Sezione II · La funzione del limite
I territori della metamorfosi
La clinica del limite come spazio trasformativo
Dario Spanò
Sezione II · La funzione del limite

I territori della metamorfosi

La clinica del limite come spazio trasformativo

Dario Spanò

Abstract

Il concetto di limite occupa una posizione centrale nel pensiero psicoanalitico sin dalle sue origini, venendo spesso associato alle nozioni di confine, separazione, interdizione e funzione organizzatrice della vita psichica. Senza negarne tali funzioni, il presente contributo propone di interrogare il limite anche nella sua dimensione generativa, come luogo di passaggio e trasformazione.

In tale ottica, il limite si configura come una regione intermedia dell’esperienza umana, in cui il soggetto non appartiene più pienamente a ciò che era, senza essere ancora divenuto ciò che sarà. Le grandi transizioni dell’esistenza - dalla nascita all’adolescenza, dal lutto alla malattia, fino ai momenti cruciali del percorso terapeutico - vengono così considerate come esperienze di attraversamento nelle quali il cambiamento psichico richiede la capacità di sostare nell’incertezza e nell’incompiuto.

La psicopatologia può allora essere letta come una difficoltà nel rapporto con la soglia e con i processi trasformativi che essa implica, mentre la psicoterapia si configura come un contesto liminale protetto, all’interno del quale paziente e terapeuta condividono rischi e possibilità del passaggio. Il limite viene così pensato non soltanto come ciò che separa, ma come il territorio stesso della metamorfosi: un luogo in cui le forme precedenti dell’esperienza si dissolvono e nuove configurazioni del Sé possono progressivamente emergere.

Parole chiave Clinica del limite; Spazio liminale; Metamorfosi; Processo trasformativo; Campo analitico; Intersoggettività; Separazione.

Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo.
Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero.
Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.

Haruki Murakami1

Premessa

Il presente contributo non intende proporre una trattazione sistematica del concetto di limite, né circoscriverlo ad una specifica configurazione psicopatologica. L’obiettivo è piuttosto quello di esplorarne alcune tra le più significative declinazioni, muovendo da una riflessione più ampia sui processi di trasformazione per giungere progressivamente alle loro implicazioni cliniche.

Queste pagine nascono dal tentativo di sostare nei territori della metamorfosi, là dove l’esperienza umana incontra le proprie soglie e il cambiamento diviene una necessità prima ancora che una scelta. In questa breve traversata - che intreccia riflessione teorica, esperienza clinica e vissuto personale - il limite verrà interrogato non soltanto come ciò che separa e organizza, ma anche come frontiera generativa in cui le forme dell’esistenza si trasformano, si smarriscono e talvolta si ritrovano.

In principio…

La nostra stessa esistenza affonda le proprie radici nel limite. Ogni vita umana prende avvio attraversando una soglia: il concepimento inaugura il passaggio all’esistenza, la gestazione si compie entro i confini del corpo materno e la nascita segna il primo, irrevocabile valico verso il mondo. Prima ancora di essere un evento biologico, venire al mondo rappresenta un’esperienza di separazione, il momento inaugurale in cui il neonato sperimenta il distacco da quell’originaria continuità con il corpo della madre che aveva costituito il suo primo universo psichico e sensoriale.

Non sorprende, dunque, che alcuni tra i primi studiosi della psicoanalisi abbiano riconosciuto nella nascita una matrice fondamentale della vita psichica. Emblematica è la prospettiva di Otto Rank (19242), il quale descrive il trauma della nascita come l’esperienza originaria dell’angoscia: una frattura inaugurale destinata a lasciare un’impronta decisiva nelle successive vicende dell’esistenza. Pur non condividendone integralmente gli assunti teorici, tale intuizione conserva ancora oggi una profonda forza evocativa, richiamando l’idea che ogni trasformazione significativa implichi, in qualche misura, una separazione e un attraversamento.

