Tredici scritti e due poesie che fanno da soglia, intorno a un solo tema: il limite — non ciò che separa soltanto, ma il bordo che custodisce, e attraverso cui qualcosa può passare. In questa pagina il sommario del numero: ogni contributo si legge online o si scarica in PDF; il fascicolo completo si richiede con il modulo.
Come esprime la ruvida suggestione del guardiano del faro di Peter Hammill e dei Van der Graaf Generator (A Plague of Lighthouse Keepers), lo psicoanalista abita una torre di pietra "implagata" sulla scogliera, esattamente dove la terraferma finisce e comincia la vertigine dell'oceano.
Il bordo dell'acqua è questo: il punto di attrito e di confine tra la solidità rassicurante delle nostre categorie e l'abisso opaco dell'inconscio: che continua a sussistere anche quando la navigazione richiede di essere nel qui ed ora del vento, dell'onda, della chiglia incrinata.
In una certa retorica della prestazione, il limite è trattato come un guasto, una secca su cui la nave si è incagliata, un fallimento della rotta terapeutica. Questo fascicolo gli vorrebbe restituire l'antica prospettiva cartomantica: il limite non è ciò che arresta il viaggio, ma la scogliera che dà una forma all'onda, la condizione stessa perché il mare non travolga la terra e la terra non pretenda di prosciugare il mare.
Il guardiano del faro non placa le tempeste, né si getta tra i flutti per sostituirsi al timoniere della nave che avanza nel buio. La sua postura è al-limite: veglia, sostiene l'isolamento, proietta un fascio di luce viva nella nebbia senza pretendere di illuminare l'intero oceano.
I contributi di questo numero percorrono le diverse fratture di questa scogliera:
Da questo stesso bordo di membrana si abbrivia il mio contributo sul ritiro dal Vivente. Negli ecosistemi intelligenti contemporanei la tentazione è quella di spegnere la lanterna del faro per affidarsi a un radar automatico: mappe predittive, diagnosi istantanee, algoritmi che calcolano la rotta prima ancora che la nave sia salpata. Ma il radar non conosce la sensualità dell'acqua, non avverte il freddo della pietra, non rischia il naufragio: lo legge, lo intercetta, lo prelude. Sostituire l'attrito dell'incontro con la levigatezza del dato significa anestetizzare il campo intersoggettivo, trasformando l'analista in un freddo controllore di traffico.
Stare sul bordo dell'acqua significa accettare che la virtù e la difesa abbiano lo stesso volto. Non possiamo proteggerci dalla notte senza perdere anche la luce del faro. Il compito della clinica contemporanea non è promettere mari calmi, ma restare lassù, sulla soglia tra la roccia e i flutti: abbastanza vicini da scorgere i segnali del navigante, abbastanza saldi da non farci imbrigliare nel gorgo, abbastanza "viventi" da lasciarci ancora disfare i capelli dalla schiuma dell'onda.

L’articolo è la rielaborazione di varie lezioni tenute in questi anni in diversi contesti didattici. Il suo scopo è gettare una luce sul fatto che non solo e non sempre i disturbi post-traumatici si manifestano con dei sintomi noti e codificabili per un periodo breve o più prolungato nel tempo. Soprattutto per quella che è l’area dei traumi in età evolutiva dobbiamo sempre più confrontarci con situazioni cliniche nelle quali il o i traumi ripetuti (abuso, violenza assistita, rischio di morte violenta o morte assistita, altre esperienze a valenza traumatica) rimangono indelebili nella memoria, sebbene sottoposti ai classici meccanismi di repressione e rimozione. La presenza di aree traumatiche influisce negli anni cruciali dell’infanzia/adolescenza sullo strutturarsi della personalità. Molti disturbi del comportamento o aree disfunzionali della vita di relazione del’adulto, che spesso vengono etichettati come “disturbi di personalità” di vario tipo, sono riconducibili a traiettorie di sviluppo volte ad evitare accuratamente il ripetersi dell’esposizione traumatica oppure la gestione “attiva” della stessa, una vera sfida contro il mondo della paura e del rischio gestita, però, non più da vittima, ma da protagonista. Per questo molti traumatizzati diventano, nella vita adulta, essi stessi traumatizzatori, “rivisitano il luogo del trauma” ma questa volta dalla parte di chi gestisce il potere. Infine, una realtà clinica crescente è quella dei giovani che sviluppano un’intensa ideazione rivendicativa e recriminatoria rispetto alle figure parentali, come rivincita e vendetta per gli episodi vissuti come traumatici subiti presuntivamente per mano o causa loro nell’infanzia. L’originaria area traumatica può dunque diversificarsi in un ampio ventaglio di configurazioni di personalità, variamente etichettabili, che si fondano da un lato su strategie fobiche e di evitamento, dall’altro di sfida e ripetizione rtuale degli eventi da protagonisti e non più da vittime, oppure della rivendicazione querulomane.
Parole chiave: trauma; disturbi post traumatici (PTSD); disturbo post-traumatico complesso (cPTSD); traiettorie post-traumatiche a lungo termine; risentimento; vendetta; ripetizione invertita; vittimizzazione; disturbo borderline di personalità.

