La parabola di Edipo
Le premesse e gli approdi
Primo Lorenzi
Il contributo propone una rilettura del mito di Edipo come parabola delle occasioni e dei rischi connessi all’uso stringente della ragione. Attraverso le tappe del mito — l’illuminazione di Delfi, l’enigma della Sfinge, il dilemma di Tiresia, l’accecamento e l’approdo a Colono — l’autore legge la scelta edipica come radicale adesione alla «via di Apollo»: distanziazione, differenziazione, verticalizzazione, a scapito della dimensione ambigua e umbratile dell’esistere. Il dilemma fra ascensionalità e immanenza, fra maschile e femminile, fra definito e indefinito, attraversa l’intera esistenza e non si risolve se non in un difficile equilibrio fra le due tendenze. La parabola di Edipo assume così un valore antropologico e clinico: paradigma del prezzo della tracotanza raziocinante e della necessità di reintegrare l’ombra.
Parole chiave Edipo; mito e psicopatologia; ragione e ambivalenza; via di Apollo; ascensionalità e immanenza; ombra; scelta e responsabilità.
Nella parabola di Edipo si possono ravvisare le occasioni e i rischi connessi con l’uso stringente della capacità raziocinante. In specie nel portare avanti il lavoro di separazione e individuazione e dunque nella costruzione del proprio assetto identificativo. La “via di Edipo” si è così costituita come una potente metafora di un particolare modo di porsi di fronte alle sfide dell’esistenza che trova nella ricerca della luce che tutto illumina il suo punto qualificante. A cui fa naturalmente da pendant il rifiuto dell’ombra e dell’oscurità. Con i tanti possibili approdi gloriosi e le altrettanto possibili, drammatiche cadute.
1. L’illuminazione di Delfi.
La sfida per non farsi riassorbire nel fondo amorfo da cui ci siamo tratti, ci accompagna per tutta la vita. E non si può mai dire compiuta. Nell’esistenza ci sono poi passaggi e tappe in cui però questa criticità si addensa pericolosamente (Dell’osso & Lorenzi, 2022). E’ così nella prima infanzia in cui si devono costruire le fondamenta del senso di sé insieme con i primi tentativi di affrancamento dalle figure verso cui abbiamo avuto un massimo di dipendenza. Figure a cui dobbiamo la vita stessa e, per lunghi anni basilari, la stessa possibilità di sopravvivenza (Lorenzi P, 2018). Figure non sempre scontatamente “buone” e la vicenda di Edipo ne è una chiara testimonianza. L’esistenza di Edipo bambino è stata infatti travolta da fatti che hanno rischiato di pregiudicarne la stessa sopravvivenza. Perché la sua vita metteva a rischio quella del padre. Il pericolo è stato scampato grazie ad una serie di circostanze fortuite1. Dopo queste vicende l’identità di Edipo (la prima identità, quella infantile) si è formata alla corte di Polibo, il padre adottivo, secondo coordinate rassicuranti. Ma forse una ferita è rimasta “nei piedi” (sul corpo) e “nel pensiero dei piedi” (nella mente)2. Sulla soglia dell’età adulta ciò che fino ad allora era stato costruito non basta più. Edipo si domanda chi egli sia, al di là di quello che gli altri gli dicono. Il dubbio è arrivato con una frase detta da un amico avvinazzato, a un simposio. Vale la pena sottolineare come il simposio (e il vino) siano sotto l’egida di Dioniso, dio umbratile e contradditorio, che arriva, anche in questo caso, a scompaginare una serenità “olimpica” fino ad allora non turbata. Al simposio avviene un “evento”3 irrisorio (una battuta o poco più) che però sembra essere stato da sempre lì “affilato come un coltello” per colpirlo (Schneider, 1959). Edipo ora deve scegliere: rimanere a Corinto accettando quel quid di ombra che la sua storia gli riserva o cercare di far luce sulla sua vita. E qui Edipo fa la scelta di base: sceglie la via di Delfi. Che non è solo una via fisica: è la via di Apollo4. Dio della logica razionale e stringente, della luce che divide e che separa, che gerarchizza, pone distanza e ordina. Il dio di Delfi lo illumina sul suo futuro. Gli dice una verità icastica: lui sarà re, ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Il dio non mente. Solo non sa vedere le ombre. Non sa contestualizzare. Coglie il nucleo del problema, ma non lo sa declinare nella realtà fattiva della sua vita. In nuce c’è tutto il dramma del pensiero radicale, così fascinoso per Edipo e per tutti quelli che si muovono sulla “via di Apollo”. Forte di questa acquisizione Edipo decide di essere demiurgo della sua esistenza. Rifiuta la via che ha già aperta e che prevede un destino di re alla corte di Polibo, ma porta con sé una serie di ombre. Sceglie di farsi da sé, forte della consapevolezza dei propri limiti che individua nel rischio del conflitto familiare. Su questi limiti Edipo costruisce una nuova identità: di uomo solo, che ha rinunciato alla sua famiglia, e che si mette, per ribadire ancora di più la sua scelta, sulla “via di Tebe”. Edipo sceglie la via di Tebe circonfuso di luce radente, forte di una chiarezza accolta e subito testimoniata dall’affermazione nei confronti di un personaggio importante che gli viene incontro con le guardie del corpo. E’ la prima concreta testimonianza del suo valore. Apparentemente dovuto solo a sé stesso, senza padri o madri che già ne abbiano disposto i mezzi e la direzione. Quel personaggio su cui trionfa è il padre che si sta recando a Delfi per consultare l’oracolo. Per Edipo l’uccisione del padre diventa una prima “gloriosa” manifestazione della scelta di essere demiurgo del proprio destino. Anche simbolicamente infatti rappresenta il rifiuto di ogni pregresso condizionamento: un punto e capo. Una riscrittura della storia, quella personale e quella collettiva. Pensiamo in questo al dramma epocale di quelle generazioni che rifiutano il padre. Con la sequela di condizionamenti, di tradizioni, ma anche di assunti identificativi che questa figura veicola5.