Le prospettive psicoanalitiche ed evolutive contemporanee hanno progressivamente ampliato questa visione, mostrando come il neonato non giunga al mondo quale tabula rasa, ma disponga fin dall’origine di una dotazione biologica e psichica che lo orienta verso l’incontro con l’altro. La soggettività prende così forma all’interno di matrici intersoggettive, nelle quali identità e relazione si co-costruiscono sin dai primi istanti di vita (Fogel, 19933; Sander, 19954; Stern, 19855; Stolorow & Atwood, 1992; Trevarthen, 19796; Tronick, 19807).

Limiti, materia ed energia

Prima ancora di appartenere al lessico della psicologia, il limite sembra costituire una delle modalità fondamentali attraverso cui la realtà stessa si organizza e si trasforma. L’idea del limite come spazio di trasformazione trova infatti interessanti risonanze anche al di fuori del campo psicologico. Nelle scienze fisiche, ad esempio, i processi di cambiamento più significativi non avvengono necessariamente in condizioni di equilibrio, ma spesso in prossimità di soglie critiche, punti di instabilità e transizioni di fase.

Gli studi di Ilya Prigogine con Isabelle Stengers (19798; 19889) sui sistemi complessi e sulle strutture dissipative hanno mostrato come, in determinate condizioni, l’ordine possa emergere proprio da stati di discontinuità e riorganizzazione. Analogamente, la celebre equivalenza tra materia ed energia formulata da Einstein (191610) ha mostrato come realtà considerate per lungo tempo distinte possano essere comprese come differenti manifestazioni di un medesimo processo, aprendo una nuova prospettiva sul rapporto tra continuità e trasformazione.

Pur appartenendo a domini epistemologici differenti, tali prospettive sembrano convergere nel suggerire che il limite non rappresenti soltanto una linea di separazione, ma una soglia generativa nella quale l’equilibrio si apre alla possibilità del cambiamento. E’ proprio lungo questo crinale che il limite cessa di coincidere con l’arresto del movimento e si configura, piuttosto, come quella soglia nella quale ciò che è già stato incontra ciò che ancora non è.

Le soglie dell’esistenza: il limite come pietra angolare della vita psichica

Tale ampliamento riconduce inevitabilmente il discorso al limite nella sua dimensione più radicale, quella dell’esistenza umana. Prima ancora di assumere un significato psicologico, il limite appartiene alla nostra stessa condizione di esseri viventi. Pensiamo al corpo e ai suoi confini, alla pelle quale involucro psichico e superficie di separazione, ma anche di contatto, con il mondo circostante (Anzieu, 198511). È proprio attraverso questa soglia che l’essere umano sperimenta la propria duplice appartenenza: da un lato si riconosce parte di una realtà più ampia, dall’altro si percepisce come un’unità dotata di una propria coesione interna. È in questa tensione originaria tra appartenenza e differenziazione che prende forma l’esperienza relazionale. D’altronde, se non esistesse alcuna distanza tra noi e l’altro, non vi sarebbe neppure la necessità di comunicare. Non comunichiamo nonostante il limite che ci separa, ma proprio perché quel limite esiste; è infatti la differenza, e non l’indistinzione, a rendere possibile la relazione.

Se la fisica, la chimica e la biologia studiano tali rapporti sul piano della materia e dell’energia, la psicologia è chiamata a interrogarsi su un diverso ordine di fenomeni. Qui gli scambi non si esauriscono nella dimensione materiale, ma si articolano entro una trama di significati, affetti e rappresentazioni, in un continuo flusso trasformativo che sottende un campo interattivo di trasmissioni psichiche (Bolognini, 200812; Rossi & Ruggiero, 201913).

In questa cornice concettuale, il limite cessa di essere pensato esclusivamente come una linea di demarcazione tra territori distinti e assume progressivamente le caratteristiche di una frontiera. Se il confine separa, la frontiera mette in relazione; se il primo delimita, la seconda consente scambi, attraversamenti e trasformazioni. In tale direzione, alcuni autori14 contemporanei hanno proposto di intendere il limite non soltanto come elemento organizzatore della vita psichica, ma come una vera e propria area di elaborazione psichica, un territorio intermedio nel quale si articolano le tensioni tra continuità e cambiamento, identità e alterità, permanenza e metamorfosi. Il limite non appare più allora come il margine dell’esperienza, ma come uno dei luoghi privilegiati in cui essa si articola e dispiega.