Il dibattito sulla scientificità della psicoanalisi si è concentrato a lungo sulle prove di efficacia e sul rapporto fra ricerca empirica e pratica clinica. Resta in ombra una domanda che viene prima: con quali operazioni la psicoanalisi mette alla prova ciò che crede di sapere? L’articolo rilegge il dibattito epistemologico a partire dalla svolta interpersonalista, di cui indaga un effetto meno discusso di quello sulla teoria della relazione: lo spostamento dei criteri con cui l’esperienza clinica viene osservata e sottoposta a controllo. Il punto d’appoggio è la teoria sullivaniana della validazione consensuale, estesa qui dal terreno che le è proprio, vale a dire lo sviluppo del soggetto alla conoscenza dell’analista: una convinzione clinica resta paratassica finché non è stata esposta a un’altra mente. Da questa estensione discende la domanda che il lavoro persegue, ossia chi osservi l’osservatore, e con quali dispositivi. Ricerca empirica, ermeneutica e non-sapere rispondono all’obiezione di autoreferenzialità su terreni che non coincidono. La loro divergenza viene mantenuta anziché ricomposta. Il contributo non difende la scientificità della psicoanalisi: chiarisce con quali procedure una disciplina interpretativa può correggersi.
Parole chiave: validazione consensuale; Sullivan; epistemologia psicoanalitica; psicoanalisi interpersonale; supervisione; ricerca in psicoanalisi.

Il contributo propone una rilettura del mito di Edipo come parabola delle occasioni e dei rischi connessi all’uso stringente della ragione. Attraverso le tappe del mito — l’illuminazione di Delfi, l’enigma della Sfinge, il dilemma di Tiresia, l’accecamento e l’approdo a Colono — l’autore legge la scelta edipica come radicale adesione alla «via di Apollo»: distanziazione, differenziazione, verticalizzazione, a scapito della dimensione ambigua e umbratile dell’esistere. Il dilemma fra ascensionalità e immanenza, fra maschile e femminile, fra definito e indefinito, attraversa l’intera esistenza e non si risolve se non in un difficile equilibrio fra le due tendenze. La parabola di Edipo assume così un valore antropologico e clinico: paradigma del prezzo della tracotanza raziocinante e della necessità di reintegrare l’ombra.
Parole chiave: Edipo; mito e psicopatologia; ragione e ambivalenza; via di Apollo; ascensionalità e immanenza; ombra; scelta e responsabilità.

L’attuale ideale culturale dell’autorealizzazione tende a promuovere una rappresentazione di sé come soggetto costantemente migliorabile, alimentando la fantasia di una progressiva emancipazione da ogni fragilità, conflitto o limite interno. In tale prospettiva, possono svilupparsi aspettative secondo cui ogni ostacolo possa essere superato e ogni aspetto di sé trasformato grazie al lavoro terapeutico: al termine del percorso non si proverà più ansia, insicurezza o paura dell’abbandono, né vi sarà il rischio di confrontarsi nuovamente con modalità di funzionamento già conosciute. L’esperienza clinica mostra, tuttavia, una realtà più complessa. Accanto ai cambiamenti che la psicoterapia rende possibili, esistono aspetti profondi e strutturali della personalità che tendono a riemergere soprattutto nei momenti di crisi, stress o transizione esistenziale. Il presente contributo propone una lettura del ritorno del sintomo come espressione del limite costitutivo del funzionamento psichico dell’individuo. Il lavoro terapeutico viene quindi inteso non solo come promozione del cambiamento, ma anche come progressiva capacità di riconoscere, comprendere e integrare aspetti di sé che difficilmente possono essere trasformati in modo definitivo. La psicoterapia non conduce all’assenza del limite, ma può guidare il soggetto verso una relazione diversa con esso, nella quale cambiamento e accettazione cessano di essere termini contrapposti e diventano dimensioni complementari del processo terapeutico.
Parole chiave: mito del miglioramento infinito; funzione terapeutica del limite; illusione della guarigione completa.

