvatico. In dialogo con Freud, Jung, Ferenczi, Winnicott, Bion, Kohut, Kernberg, Bollas, Hillman e Heidegger, l’articolo propone una clinica del limite come arte dell’attesa, della cura e della forma nascente. La psicoterapia viene così pensata come therapeía, relazione capace di custodire il bozzolo psichico senza forzare la nascita della farfalla, favorendo la trasformazione del vissuto in simbolo, del sintomo in racconto, della sofferenza in poiesis.
Il contributo esamina la figura e l'opera di Vladimír Holan, tra le voci più significative della poesia ceca del Novecento, a partire dalla recente ripubblicazione italiana di Una notte con Amleto e altre poesie nella storica traduzione di Angelo Maria Ripellino. Attraverso una lettura critica che intreccia dati biografici, contesto storico e analisi tematica, il saggio mette in evidenza la complessità della scrittura holaniana, caratterizzata da una tensione costante tra esperienza storica e interrogazione metafisica. L'universo poetico di Holan si configura come uno spazio dominato dall'ombra, dalla precarietà e dalla dissoluzione, nel quale la riflessione sulla morte, sul silenzio, sulla colpa e sul destino si traduce in una lingua di straordinaria densità simbolica e visionaria. Particolare attenzione viene dedicata alla dimensione barocca della sua poesia, all'elaborazione del motivo della notte, alla centralità della figura materna e alla rappresentazione della storia come processo di rovina e disfacimento. L'analisi di Una notte con Amleto consente inoltre di evidenziare il ruolo del personaggio shakespeariano quale alter ego dell'autore e incarnazione delle inquietudini spirituali e storiche del Novecento europeo. Ne emerge il ritratto di un poeta dell'insonnia metafisica, capace di trasformare il trauma individuale e collettivo in una radicale meditazione sui limiti dell'esistenza.
Parole chiave: Vladimír Holan; poesia ceca del Novecento; Una notte con Amleto; barocco; metafisica; silenzio; memoria; morte; storia; Angelo Maria Ripellino.
L'articolo prende avvio da un confronto deliberatamente esposto con una matrice intelligente: un dispositivo capace di ampliare il campo, ordinare le fonti, restituire formulazioni e accelerare la costruzione concettuale. Proprio questa fecondità introduce il dubbio: quando l'estensione del pensiero diventa sostituzione della sua genesi? Come distinguere una funzione che rende l'esperienza più pensabile da una risposta che la precede fino a renderla superflua; una competenza acquisita attraverso il lavoro e l'incontro da una competenza soltanto acquistata? Il saggio non parla dell'IA soltanto dall'esterno: si espone al proprio oggetto d'indagine e ne estende le conseguenze alla clinica, alla diagnosi e all'assessment, che possono essere privati del proprio fondamento epistemico, la conoscenza diretta dell'Altro. Quell'Altro che, nel senso di Lévinas, precede ogni conoscenza e istituisce la responsabilità del clinico; e con essa la fiducia, termine desueto e tuttavia inalienabile, che può essere revocata nominalmente ma non espunta dalla relazione. L'ipotesi centrale è che il dato acquisito, apodittico e a tratti didascalico, con il quale tendiamo a uniformare la psicoterapia alla regolazione e al risultato efficiente --- quella logica della prestazione che Byung-Chul Han ha eletto a cifra del presente[^1] --- non riguardi soltanto il paziente, ma l'intero campo intersoggettivo. Chiamo ritiro dal Vivente la progressiva anestesia della risonanza: una riduzione della disponibilità reciproca a essere raggiunti, sorpresi e modificati, che può coinvolgere anche il terapeuta quando la sua funzione si restringe a quella di collettore di dati e consulente di orientamento. Il dato, acquisito dall'IA e dai social in forma accelerata, omogeneizzata e non verificata nella relazione, può sostituire il sintomo e oscurare i processi inconsci che prendono forma nel campo. L'angolo visuale offerto da Fromm e dalla psicoanalisi interpersonale, umanistica ed esistenziale non promette salvezza; offre però un asse per distinguere evitamento, rifugio e ritiro dell'analista da quelle ritirate reversibili che custodiscono il desiderio e preparano un ritorno. Il problema investe anche la formazione e la trasmissione del sapere clinico ai futuri psicoterapeuti e costituisce una linea d'indagine orientata al Congresso WADP di Vienna del 2027.
Parole chiave: ritiro dal Vivente; anestesia della risonanza; postura al-limite; intelligenza artificiale e psicoterapia; campo intersoggettivo; Byung-Chul Han, logica della prestazione; Fromm, avere ed essere; fiducia e incontro clinico; diagnosi e assessment.
Il presente contributo propone un'analisi della poesia di Arsenij Tarkovskij a partire dai volumi Stelle tardive. Versi e prosa e Stelle tardive. Poesie disperse, curati e tradotti da Gario Zappi. Attraverso una lettura tematica e stilistica dei testi, l'articolo si sofferma sui principali nuclei della poetica tarkovskiana, evidenziando il ruolo centrale della memoria, della dimensione spirituale e del rapporto tra uomo e natura. In una prospettiva che intreccia esperienza individuale e tensione metafisica, la parola poetica si configura come luogo di mediazione tra materia ed eterno, tra contingenza storica e ricerca dell'assoluto. Particolare attenzione è dedicata alla ricorrenza di immagini simboliche -- il respiro, la luce, il vento, la terra e le stelle -- che strutturano un immaginario fondato sulla continuità tra visibile e invisibile. Il saggio evidenzia inoltre come la poesia di Tarkovskij, maturata nel contesto della cultura sovietica e segnata da una lunga marginalizzazione editoriale, sviluppi una peculiare concezione del tempo, inteso non come successione cronologica ma come dimensione unitaria in cui memoria, sogno e destino convergono. Ne emerge il profilo di una delle voci più originali della lirica russa del Novecento, capace di trasformare l'esperienza del limite in una meditazione universale sulla vita, sulla morte e sulla permanenza dell'essere.
Parole chiave: Arsenij Tarkovskij; poesia russa del Novecento; memoria; spiritualità; natura; tempo; trascendenza; simbolismo; immaginario poetico; lirica russa.
Sommario provvisorio: l'ordine e i contenuti possono subire variazioni in sede di chiusura redazionale.