Esso diviene così, al tempo stesso, fattore e funzione dell’esistenza, ovvero la pietra angolare sulla quale si organizza il funzionamento psichico. È la condizione essenziale che rende possibile la progressiva costituzione dell’Io, la distinzione tra me e non-me (Winnicott, 196715) e il lento riconoscimento di sé come soggetto separato, senza per questo cessare di appartenere alla trama delle relazioni. La vita psichica costella uno spazio di confine nel quale il soggetto può sperimentare una condizione liminale estremamente peculiare, è infatti chiamato a riconoscersi simultaneamente come parte di una realtà intersoggettiva più ampia e come centro irriducibile di una propria esperienza interiore.

Questa natura liminale della vita psichica trova una formulazione sorprendentemente precoce già nell’opera di Freud. In Pulsioni e loro destini (Freud, 191516), egli definisce infatti la pulsione un Grenzbegriff, un “concetto limite” tra lo psichico e il somatico. La pulsione si costituisce proprio là dove corpo e mente cessano di poter essere pensati come realtà nettamente separate, configurandosi piuttosto come funzione di raccordo tra l’eccitamento corporeo e la sua rappresentabilità psichica. Sin dalle sue formulazioni metapsicologiche, dunque, Freud riconosce nel limite non soltanto una linea di separazione, ma il luogo stesso in cui differenti dimensioni dell’esperienza entrano in relazione e danno origine al lavoro psichico17. In altre parole, Freud ci invita a non perdere di vista quella caratteristica metamorfica e “trasformativa” intrinseca alla pulsione, cogliendola nel suo doppio movimento tra interno ed esterno e tra percezione e rappresentazione, sottolineando la centralità della sua relazione con l’oggetto18.

La psicopatologia dell’attraversamento

Se il limite rappresenta il territorio nel quale la trasformazione diviene possibile, allora la sofferenza psichica può essere pensata, almeno in parte, come una difficoltà nel dimorare, attraversare o simbolizzare quelle regioni liminali dell’esperienza. Ogni trasformazione comporta infatti il superamento di assetti precedenti e l’apertura verso configurazioni ancora incerte dell’esperienza. Si tratta di un movimento che espone il soggetto ad una condizione di vulnerabilità, nella quale ciò che era noto tende progressivamente a dissolversi, mentre ciò che è destinato ad emergere non ha ancora assunto una forma definita.

Muovendo da queste premesse, la psicopatologia può essere letta non soltanto come espressione di un conflitto o di un deficit, ma anche come l’esito di una difficoltà nel rapporto con il cambiamento e con le soglie trasformative che attraversano l’esistenza. Alcune forme della sofferenza psichica sembrano infatti caratterizzate da un irrigidimento difensivo volto a preservare configurazioni identitarie ormai insufficienti; altre, al contrario, appaiono segnate da una perdita dei confini e delle funzioni organizzatrici necessarie affinché il cambiamento possa essere elaborato e simbolizzato. In entrambi i casi, ciò che appare compromessa è la possibilità di sostare in quello spazio intermedio nel quale l’esperienza può progressivamente emergere dalle proprie esuvie.

Già nei primi sviluppi della metapsicologia freudiana emerge l’idea che la sofferenza psichica non dipenda esclusivamente dal contenuto qualitativo dell’esperienza, ma anche dalla quantità di eccitamento e di investimento affettivo che il soggetto è chiamato ad elaborare. La nozione di quantum affettivo suggerisce infatti una concezione economica dell’apparato psichico, nella quale l’angoscia può essere pensata come il risultato di un’eccedenza, di un accumulo o di una difficoltà nella trasformazione della libido (Freud, 191519).

