La clinica del limite
Irene Battaglini
Nel volume che precede questo si parlava di un «perenne effetto crisalide»: il punto in cui la trasformazione incontra il proprio dolore costitutivo. Metamorphosis I aveva nominato il divenire; questo secondo movimento ne assume la condizione. Se la metamorfosi è passaggio, essa esige una soglia; e la soglia, clinicamente, porta un nome antico: il limite. Più che un ostacolo da rimuovere o un fallimento da subire, è la forma entro cui una cura accade: ciò che resiste alla trasformazione, la condiziona e insieme la rende possibile. Contro l’ideale culturale di un’autorealizzazione illimitata, la clinica del limite interroga il sintomo che ritorna prima di volerlo vinto: talvolta è il riaffacciarsi di ciò che, nel funzionamento psichico, resiste e domanda ascolto. Cambiamento e accettazione si tengono. Il limite attraversa il campo e raggiunge la postura dell’analista: quella permanenza sulla soglia dell’esperienza relazionale che si può abitare, o da cui ci si può ritirare. L’evitamento, il rifugio, la cura che passa dallo schermo prendono forma, oggi, dentro una stessa domanda: fino a che punto siamo presenti al vivente, nostro e dell’altro?
Il numero si articola in quattro movimenti. Il primo interroga il limite come metodo: il trauma che torna in un secondo atto, vestito di risentimento e di vendetta, e la domanda su come la psicoanalisi conosca, osservi e riveda ciò che sa, dopo la svolta interpersonalista. Una soglia d’acqua, a Utrecht, sospende il passo. Il secondo porta il limite nella clinica della trasformazione: le premesse e gli approdi della parabola di Edipo, il mito del cambiamento e la funzione terapeutica di ciò che lo arresta, l’interminabilità dell’analisi letta da una domanda quotidiana, le camerette digitali dove lo spazio dei giovani adulti si fa insieme limite ed evento, i territori nei quali la clinica del limite diventa spazio trasformativo. Il terzo cerca le figure del limite nel mito e nel simbolo: l’inganno del Sosia e l’identità che si sdoppia, la tenebra insonne di Holan, il sapere oracolare che si lascia abitare come metamorfosi, la psiche che muta e, nell’epilogo, la falena della seta: la crisalide del primo volume ritorna, trasfigurata. Le vigne dell’ombra, ad Auxerre, custodiscono il passaggio. Il quarto sosta sull’orlo: l’analista vi interroga il proprio limite e la propria presenza nel campo, e la parola poetica, con le stelle tardive di Tarkovskij, tiene la soglia che il discorso clinico ha nominato.
La cura, in questa prospettiva, è arte dell’attesa e della forma nascente: custodire il bozzolo psichico senza forzare la nascita della farfalla, dare tempo a ciò che non ha ancora trovato forma. È a questa postura, paziente, responsabile, al-limite, che i contributi raccolti danno voce.