2. La Sfinge.
Il pensiero categorico premia subito Edipo: sembra dargli una marcia in più. Si rivela uno strumento eccezionale per operare i cambiamenti necessari alla sua autodefinizione. Radicale la scelta di non rivedere più l’ambiente infantile. Radicale la risposta al signore arrogante e alla sua scorta. Più sottile, ma estremamente gloriosa è la vittoria sulla Sfinge. Già nei primi passi del cammino nel segno di Apollo, Edipo sperimenta, uno dopo l’altro, i successi connessi con l’uso di un pensiero dalla logica stringente. La vittoria sulla Sfinge - Medusa6 è un successo tangibile ottenuto, non per niente, attraverso il riconoscimento e l’accettazione del tempo cronologico7. Una vittoria però solo apparente perché, lui per primo, non riconoscerà l’opera del tempo quando si troverà a sposare la moglie di Laio. Gli occhi di Medusa non lo abbandonano e lo continuano a guardare. Solo che, arrivato in Tebe, prendono l’aspetto più tenero degli occhi della madre-sposa: di Giocasta. E quello sguardo conserva tutto il portato annichilente per la struttura identificativa che Edipo è andato costruendo.
Ma intanto la vittoria sulla Sfinge lo conferma. Almeno apparentemente! Giunge a Tebe nel fulgore abbagliante della fama, che, nei fatti, lo acceca. Lo sguardo della Sfinge (come quello di Medusa) porta avanti il suo compito sovvertitore: usa il pensiero logico per metterlo al servizio delle esperienze passionali anche le più abbiette. Assume la chiarezza del pensiero apollineo per accecare: per troppa luce. Le forze antiche, quelle che hanno plasmato il mondo e hanno contribuito alla stessa nostra costruzione, non sono facili a controllare. Spesso si nascondono proprio là dove non dovrebbero stare. A volte è solo un problema di quantità: il troppo bene non porta al meglio, ma spesso al male. Altre volte è proprio la forza di una certa posizione che, non raffrenata, diventa ciò che si voleva combattere. In Edipo, il pensiero radicale che ha scelto gli fa rifiutare ogni possibile ascolto di altre possibilità di lettura del reale. E naturalmente di ogni compromesso che potrebbe attenuare la radicalità della sua scelta. Come, di lì a poco, lo stesso Tiresia gli proporrà. E che del resto la moglie-madre (Giocasta) gli aveva già additato.
Edipo è ora accecato da una luce che abolendo le ombre rende tutto chiaro. Ma “chiaramente falso”. Perché l’ombra è parte della vita. Anzi forse è la parte primigena. Quella peraltro che è in contatto con quel fondo terreno che non per nulla si chiama “umiltà”8. Etimologicamente (e quanto suggestivamente!) connesso con l’idea della terra, degli affetti, dei legami. Avvolgenti, avviluppanti, intriganti, torbidi. Da cui c’è necessità di affrancarsi, altrimenti si rischia di esserne risucchiati. Ma non troppo, perché allora si rischia di aprirsi a derive “disperate”. Nel senso che non hanno speranza di realizzarsi, perché perdono il contatto con quel fondo in cui affondano le radici della vita. La via dell’allontanamento (la via apollinea della presa di distanza) diventa allora la via della mera affermazione: di una elevazione carica di superbia. Con il rischio di perdere il “contatto vitale con la realtà”. In prospettiva la via che porta a quella “esaltazione fissata” così mirabilmente descritta da Binswanger alla metà del secolo scorso (Binswanger, 1956). Il processo ascensionale, pur necessario per potersi definire, rischia di farci perdere il contatto con quel fondo “umile”, da cui è si necessario allontanarsi, ma senza troppo distaccarsene. Pena il rischio dell’imperversimento del pensiero (la maledizione della Gorgone9) che in breve isterilisce e ci lascia in un mondo “a parte”. Autoreferenziale ed avulso dalle sue radici.
3. Il dilemma di Tiresia.
La via di Apollo ha portato Edipo sul trono. A farlo trionfare è stata la luce della ragione che si impone sulle cose attraverso la capacità di porre distanza fra le cose e fra sé e le cose. Che è poi la cifra del dio. Attraverso la distanza Apollo domina le sue passioni, capisce “fra”10 le cose (intelligenza), allontana il male (guarisce), sa vedere più in là (prevede il futuro). Il percorso identificativo che Edipo ha scelto permette di acquisire una definita immagine di sé e un mastering della realtà, per molti versi eccezionale. Almeno nella percezione soggettiva fa sentire demiurghi di sé e del mondo. E qui sta la superbia di Edipo, questa la sua ybris11, questa la molla che lo condurrà alla rovina.
Ora Edipo è accecato dalla troppa luce e non riconosce l’enigmatico volto della Sfinge in quello della madre- sposa. Giocasta, in verità, in quest’ombra ci sa stare. Aveva accettato le ambiguità del marito, la violenza sul figlio e quella esercitata su lei stessa. Ora accetta, forse anche con una certa consapevolezza, quella del figlio - sposo12. Per Edipo è diverso: la troppa luce lo acceca. Ma non può non vedere il segno della rottura: la peste, la maledizione del dio che dilaga. Anche di fronte al nuovo flagello Edipo persegue nella sua via: nella ricerca della chiarezza. E’ ancora la via di Apollo a guidarlo. Ma il dio è troppo distante per venirgli incontro. Tantomeno soccorrerlo nella difficoltà. Del resto Apollo, tramite il suo oracolo (sempre quello!), la soluzione la dà ancora, ma non la declina. La getta là, in una luce di tutta evidenza: un peccato sta alterando la vita della città, un delitto non è stato punito, un misfatto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e nessuno “vede” 13. Ma questo (il vedere di più e più in là) è lo specifico di Edipo e lui questo vuole, con determinazione. Tiresia cerca di fermarlo proprio in questo “furore” di chiarezza in cui si può intravedere il frutto perverso dello sguardo di Medusa. Tiresia gli addita la possibilità del compromesso. Ma questo, per Edipo, vorrebbe dire rinnegare sé stesso. Ovvero colui che ha vinto “la fanciulla dai molti enigmi” (la Sfinge). Rifiutando la via di Tiresia persegue il suo pensiero (e il suo destino) fino in fondo. Fino a quando la luce radente del dio, quella che è stata la sua forza, non arriverà a illuminare la sua disgrazia.