Il lavoro analizza la trasformazione contemporanea della domanda amorosa in psicoterapia, mostrando come l’assenza di una relazione stabile diventi spesso il nucleo della sofferenza clinica. Attraverso tre casi clinici femminili, si evidenzia come il partner assuma funzioni di regolazione identitaria ed emotiva. La psicoterapia viene così investita di attese che eccedono il suo compito interpretativo, fino a includere l’esito relazionale del paziente. Ne emerge una tensione strutturale tra desiderio, attaccamento e cultura dell’ottimizzazione affettiva.
Parole chiave: domanda amorosa; transfert; interminabilità dell’analisi; scelta del partner; Erich Fromm; funzione della psicoterapia.

Il contributo propone una lettura fenomenologico-psicodinamica della cameretta digitale come figura clinica centrale nella psicoterapia contemporanea dei giovani adulti. La stanza connessa non viene considerata un semplice contenitore del ritiro, né lo spazio di una vita virtuale contrapposta a quella reale, ma una particolare organizzazione dello spazio vissuto: rifugio dall’eccesso dello sguardo e della richiesta sociale, involucro difensivo, cabina di regia della presenza online e possibile soglia dell’incontro. In dialogo con la letteratura italiana sul ritiro sociale e sull’hikikomori, il testo distingue il ritiro dall’uso intensivo delle tecnologie e dalla dipendenza da internet. Attraverso i concetti di spazio vissuto, limite, schizoempiria, atmosfera e spazio potenziale, viene mostrata l’ambivalenza della cameretta: essa protegge l’individuo da un mondo divenuto impraticabile, ma può irrigidirsi fino a coincidere con l’intero orizzonte del possibile. Il termine evento non designa un episodio osservabile, come l’accensione della videocamera o l’uscita di casa, ma una trasformazione del campo relazionale e delle possibilità di esistenza. L’evento terapeutico accade quando il limite non viene né violato né confermato indefinitamente, ma riacquista la funzione di soglia. La cura non coincide pertanto con l’abolizione della stanza, bensì con il passaggio attraverso cui essa può tornare a essere un luogo tra altri luoghi.
Parole chiave: giovani adulti; ritiro sociale; hikikomori; spazio vissuto; limite; evento; presenza online; psicoterapia online.

Il concetto di limite occupa una posizione centrale nel pensiero psicoanalitico sin dalle sue origini, venendo spesso associato alle nozioni di confine, separazione, interdizione e funzione organizzatrice della vita psichica. Senza negarne tali funzioni, il presente contributo propone di interrogare il limite anche nella sua dimensione generativa, come luogo di passaggio e trasformazione. In tale ottica, il limite si configura come una regione intermedia dell’esperienza umana, in cui il soggetto non appartiene più pienamente a ciò che era, senza essere ancora divenuto ciò che sarà. Le grandi transizioni dell’esistenza - dalla nascita all’adolescenza, dal lutto alla malattia, fino ai momenti cruciali del percorso terapeutico - vengono così considerate come esperienze di attraversamento nelle quali il cambiamento psichico richiede la capacità di sostare nell’incertezza e nell’incompiuto. La psicopatologia può allora essere letta come una difficoltà nel rapporto con la soglia e con i processi trasformativi che essa implica, mentre la psicoterapia si configura come un contesto liminale protetto, all’interno del quale paziente e terapeuta condividono rischi e possibilità del passaggio. Il limite viene così pensato non soltanto come ciò che separa, ma come il territorio stesso della metamorfosi: un luogo in cui le forme precedenti dell’esperienza si dissolvono e nuove configurazioni del Sé possono progressivamente emergere.
Parole chiave: Clinica del limite; Spazio liminale; Metamorfosi; Processo trasformativo; Campo analitico; Intersoggettività; Separazione.