In tale quadro, lo studio dei fenomeni transizionali in Winnicott (195120) ci permette di cogliere l’evoluzione nel rapporto con l’oggetto nel processo di sviluppo del Sé. L’intuizione winnicottiana dell’area transizionale amplia ulteriormente questa prospettiva. Lo spazio intermedio tra l’onnipotenza soggettiva e la realtà condivisa non rappresenta soltanto una tappa dello sviluppo infantile, ma una modalità permanente dell’esperienza umana. Anche nell’età adulta continuiamo ad abitare questa regione intermedia, oscillando incessantemente tra immaginazione e realtà, fantasia e riconoscimento dell’altro. Winnicott considera la salute come un’espressione della capacità dell’individuo a vivere in questa terra di confine, in cui sogno e realtà sono felicemente coniugati.

Una prospettiva particolarmente feconda per comprendere la natura trasformativa dell’esperienza psichica è offerta dall’opera di Wilfred Bion. Attraverso il concetto di trasformazione, Bion (196521) descrive la mente come il luogo in cui l’esperienza emotiva può essere accolta, trasformata e resa pensabile. Quando tale funzione trasformativa viene meno, è disturbata o insufficiente l’esperienza rischia di permanere in uno stato non simbolizzato, producendo frammentazione, angoscia e tendenza all’acting out, ovvero all’evacuazione dei vissuti. In questo scenario, la sofferenza psichica può essere concepita come una difficoltà nei processi di trasformazione che permettono al soggetto di attraversare e simbolizzare le proprie esperienze senza esserne travolto. Il limite assume allora il valore di uno spazio potenziale nel quale il pensiero può nascere dall’elaborazione dell’esperienza emotiva e l’ignoto può progressivamente divenire simbolizzabile.

Se Winnicott e Bion descrivono il limite come orizzonte di trasformazione dell’esperienza, Lacan ne mette in luce la funzione eminentemente simbolica. Il nome del padre in Lacan (1953/200622) ci presenta l’idea del limite come opportunità di accesso al registro simbolico. La funzione paterna - in linea con la tradizione freudiana - introduce il soggetto nell’ordine simbolico, rendendo possibile quell’esperienza della mancanza che interrompe l’illusione di una fusione originaria e apre il campo del desiderio. Dunque il limite rappresenta un elemento fondamentale per lo sviluppo del Super-Io, esito di una sufficiente elaborazione del Complesso di Edipo. L’interdizione paterna al ricongiungimento con il corpo della madre, costituirebbe di conseguenza la base del successivo processo di differenziazione ed individuazione nello sviluppo del Sé.

Pur nelle profonde differenze teoriche che li distinguono, questi autori convergono nel riconoscere che la sofferenza psichica non riguarda semplicemente la presenza del limite, ma il modo in cui il soggetto riesce - o non riesce - ad abitarlo, attraversarlo e conferirgli un significato trasformativo.

I territori della metamorfosi: la psicoterapia come spazio liminale

La funzione del terapeuta non consiste nel condurre il paziente verso una destinazione prestabilita, bensì nell’accompagnarlo lungo quei territori dell’esistenza in cui le mappe abituali smettono di orientare il cammino e diviene possibile incontrare nuove configurazioni dell’esperienza.

Nella mitologia greca Ermes è il dio delle soglie, dei confini e dei passaggi. Messaggero tra mondi diversi e accompagnatore dei viandanti, egli incarna simbolicamente la possibilità di transitare tra territori altrimenti separati. In modo non dissimile, la psicoterapia può essere pensata come uno spazio liminale nel quale paziente e terapeuta si confrontano con l’incertezza del cambiamento e con quelle trasformazioni che ogni autentico passaggio non soltanto rende possibili, ma - in alcuni snodi dell’esistenza - persino necessarie.

Ogni processo terapeutico implica infatti un movimento trasformativo. Chi intraprende una psicoterapia del profondo raramente giunge in analisi per confrontarsi con ciò che già conosce di sé; più spesso vi approda perché le modalità abituali di dare significato alla propria esperienza non risultano più sufficienti. La sofferenza segnala allora il venir meno di un equilibrio precedente e l’emergere della necessità di nuove coordinate di senso. Da qui l’idea che il percorso terapeutico non coincida con un ritorno all’ordine perduto, bensì con la possibilità di sostare in una regione intermedia nella quale vecchie configurazioni del Sé possono lentamente dissolversi, lasciando affiorare nuove possibilità di esistenza.