4. L’accecamento.
Preso nel miraggio della chiarezza raziocinante Edipo persegue nel cammino volto ad una sempre più chiara consapevolezza di sé. A cui non rinuncia nemmeno quando la vista lo illumina sul suo abominio. Di fronte al quale non cerca nessuna attenuazione, nessuna giustificazione, che pur diminuirebbero la pena e il senso di colpa. Ma anche la sua personale centralità e definizione. Così Edipo sceglie di rimanere definito anche nella disgrazia e accetta su di sé tutte le colpe. In una drammatica consequenzialità si acceca, maledice sé stesso e tutto il suo genos e infine si condanna all’esilio. Ma nonostante questo prosegue anche nel suo errore. Ha maledetto i figli allontanandoli da sé, come testimonianza del suo “non aver visto”. Colpisce i suoi occhi colpevoli di non avergli fatto vedere la confusione verso cui si stava dirigendo. Ma anche nella caduta, l’occhio della Sfinge continua a seguirlo. Nella fuga verso Atene porta con sé Antigone. Custode, amica, figlia, sorella, consigliera. La sfumatura, l’ombra confusiva, l’assottigliarsi delle differenze continuano il loro corso. Come prima, più di prima.
L’illuminazione che ne decreta l’apoteosi, arriva a Colono. Sul colle, caro a Poseidone e alle Erinni, Edipo si riconcilia con quella parte dell’Essere da cui aveva deciso di staccarsi. Ma qui trova anche la morte. O meglio il vanire della sua figura, della sua superbia, della sua umanità. Edipo semplicemente scompare. Lui che aveva così decisamente perseguito la via dell’affermazione di sé ora si consegna a quel fondo (e a quelle dee) da cui con tanta determinazione si era voluto staccare. Come ogni uomo che, nella sua parabola vitale, parte da un fondo indistinto, si differenzia e si inorgoglisce per poi riconsegnarsi a quel fondo indistinto, confusivo, accogliente, “materno”, da cui era partito.
5. La via di Edipo.
Al momento del passaggio alla vita adulta Edipo sceglie la via della ragione che tutto vuol vedere e controllare, che non accetta contraddizioni, che aborre l’amorfo e l’ambiguo. La via che percorre è emblematica: il punto di partenza ne fa un uomo in cui tutti si possono rispecchiare. Le sue scelte e il suo percorso sono una possibilità che si dispone all’orizzonte di molte esistenze. Come un modello da emulare o come un pericolo da evitare. Il successo del mito trova probabilmente in questa ubiquitarietà tematica la sua fonte prima (Dalle Luche, 2002).
Il primo obbiettivo è uscire dall’ambivalenza, dall’ambiguità che è tipica della condizione infantile per poi scoprire che, per molti versi, quella condizione è strettamente connaturata all’esistenza umana. In qualche modo ne è una premessa fondativa. Come altrettanto fondativa è la necessità di contrastarne il richiamo. Due bisogni, logicamente antitetici, che costringono molte delle scelte di vita verso una configurazione dilemmatica. A proporsi cioè come un indovinello (riddle). Come quello della Sfinge che Edipo crede di poter risolvere in modo definitivo e che invece continuerà riformulandosi di lì a poco come “chi è colui che è figlio di sua moglie e fratello dei suoi figli?”. E’ nella volontà pervicace di uscire dall’ambiguità dell’umano esistere che si può individuare la fonte prima della ybris di Edipo. Ma, come Tiresia avrà molte volte modo di suggerirgli, ad essa non si sfugge e tanto vale accettarla14.
Ma fin dove? Fino a che punto?
La scelta di Edipo sarà netta: cercherà di rifiutare la dimensione ambigua dell’esistere. Lo farà in toto mettendosi sulla “via di Apollo” con una radicalità stringente. Una via che mira a “far luce”, a portare chiarezza là dove c’è buio. Anzi a bandire il buio e l’ombra dall’esistenza. Da qui il suo percorso prometeico15 che lo porterà, nel corso della sua parabola di vita, ad essere prima il salvatore di Tebe (dalla Sfinge) e poi la causa della sua rovina (la pestilenza); sarà l’uomo fortunato (esule che diventa re), ma anche colui su cui il fato sembra infierire con ferocia fin dalla nascita; il saggio che tutto sa risolvere perché “vede oltre”, ma che non ha visto le colpe più abominevoli che stava compiendo (il parricidio e l’incesto); emblema di chi tutto vuol capire e non capisce le cose più evidenti; della luce che sembra tutto chiarire, ma che in fondo arriva ad accecare. Come quella luce del … disteso mezzogiorno… quando… si mostrano d’attorno, per troppa luce, le parvenze, falbe16.
Il nucleo contradditorio che Edipo cerca di sciogliere in modo radicale si può ricondurre alla scelta fra definito e indefinito, fra ascensionalità o orizzontalità: fra una dimensione “femminile” ed una “maschile” intorno alla quale costruire la rappresentazione di sé e di sé nel mondo. Due dimensioni che si impongono all’orizzonte di ogni esistenza. E che, come la parabola di Edipo sta a dimostrare, non trovano certo nella radicalità e nella linearità il possibile punto di caduta, da cercare piuttosto in una sempre precaria integrazione e conciliazione.