Il contributo esplora il mito del sosia e la figura del doppio come chiave per pensare le metamorfosi dell’identità, del riconoscimento e della soggettività. Attraverso il patrimonio mitico (Nala e Damayanti, Anfitrione) e la clinica psichiatrica del delirio di Capgras, l’autore mostra come l’inganno del sosia metta in scena la vacillazione del riconoscimento dell’altro e di sé, sospesa tra familiarità ed estraneità. La figura del doppio diviene così soglia e limite dell’identità, luogo in cui si gioca la tenuta o la frattura della soggettività.
Parole chiave: sosia; doppio; identità; riconoscimento; delirio di Capgras; soggettività; mito.

Il contributo esamina la figura e l’opera di Vladimír Holan, tra le voci più significative della poesia ceca del Novecento, a partire dalla recente ripubblicazione italiana di Una notte con Amleto e altre poesie nella storica traduzione di Angelo Maria Ripellino. Attraverso una lettura critica che intreccia dati biografici, contesto storico e analisi tematica, il saggio mette in evidenza la complessità della scrittura holaniana, caratterizzata da una tensione costante tra esperienza storica e interrogazione metafisica. L’universo poetico di Holan si configura come uno spazio dominato dall’ombra, dalla precarietà e dalla dissoluzione, nel quale la riflessione sulla morte, sul silenzio, sulla colpa e sul destino si traduce in una lingua di straordinaria densità simbolica e visionaria. Particolare attenzione viene dedicata alla dimensione barocca della sua poesia, all’elaborazione del motivo della notte, alla centralità della figura materna e alla rappresentazione della storia come processo di rovina e disfacimento. L’analisi di Una notte con Amleto consente inoltre di evidenziare il ruolo del personaggio shakespeariano quale alter ego dell’autore e incarnazione delle inquietudini spirituali e storiche del Novecento europeo. Ne emerge il ritratto di un poeta dell’insonnia metafisica, capace di trasformare il trauma individuale e collettivo in una radicale meditazione sui limiti dell’esistenza.
Parole chiave: Vladimír Holan; poesia ceca del Novecento; Una notte con Amleto; silenzio; memoria; morte; storia; Angelo Maria Ripellino.

Muovendo dalla filosofia delle forme simboliche di Cassirer — la coscienza fondata sul mutamento, non sulla statica — il contributo ripercorre il passaggio dal sapere oracolare, che fissa il destino in un enunciato, alla trasformazione terapeutica, che restituisce senso al movimento della vita psichica. Attraverso Neumann, von Franz e Hillman, la metamorfosi è còlta come opera della funzione formante dell’inconscio, che trascende il perimetro dell’io individuale per farsi struttura del mondo condiviso: come le prime forme del diritto e del mito nascono dall’esigenza di dare un péras — un limite e una forma — al caos primordiale, così la presa di coscienza terapeutica non si esaurisce nella stanza d’analisi, ma riapre lo spazio per un’autentica metamorfosi della civiltà.
Parole chiave: forme simboliche (Cassirer); dal sapere oracolare alla trasformazione terapeutica; metamorfosi e funzione formante dell’inconscio.

Il presente articolo propone una riflessione psicodinamica, fenomenologica e mitopoietica sul concetto di metamorfosi, inteso non come semplice trasformazione adattiva, ma come attraversamento della forma, crisi della forma e possibile ritrovamento di una forma psichica più originaria. A partire dall’etimologia greca di metamorphosis — metá, “oltre”, e morphé, “forma” — il contributo indaga la metamorfosi come processo fondamentale della vita psichica, collocandola al crocevia tra zoé, bíos, psyché e anima. La figura della crisalide, della farfalla, della falena e del baco da seta viene assunta come metafora clinica del lavoro interiore: la psiche produce il proprio bozzolo simbolico, fila immagini, sogni e narrazioni, trasformando il trauma, il sintomo e il falso Sé in possibilità di individuazione. Il sogno viene interpretato come luogo privilegiato della metamorfosi naturale della psiche, dalla funzione onirica freudiana alla prospettiva simbolica di Jung, dalla sintassi esistenziale del sogno in Binswanger e Foucault alla fedeltà all’immagine di Hillman. Una vignetta onirica autoanalitica, centrata sull’apparizione di una volpe rossa che si trasforma in giovane donna, viene utilizzata come esempio di produzione mitopoietica del sogno e di dialogo tra psiche, natura e selvatico. In dialogo con Freud, Jung, Ferenczi, Winnicott, Bion, Kohut, Kernberg, Bollas, Hillman e Heidegger, l’articolo propone una clinica del limite come arte dell’attesa, della cura e della forma nascente. La psicoterapia viene così pensata come therapeía, relazione capace di custodire il bozzolo psichico senza forzare la nascita della farfalla, favorendo la trasformazione del vissuto in simbolo, del sintomo in racconto, della sofferenza in poiesis.
Parole chiave: metamorfosi come attraversamento della forma; crisalide, falena e bozzolo simbolico; sogno e individuazione.