Tale funzione di accompagnamento non riguarda tuttavia soltanto il paziente. Le più recenti prospettive intersoggettive (Stolorow & Atwood, 199223) e le teorie del campo analitico (Ferro & Civitarese, 201524) hanno progressivamente messo in discussione l’idea di una trasformazione che avvenga esclusivamente all’interno dell’individuo, mostrando come il cambiamento non appartenga esclusivamente al paziente, ma prenda forma nello spazio relazionale condiviso. Il territorio della metamorfosi non coincide allora con la mente del paziente né con quella dell’analista, ma con ciò che emerge tra loro nell’incontro.

La riconsiderazione in termini di campo dello spettro psichico e interpersonale comporta dunque l’abolizione del confine stabile tra il soggetto e l’oggetto, oltre che tra l’inconscio e il conscio, e la sua sostituzione con un margine mobile, transitabile nei due sensi, veicolo delle interazioni reciproche (Riolo, 199725). Questa prospettiva modifica radicalmente il modo stesso di concepire la cura. L’attenzione non è più rivolta esclusivamente ai cambiamenti prodotti nell’individuo dal processo analitico, ma alle trasformazioni del campo psicoanalitico (Riolo, 199726), vale a dire di quella realtà condivisa che comprende simultaneamente il paziente, l’analista e le teorie attraverso cui l’incontro si sviluppa.

Se il campo analitico rappresenta la matrice relazionale della trasformazione, il transfert e il controtransfert ne costituiscono probabilmente la manifestazione clinica più viva. È infatti nelle dinamiche transferali che il limite tra interno ed esterno, tra passato e presente, tra il mondo psichico del paziente e quello dell’analista diviene particolarmente permeabile. Antiche configurazioni affettive, modalità relazionali e identificazioni proiettive non vengono semplicemente ricordate, ma tendono a riattualizzarsi nell’incontro terapeutico, cercando una nuova possibilità di essere pensate, contenute e trasformate. In questa prospettiva, il transfert non può essere considerato come una mera ripetizione del passato, bensì come uno spazio creativo nel quale l’esperienza originaria incontra la novità della relazione analitica. Anche il controtransfert cessa allora di rappresentare un semplice ostacolo o una reazione personale dell’analista, configurandosi come uno degli strumenti privilegiati attraverso cui il campo rende percepibili le trasformazioni in atto. È proprio in questa oscillazione continua tra ciò che appartiene al paziente, all’analista e allo spazio condiviso dell’incontro che il limite rivela la propria natura dinamica; non è dunque una barriera invalicabile, ma una soglia attraverso la quale la vita psichica può ritrovare movimento e nuove possibilità di simbolizzazione.

La tradizione celtica27 narra che Pwyll, principe di Dyfed, giunse un giorno alle soglie di Annwn, l’Altromondo. Lì incontrò Arawn, suo sovrano, il quale gli propose uno scambio singolare: per un anno e un giorno Pwyll avrebbe abitato il suo regno e assunto il suo posto, imparando a vivere secondo leggi diverse dalle proprie. Egli non vi entrò per conquistarlo né per fuggire dal proprio destino. Accettò piuttosto di sostare in quella terra altra, di abitarne il tempo, di lasciarsi guidare da un ordine sconosciuto e di attraversare una condizione nella quale le consuete coordinate dell’identità vennero temporaneamente sospese. Soltanto al termine di quell’esperienza fece ritorno al proprio regno, non come colui che era partito, ma come un uomo trasformato, capace di governare con maggiore saggezza e profondità.