Ma, come si diceva, Edipo sceglie decisamente la via di Apollo. Che è la via della distanziazione, dell’organizzazione, della differenziazione, della definizione, dei contorni netti: della luce radente che divide e separa. L’alternativa è rappresentata da una orizzontalità che tollera anche la contraddizione. Una modalità che è del dio che massimamente a Apollo si contrappone: di Dioniso che, come Edipo, ha avuto in Tebe la sua terra natale.
Edipo sceglie secondo una spinta, anche culturale, che gli deriva dal mondo in cui vive, tutto volto verso Apollo. L’alternativa sono gli occhi di Medusa che rendono cosa o i quesiti confusivi della Sfinge che mettono in dubbio la stessa possibilità di pensare il tempo e dunque di rappresentarsi. In ultimo di esistere. Nel mondo di Edipo, che poi è quello delle aristocrazie che escono dal Medioevo Ellenico, questa prospettiva è sentita come la negazione e il terribile ostacolo da superare. La vittoria su questo mondo terrifico è così centrale da essere riproposta, come un topos comune, su molti frontoni dei templi olimpici17. Una vittoria che, nella declinazione tebana del mito, è messa fortemente in dubbio (Lorenzi P, 2023).
6. Maschile – femminile
La dimensione dilemmatica che travolge Edipo spingendolo verso posizioni così radicali percorre l’esistenza di ciascuno di noi. E si fa dilemma fra la spinta a definirsi con sempre maggiore chiarezza o a sfumare i propri contorni accettando contraddizione e indeterminatezza.
Dobbiamo dunque lasciarci portare dal quel moto ascensionale che porta a staccarsi dal fondo vitale, ma umbratile e confusivo, da cui proveniamo e verso cui siamo continuamente attratti? Un fondo da cui peraltro non possiamo fare a meno; che rimpiangiamo con nostalgia quando ce ne allontaniamo e che temiamo con terrore panico quando ci avviciniamo troppo, perché porta con sé il rischio della dispersione. Oppure dobbiamo accettare il rischio dello svanire di quella soggettività la cui costruzione è compito fondante di ogni esistenza? Un po' come fanno Kadmo e Tiresia all’inizio delle Baccanti (vedi sopra, alla nota 13).
Il dilemma si può dire in molti modi: verticalizzazione verso orizzontalizzazione; ascensionalità verso immanenza; distanziazione verso avvicinamento. Oppure concretizzarle, in modo peraltro un po' forzoso, nella dialettica “maschile / femminile”. Dove al modo “maschile” di progettare l’esistenza si accosta il tratto distanziante, ascensionale, gerarchizzante, definitorio. A quello femminile si avvicina invece la dimensione dell’accoglienza, della sfumatura, della vicinanza, della prossimità, ma anche della contraddizione e della confusività. E’ questa una dicotomizzazione di genere che risulta in realtà troppo semplice. Meglio: troppo semplificata. Più corretto dire che la dimensione maschile del vivere si avvicina e ingloba l’ascensionalità, con una decisa prevalenza quantitativa. Viceversa per la dimensione femminile. Senza però poter asserire una stretta coincidenza fra genere e modalità attitudinale. La scelta fra uno di questi modi di essere, i conflitti connessi, le necessarie integrazioni, sono una sfida per ogni esistenza. Sia maschile che femminile. In quest’ottica la “via di Edipo” appare tragicamente paradigmatica della scelta radicale verso uno dei due poli: quello ascensionale.
Tutta la mitologia greca traluce di questa lotta fra due modi di pensare l’esistenza. Che si trasforma in una lotta fra divinità. E anche la vicenda di Edipo si può ricondurre a questa dinamica: ad una lotta fra un dio della luce e del logos (Apollo) e divinità primordiali che ripropongono l’amorfo, il confusivo, l’immanente (le varie ipostasi di una Grande Madre che prendono la forma della Sfinge, di Giocasta, delle Erinni…). Nel caso di Edipo la scelta di una prospettiva apollinea di fronte ai grandi dilemmi della vita appare netta. Nella sua ottica l’altra dimensione (quella orizzontale, femminile…), acquisisce una prospettiva dirompente e “mortale”. Contro di essa si muoverà tutta la parabola mitica di Edipo che rimane sempre fedele alle scelte di base, salvo in ultimo consegnarsi all’altra dimensione. E dunque “sparire”. Il cammino di Edipo approda laddove lui, per come si era, fino ad allora, voluto rappresentare, non avrebbe dovuto (voluto?) mai approdare.
7. Scegliere.
Il dilemma18 è la dimensione in cui Edipo (come del resto ciascuno di noi) è immerso fin da quando prende coscienza di sé e mai si risolve, se non nel bosco di Colono dove la sua esistenza si conclude (Sofocle, 2008). E dunque con lo svanire della sua vita.
Il primo dilemma, e il più sostanziale, riguarda proprio la scelta. E’ preferibile scegliere (così da prendere su di sé la responsabilità di ciò che si fa e di ciò che succede) o non scegliere? E non scegliere prende la forma del sequere deum: lasciarsi andare all’onda delle cose, sfumando fino ad annullare la propria capacità di dirigere gli eventi. Insieme naturalmente con la responsabilità di ciò che si fa o non si fa.
Edipo sceglie di essere arbitro della propria vita. Con la connessa responsabilità. Ed è questa la scelta che non lo abbandonerà mai. Lo farà sempre, anche nella sua tarda declinazione di Colono. Gli esiti saranno sempre drammatici: ora esaltanti, ora disperanti. E una soluzione definitiva Edipo non la sa trovare se non nella rassegnata constatazione che una soluzione non c’è. Una verità negativa, ma pur sempre un’acquisizione. E non da poco.