L’articolo mette a tema il confronto con una matrice intelligente, come questione di metodo: un dispositivo capace di ampliare il campo, ordinare le fonti, restituire formulazioni e accelerare la costruzione concettuale. Proprio questa fecondità introduce il dubbio: quando l’estensione del pensiero diventa sostituzione della sua genesi? Come distinguere una funzione che rende l’esperienza più pensabile da una risposta che la precede fino a renderla superflua; una competenza acquisita attraverso il lavoro e l’incontro da una competenza soltanto acquistata? Il saggio non guarda all’IA soltanto come un oggetto esterno: ne interroga l’uso nel pensiero ed estende la sua domanda alla clinica, alla diagnosi e all’assessment, che possono perdere il loro fondamento epistemico: l’incontro con l’Altro nella sua irriducibilità. Quell’Altro che, nel senso di Lévinas, eccede ogni conoscenza e sollecita la responsabilità del clinico; e con essa la fiducia, termine desueto e tuttavia inalienabile, che può essere revocata nominalmente ma non espunta dalla relazione. L’ipotesi centrale è che la riduzione dell’esperienza a un dato acquisito, pronto all’uso, possa orientare la psicoterapia alla regolazione e al risultato efficiente — quella logica della prestazione che Byung-Chul Han ha eletto a cifra del presente — coinvolgendo il paziente, il terapeuta e il loro stesso campo intersoggettivo. Chiamo ritiro dal Vivente la progressiva anestesia della risonanza: una riduzione della disponibilità reciproca a essere raggiunti, sorpresi e modificati, che può coinvolgere anche il terapeuta quando la sua funzione si restringe a quella di collettore di dati e consulente di orientamento. Il dato, acquisito dall’IA e dai social in forma accelerata, omogeneizzata e non verificata nel campo, può precedere la lettura del sintomo e oscurare i processi inconsci che vi prendono forma. La prospettiva di Fromm, insieme alla psicoanalisi interpersonale, umanistica ed esistenziale, orienta nel campo analitico la lettura dei modi della relazione: evitamento e rifugio, ritiro dell’analista e arretramenti reversibili che custodiscono il desiderio e preparano un ritorno. Il problema investe la formazione e la trasmissione del sapere clinico ai futuri psicoterapeuti: una prospettiva che resta da sviluppare in vista del Congresso WADP di Vienna del 2027.
Parole chiave: ritiro dal Vivente; anestesia della risonanza; postura al-limite; intelligenza artificiale e psicoterapia; campo intersoggettivo; Byung-Chul Han, logica della prestazione; Fromm, avere ed essere; fiducia e incontro clinico; diagnosi e assessment.

Il presente contributo propone un’analisi della poesia di Arsenij Tarkovskij a partire dai volumi Stelle tardive. Versi e prosa e Stelle tardive. Poesie disperse, curati e tradotti da Gario Zappi. Attraverso una lettura tematica e stilistica dei testi, l’articolo si sofferma sui principali nuclei della poetica tarkovskiana, evidenziando il ruolo centrale della memoria, della dimensione spirituale e del rapporto tra uomo e natura. In una prospettiva che intreccia esperienza individuale e tensione metafisica, la parola poetica si configura come luogo di mediazione tra materia ed eterno, tra contingenza storica e ricerca dell’assoluto. Particolare attenzione è dedicata alla ricorrenza di immagini simboliche – il respiro, la luce, il vento, la terra e le stelle – che strutturano un immaginario fondato sulla continuità tra visibile e invisibile. Il saggio evidenzia inoltre come la poesia di Tarkovskij, maturata nel contesto della cultura sovietica e segnata da una lunga marginalizzazione editoriale, sviluppi una peculiare concezione del tempo, inteso non come successione cronologica ma come dimensione unitaria in cui memoria, sogno e destino convergono. Ne emerge il profilo di una delle voci più originali della lirica russa del Novecento, capace di trasformare l’esperienza del limite in una meditazione universale sulla vita, sulla morte e sulla permanenza dell’essere.
Parole chiave: Arsenij Tarkovskij; poesia russa del Novecento; memoria; natura; tempo; trascendenza; simbolismo; lirica russa.