Forse è proprio questa l’immagine che meglio restituisce il senso della clinica del limite. La psicoterapia non consiste nell’eliminare le soglie dell’esistenza, né nell’evitare i territori dell’incertezza. Essa offre piuttosto uno spazio sufficientemente sicuro perché tali regioni possano essere percorse senza esserne annientati. Come Pwyll, anche il paziente è chiamato a sostare, talvolta a lungo, in una terra che non appartiene più al passato e non è ancora il futuro. È in questo tempo sospeso, più che nel semplice oltrepassamento del confine, che la metamorfosi diviene possibile.

Per concludere

Le riflessioni proposte aprono inevitabilmente interrogativi che eccedono i confini del presente contributo. Se la psicoterapia costituisce uno dei luoghi privilegiati nei quali osservare i processi trasformativi che prendono forma nei territori del limite, analoghe dinamiche sembrano manifestarsi anche in altre esperienze fondamentali dell’esistenza. L’innamoramento e l’amore, ad esempio, rappresentano forse una delle più intense esperienze liminali della vita umana, costellando spazi nei quali due soggettività entrano reciprocamente in contatto modificando, almeno in parte, i propri assetti identitari. Comprendere quali processi di trasmissione psichica si attivino nell’incontro amoroso, quali configurazioni del Sé vengano trasformate e quali nuovi territori condivisi possano emergere tra due menti rappresenta, a mio avviso, una prospettiva di ricerca capace di proseguire e ampliare il cammino qui soltanto abbozzato.

In questa prospettiva il limite non appare più come una semplice linea di separazione, ma come una zona di transito e di trasformazione. Più che un confine immobile, il limite assume i tratti di una frontiera, un territorio fragile e dinamico nel quale identità e alterità, continuità e cambiamento, interno ed esterno si incontrano e si ridefiniscono reciprocamente. È proprio in questi spazi intermedi che la vita psichica è chiamata a confrontarsi con il compito della metamorfosi.

Non è un caso che una parte significativa del pensiero psicoanalitico abbia progressivamente trasformato l’idea di limite: da superficie di separazione a spazio di passaggio e di trasformazione. Dalla teoria dello sviluppo psicosessuale di Freud (190528), alle posizioni schizoparanoide e depressiva di Klein (194629), fino ai diversi sensi del Sé descritti da Stern (198530) e alle moderne teorie del campo analitico (Riolo, 199731), emerge una concezione sempre più dinamica della vita psichica, nella quale il cambiamento si realizza non ai margini dell’esperienza, ma nel suo continuo attraversamento.

Forse è proprio questa la lezione che il limite continua a consegnare alla clinica. Non quella di indicare un confine oltre il quale arrestarsi, ma quella di ricordare che ogni trasformazione richiede il coraggio di attraversare territori che non possono essere abitati per sempre, ma che non possono neppure essere evitati. In queste regioni sospese, dove ciò che siamo non coincide più con ciò che eravamo e non è ancora ciò che saremo, la sofferenza e la cura condividono il medesimo compito, offrire un linguaggio all’ignoto affinché possa diventare esperienza, consentendo a nuovi orizzonti di senso - gradualmente - di venire alla luce. In questo risiede la vocazione più profonda del limite: non arrestare il movimento della vita, ma custodire quella soglia sulla quale ogni esistenza, prima o poi, è chiamata a sostare. È lì che la metamorfosi può lentamente compiersi, rivelandosi non come la fine di un cammino, ma come l’origine silenziosa di ogni possibile trasformazione.

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Note

  1. Murakami, H. (2002). Kafka sulla spiaggia. Giulio Einaudi Editore, 2013, p. 7. ↑
  2. Rank, O. (1924). Il trauma della nascita. Tr. it. Guaraldi, Rimini, 1972. ↑
  3. Fogel, A. (1993). Developing through Relationship. University of Chicago Press, Chicago. ↑
  4. Sander, L. W. (1995). Riflessioni sul processo di sviluppo. Tr. it. In: Carli, L., Rodini, C. (a cura di), Le forme di intersoggettività. Cortina, Milano, 2008. ↑
  5. Stolorow, R. D., & Atwood G. E. (1992). I contesti dell’essere. Le basi intersoggettive della vita psichica. Tr. it. Boringhieri, Torino, 1995. ↑
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