Per Edipo, “essere” significa essenzialmente scegliere. E del resto ogni scelta presuppone l’introduzione di un gradiente valoriale soggettivamente conferito. E questo ne fa uno strumento indispensabile per prendere consapevolezza del proprio esistere rispetto ad un mondo “altro” da cui è necessario distinguerci e spesso contrapporci, proprio per affermare la propria consapevolezza definitoria. Ogni scelta presuppone l’istituzione di una distanza dalle cose che dà la sensazione di poterle padroneggiare: di essere demiurghi della propria realtà e dunque del proprio “essere”. Ogni scelta porta in sé sempre qualcosa di drammatico. Comporta sempre una violenza sulla realtà che viene forzata o compressa secondo una progettualità esterna rispetto a quella che le sarebbe propria. Da qui il senso di colpa che si può placare solo tramite un “sacrifico”19. Spesso il sacrificio della cosa più cara. Quella che è propria del sacrificio rituale che, per lunghi periodi storici, ha preceduto ogni azione dell’uomo sulla realtà e che continua anche nel mondo laicizzato attuale, sia pur in forme inconsapevoli e criptiche (Galimberti, 2009). Profondamente radicata nel nostro psichismo è la percezione che, proprio perché violata, la realtà chieda un indennizzo. Un prezzo forte da pagare computato sullo stesso registro del danno apportato. Ovvero con qualcosa che leda l’assetto identificativo di chi si è fatto promotore del cambiamento (Lorenzi & Dell’Osso, 2024). Ma ambiguamente, per cui, nel momento stesso che ne lede l’assetto identificativo, lo afferma ancora di più dandogli la connotazione del demiurgo. Ovvero di colui che plasma la realtà e lo rende degno dell’impresa. Come Agamennone in Aulide20 o Eretteo nella guerra con Eleusi21. O Edipo sulla via di Tebe o di Colono (vedi poi).
Ogni scelta porta con sé un quid di tracotanza. Quella tracotanza che del resto costituisce l’atto fondativo del nostro esistere. E’ la tracotanza di Adamo che sceglie il frutto dell’albero della conoscenza. E così esce dal solco tracciato dal Creatore avendo, in prospettiva, l’ardire di farsi lui stesso demiurgo. Il peccato originale si può considerare frutto di una dilemmatica scelta fra:
restare nel solco divino, creatura come tante che non si pone il problema di un indirizzo alternativo;
o uscirne e contrapporsi, così da sperimentare i propri confini.
Ma la scelta, la separazione, diventa la premessa di sempre nuove scelte dilemmatiche. Nella visione cristiana, la vita (dopo la Caduta) diventa una continua scelta volta a ripristinare quell’unione che la prima scelta (il Peccato Originale) ha drammaticamente turbato. Un cammino per riconsegnarsi al Creatore dopo un viaggio di redenzione (Lorenzi P, 2014).
La parabola di Edipo non è poi qualcosa di tanto diverso, anche se iscritta in parametri teologici differenti: una volta compiuta la prima scelta (la scelta di scegliere), le altre non appaiono che riproposizioni in contesti diversi. In cui, con adamantina coerenza, Edipo ripropone la sua logica radicale che vuol distinguere e separare: portare la luce dove c’è l’ombra. A un certo punto si inorgoglisce per i grandiosi successi (lo scontro con quel personaggio supponente e la sua scorta, la vittoria sulla Sfinge, il regno ottenuto, lo scampato pericolo dal rischio del responso del dio…). Tutte ragioni che sembrano confermare la bontà sia delle singole scelte che della scelta basilare di scegliere. E Edipo, pervicacemente si attiene a ciò che appare essere la ragione del suo successo. Del resto è col ragionamento, che ha vinto la Sfinge, con la scelta coerente e radente che ha evitato il rischio (almeno così gli sembra) di dover uccidere il padre e sposare la madre. Il regno lo ha guadagnato grazie alle sue capacità logiche e tutto, almeno fino ad ora, gli è sembrato arridere. Coerente e logica, questa scelta sarà anche la sua rovina. Ma proprio la rovina, scelta e accettata fino in fondo, con la solita chiara coerenza, diventa requisito per il riscatto. Un riscatto raggiunto sotto altre forme, con altre apparenze esterne, ma attraverso sempre quella radicalità di pensiero che è il marchio di fabbrica del personaggio. Il riferimento è qui all’Edipo che risorge dopo la caduta e che ritrova una sua coerenza proprio grazie ad una stessa radicalità e consequenzialità: l’accettazione della caduta, dell’esilio, della miseria, di un orgoglioso destino di esule che non si piega nemmeno alle lusinghe dei figli che lo rivogliono in patria (Sofocle, 2008).
8. La scelta radicale
Il percorso di Edipo si muove in quella consequenzialità stringente propria di ogni percorso ascensionale. Volto al rifiuto dell’amorfo e dell’indefinito che è implicito quando si ponga in primo piano la sfumatura dei confini e la giustapposizione orizzontale. Nella vita di ciascuno di noi (e, in scala più larga in tutte le comunità umane) le due tendenze sono destinate, quasi costrette, a convivere. Come già si è detto la scelta orizzontale (la potremmo definire la “via di Dioniso”) porta con sé il rischio della dispersione identificativa, della orizzontalizzazione che toglie trascendenza all’esistere. Mina la capacità di elevazione sia del singolo individuo che delle collettività che l’abbiano eletta a scelta portante. Ma ha il suo pregio nell’accoglienza, nella capacità di sfumare le differenze e dunque di limitare le spinte marginalizzanti ed espulsive. La capacità ascensionale, le possibilità di controllo, di organizzazione, hanno aperto la strada allo sviluppo delle capacità tecniche che hanno permesso le grandi acquisizioni umane. Ma fanno pagare un prezzo molto alto, sul piano del sentire. Comportano il rischio di una ascensionalità che si stacca dal fondo che pur ci ha generati. Per aprirsi alla dimensione della freddezza, del distacco eccessivo, con il rischio di perdere la capacità di restare adesi alla terra, di perdere quella “umiltà”22 che ci avvicina l’uno all’altro e tutti insieme al resto del creato.
La saggezza (e anche l’equilibrio mentale) sta in una adeguata mistura delle due tendenze, nella ricerca di un sempre difficile equilibrio che non escluda nessuna delle due antitetiche condizioni. Quell’equilibrio che sfugge ad Edipo e a tutta la schiatta dei Labdacidi23. Sempre presi dall’anelito a varcare quei confini che tanto galvanizzano l’assetto identificativo di chi si fa prendere dalla vertigine dell’elevazione dal lato materiale dell’esistenza. Ma il punto più denso di ybris, comune a tutta la schiatta dei Labdacidi, è da indicare nella radicalità con cui questa scelta viene perseguita. Proponendo così una mistura di pensiero razionale che si porta avanti anche laddove la ragione non arriva. Aprendo così la strada a tanti approdi. E nessuno particolarmente edificante. Quello di Edipo è paradigmatico di chi si inserisce in un determinismo così stringente da rendere incapaci di contestualizzare. Ad esempio a non attenuare certe posizioni alla luce della dimensione temporale adeguando i propri assunti al tempo e al luogo. Il pensiero così diventa “assoluto”, nel senso etimologico di “sciolto da ogni rimando”. Non attenuato da nessuna altra considerazione o fonte valoriale. Fino a configurare il caso di un approccio logico che si trasforma in quanto di più illogico ci possa essere. Molti gli esempi concreti che illustrano questo attorcigliarsi del pensiero. Dagli approdi scientistici24, alla radicalità che non ammette dubbi nel declinare un pensiero che si vuole buono. E che ha determinato tante “notti della ragione”: dal “Terrore” di Robespierre, alla ricerca del “Mondo Nuovo” di Pol Pot, agli “astratti furori” che hanno motivato gli approdi violenti di tante rivoluzioni, a cominciare da quella sessantottina. Senza dimenticare i “sacrifici” tributati ai piedi della ragione25. Sacrifici che aspirano al martirio come mezzo per attestare un trionfo identificativo senza curarsi dei mezzi con cui questo si ottiene. Al punto che il raggiungimento del fine finisce per contraddire proprio quelle premesse “logiche” che il cammino avevano promosso. Lo strumento che abbiamo per prendere il controllo delle cose, pur meraviglioso, non ci permette di essere dio, ma al massimo di partecipare (o solo assistere) alla sua opera creativa. La ragione espone al dubbio e dovrebbe sempre far dubitare. Anche dei risultati raggiunti.
9. Alcune considerazioni finali
Questa lettura del mito di Edipo può avere un significato antropologico fornendoci dei paradigmi utili a raffigurarci il dilemma fra spinte ascensionali e orizzontalizzanti che percorre la nostra esistenza e anima il dibattito teologico e sociologico di ogni epoca. Utile anche in un’ottica clinica per poter seguire il possibile avvitarsi di certi percorsi esistenziali che possono esitare in stili psicotici carichi di radicalismo e fondamentalismo. Per approdare talvolta anche in psicosi franche. Nella pratica psicoterapeutica poi può fornire una buona traccia per scoprire e contrastare gli approdi radicalizzanti che si dispongono all’orizzonte di chiunque scelga la via di Edipo. A livello esegetico fa sorgere il quesito se l’attenzione tributata da Freud alla dimensione sessuale del mito edipico possa essere servita a scotomizzare proprio questa lettura in cui il “peccato” non è il desiderio della madre, ma il richiamo di una intellettualità che si arroga diritti creativi. Che si inorgoglisce oltremisura aprendosi a una possibile caduta verso quel fondo umbratile da cui aveva voluto allontanarsi. Un “peccato” che non doveva essere estraneo in chi aveva come obbiettivo dichiarato quello di “portare l’Io dove c’è l’Es”.
Note Bibliografiche
Binswanger L. (1956), Drei Formen missglückten Daseins: Verstiegenheit, Verschrobenheit, Manieriertheit, trad. it.: Tre forme di esistenza mancata”, Il Saggiatore, Milano 1964.
Dalle Luche R.P., Sotto il segno di Edipo. Destini di un mito del Novecento. in Arthur Tatossian: Edipo in Kakania, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
Dell’Osso L, Lorenzi P., Trauma. Vulnerabilità, Resilienza, Crescita Post Traumatica, PTSD, Alpes, Roma 2022.
Euripide, Tutte le tragedie, (traduz. A. Tonelli) Marsilio, Venezia 2007.
Euripide, Baccanti, traduz. it. G. Guidorizzi, Mondadori, Milano 2020.
Galimberti U., I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2009.
Graves R., La dea bianca. Grammatica e storia del mito poetico, Adelphi, Milano 1992.
Lorenzi P., Sul viaggio e il viaggiare. Anatomia di un’esperienza, Alpes, Roma 2013.
Lorenzi P., La Dipendenza Amorosa. Da Oreste alle nuove dipendenze, Alpes Ed, Roma 2018.
Lorenzi P., L’ombra del Citerone. Caos e cosmo fra Tebe e il Citerone, Alpes, Roma 2023.
Lorenzi P., Dell’Osso L., I Primi Codici. Gli schemi di base per gestire la realtà e il cambiamento, ETS, Pisa 2024.
Montale E., Ossi di Seppia, Mondadori, Milano, 2016.
Omero, Inni omerici, Mondadori, Milano, 2005.
Pausania, Guida della Grecia. Vol. 1, Attica, Mondadori, Milano 1982.
Schneider K., Klinische Psychopathologie (1959), trad. it.: Psicopatologia Clinica, Città Nuova Ed., Roma, 1983.
Sofocle, Edipo Re, trad. di S. Quasimodo, Mondadori, Milano 1983.
Sofocle, Edipo a Colono, traduz G. Cerri, Mondadori, Milano 2008.
Vernant J.P., Edipo senza complesso, i problematici rapporti tra mitologia e psicoanalisi, Mimesis, Milano 1996.
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TIRESIA
“La nostra sapienza è niente, rispetto agli dèi. Le tradizioni
che ci vengono dai padri, vecchie come il tempo, nessun
discorso le rovescerà, neppure la sapienza trovata da menti sottili.
Diranno che non rispetto la mia vecchiaia, se vado a danzare
dopo essermi inghirlandata la testa di edera? Ma il dio non
fa distinzione, se debba danzare il giovane o il vecchio, vuole
essere onorato da tutti, senza differenze: non sta a discriminare
chi lo celebra.”
Gloria del disteso mezzogiorno quand’ombra non rendono gli alberi, e più e più si mostrano d’attorno per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, – e un secco greto. Il mio giorno non è dunque passato: l’ora più bella è di là dal muretto che rinchiude in un occaso scialbato.
L’arsura, in giro; un martin pescatore volteggia s’una reliquia di vita. La buona pioggia è di là dallo squallore, ma in attendere è gioia più compita.
(Eugenio Montale, Ossi di Seppia)
Nota biografica
Primo Lorenzi è psichiatra, psicoterapeuta, saggista. Ha lavorato presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Firenze. Ha insegnato (come docente a contratto) Psicopatologia e Psicologia Clinica alle Università di Firenze e Pisa, insegna in varie scuole di psicoterapia. Temi centrali dei suoi interessi scientifici sono stati la psicopatologia della vita amorosa, i disturbi dell’identità e dell’esperienza somatica, le schizofrenie sottosoglia e i disturbi dello spettro autistico. L’interesse per il mondo antico e in particolare sul rapporto fra mito e psiche, ha portato a numerose pubblicazioni in cui le competenze antichistiche si assommano a quelle psicopatologiche.
Note
- L’oracolo aveva predetto a Laio, il padre di Edipo, che sarebbe stato ucciso dal figlio. Per questo lui aveva prima cercato di non avere figli, poi, quando Edipo era arrivato, di sbarazzarsene. Edipo neonato era stato così affidato ad un pastore per essere abbandonato sul Citerone. Ma qui un pastore di Corinto lo aveva soccorso e portato al suo re che, non avendo figli, lo aveva adottato. ↑
- Lo stesso nome (Edipo) rimanda ad un possibile duplice significato: piedi (pous) gonfi (oidos) per lo spillone che li aveva trapassati prima dell’esposizione sul Citerone, ma anche “colui che conosce” (oida) “il rebus legato ai piedi” (pous). ↑
- L’evento (dal latino ex + venio = che viene fuori) si può considerare un fatto che si distingue dal consueto e prevedibile fluire delle cose. Come tale si presenta al soggetto con i caratteri di una sfida esistenziale, obbligandolo ad affrontare una situazione nuova che richiede modificazioni adattative. In questo caso è costituito da una battuta che mette in dubbio la sua vera origine: il compagno lo chiama “figlio della fortuna” e dunque “trovatello”. O anche “bastardo”. ↑
- La figura di Apollo, per la quantità delle sue attribuzioni e la ricchezza delle sue funzioni, risulta fra le più complesse, se non la più complessa dell'Olimpo greco. Il tratto identitario che lo caratterizza si può riconoscere nella tendenza apotropaica: la capacità cioè di porre distanza fra il soggetto e le cose. La caratteristica è probabilmente legata ad originario culto pastorale verso una divinità capace di tenere lontano i lupi dalle greggi. E quindi di tener lontano il “Male”. In primo luogo il male, poi per ampliamento semantico, di “tenere lontano” comunque e ogni cosa. A cominciare dalle passioni che hanno dominato il dio fino a travolgerlo nelle fasi iniziali della sua vita (vedi la prima parte dell’Inno Omerico ad Apollo), ma che poi lui è riuscito a comporre, proprio prendendone distanza (Omero, 2005). Meglio: mettendole alla “giusta” distanza e trovandovi un equilibrio. E l’equilibrio è la virtù che più il dio celebra. E, insieme, lo celebra. Memorabili le parole scolpite del tempio di Delfi: “niente oltre la misura”. Per un approfondimento rimando al mio: Nel segno di Apollo. La caratterologia apollinea attraverso alcune ipostasi del dio, Agorà & Co., Sarzana Lugano 2025. ↑
- Pensiamo al rifiuto del padre che ha sostanziato la grande contestazione dei campus americani e poi del 68 europeo. Un fenomeno epocale che ha caratterizzato tutto l’Occidente post bellico e la generazione seguita alla fine della II° Guerra Mondiale. ↑
- Sia nella Sfinge che in Medusa si possono individuare due rimandi ad una divinità avvolgente e confusiva, che toglie la capacità di individuarsi e separarsi. Con il rischio di essere riassorbiti nel mondo amorfo da cui ognuno proviene, dopo avere perso il senso della propria soggettività (Lorenzi, 2025). ↑
- Edipo risolve il quesito attraverso il riconoscimento del tempo come fattore ineludibile della vita adulta. E’ il tempo che permette di accostare e riconoscere chi “da piccolo viaggia con quattro gambe, da adulto con due e da vecchio con tre”. ↑
- Dal latino humus = terra inumidita. ↑
- Medusa era “la” gorgone per eccellenza. Un ibrido di animali ne costituivano il corpo: il tronco di un cavallo, ma ricoperto di scaglie come un serpente, le zampe (bronzee) di un drago, una testa umana, ma con serpenti al posto dei capelli e zanne di cinghiale al posto dei denti. Un misto di feralità dove non c’era gradiente, dove tutto si poteva confondere. In più c’era il suo sguardo insostenibile, capace di mettere fine all’esistenza di chi la incrociava rendendolo di pietra. Trasformandolo in dura materia: togliendogli ogni capacità autorappresentazionale. ↑
- Inter + lego = capisco fra le cose (le metto in relazione) questo il rimando etimologico del termine intelligenza. ↑
- Il termine greco si può tradurre con “tracotanza”, propria dell’uomo che vuole uscire dai propri confini. Ma l’esistenza stessa è una uscita dai confini del mondo naturale. Ed esistere, porsi fuori dall’ordine delle cose, apre, e in qualche modo impone, la strada della tracotanza. In altre parole l’esistenza umana è già un attestato di tracotanza. ↑
- Nella figura di Giocasta si può leggere una ipostasi della Grande Dea, cuore della religiosità preindoeuropea (Graves, 1992). Giocasta sapeva che Laio non voleva figli e lo aveva “truffato” con l’aiuto del vino (Euripide, 2007); Giocasta è stata partecipe del figlio sottratto e esposto e forse anche consapevole di chi fosse il giovane che usciva vittorioso dal confronto con la Sfinge (Vernant, 1996). ↑
- Creonte: “… Febo signore apertamente ci comanda di scacciare dal paese la contaminazione, nutrita in questa terra, e di non nutrirla ancora fino a renderla insanabile.” (Edipo Re, vv 96-98). ↑
- E’ la posizione che Kadmo e Tiresia assumono di fronte al manifestarsi di Dioniso nelle “Baccanti” (vv. 200-210, traduzione Guidorizzi): ↑
- Prometeo è il titano che spingerà l’uomo a elevarsi dal suo fondo naturale fino a opporsi al volere divino. Aspirando a sostituire il suo schema valoriale a quello suggerito dal volere di Zeus. Creatore, è lui a plasmare il primo uomo, Prometeo sarà poi il paladino della sua creatura. Una scelta che pagherà a caro prezzo (vedi in: Sofocle, “Prometeo incatenato”). ↑
- La citazione è tratta da una splendida poesia di E. Montale che riporto di seguito: ↑
- Pensiamo a tutte le Amazonomachie o alle lotte fra Centauri e Lapiti o alle Gigantomachie. In tutti i casi la lotta è tra una prospettiva confusiva e una ordinante. Da una parte ci sono gli dei olimpici o i Greci con i loro ordinamenti civili. Dall’altra ci sono donne che fanno gli uomini (le Amazzoni), dei mostri che si oppongono alla volontà ordinante degli dei olimpici (i Giganti) o degli esseri ambigui (i centauri) che non sanno accettare le regole del vivere comune. ↑
- Il termine “dilèmma” deriva dal latino dilemma* -atis, gr. δίλημμα –ατος. Parola composta da δι- «due» e λῆμμα «premessa». A sua volta connessa al verbo λαμβάνω”prendere”. Il dilemma rappresenta un’alternativa tra due ipotesi (i c.d. corni del* dilemma), nessuno dei quali è considerato soddisfacente. ↑
- Il sacrificio è un atto che si inserisce nel rapporto fra l’uomo e la realtà intesa come “altro da sé” che gli si contrappone e ne definisce la soggettività. Da questo rapporto dialettico derivano anche le due sorgenti motivazionali del sacrificio accomunati da un evento comune: il cambiamento. Ogni qualvolta l’uomo rinuncia all’idea che il reale sia “a disposizione” (come era nell’Eden) fa un sacrificio: un atto sacro vissuto soprattutto sul piano soggettivo, in cui rinuncia a sé stesso (a una parte di sé). Lo stesso si verifica quando cerca di cambiare la realtà piegandola ai suoi desiderata. Ogni cambiamento imposto o richiesto deve essere accompagnato da un sacrificio inteso come un “dono” atto a indennizzare (la natura o il dio) per il cambiamento richiesto. Il sacrificio si muove secondo le linee di un codice (un “primo” codice) che regola il rapporto con le cose. Un codice che si può rintracciare, almeno in nuce, nella storia collettiva ed individuale (Lorenzi & Dell’Osso, 2024). ↑
- In Aulide, il capo dei capi (il wanax andron) Agamennone dovette sacrificare la figlia prediletta Ifigenia come dono per avere propizi i venti che dovevano portare la flotta greca a Troia. Il sacrificio servì anche a legittimare il suo ruolo di capo, testimoniando la sua capacità di anteporre ogni altra cosa al bene dell’impresa (Euripide, 2007). ↑
- Durante la guerra per il possesso dell’Attica il mito racconta che il re di Atene Eretteo dovette sacrificare una delle sue figlie per ottenere la vittoria. Le sorelle si suicidarono per seguire il destino della congiunta (Pausania, 1982). Esempio di come ogni forzatura della realtà sia gravida di conseguenze. ↑
- Il termine “umiltà” (dal latino humus = terra umida) porta in sé il riferimento alla terra, alla materialità di quel fondo che ci ha generati e a cui dobbiamo sempre rimanere adesi anche nei processi di più vorticosa elevazione spirituale. ↑
- Discendenti di Cadmo sul trono di Tebe hanno in Labdaco il loro capostipite. Laio, il padre di Edipo, è figlio di Labdaco. ↑
- Il termine indica l’indebita estensione di risultati scientifici, spesso precari, ai più diversi aspetti della realtà. Magari anche con quelle pretese assolutistiche che proprio il metodo scientifico, con il costante esercizio del dubbio, dovrebbe evitare. Consegnandolo così proprio nelle braccia di ciò a cui si contrappone. Come Edipo con Giocasta. ↑
- Un vero ossimoro che propone un comportamento religioso (il sacrificio) in una logica che tale atteggiamento vuole bandire. ↑