Sezione IV · Sull’orlo
Le stelle tardive di Arsenij Tarkovskij
Andrea Galgano
Sezione IV · Sull’orlo

Le stelle tardive di Arsenij Tarkovskij

Andrea Galgano

Abstract

Il presente contributo propone un’analisi della poesia di Arsenij Tarkovskij a partire dai volumi Stelle tardive. Versi e prosa e Stelle tardive. Poesie disperse, curati e tradotti da Gario Zappi. Attraverso una lettura tematica e stilistica dei testi, l’articolo si sofferma sui principali nuclei della poetica tarkovskiana, evidenziando il ruolo centrale della memoria, della dimensione spirituale e del rapporto tra uomo e natura. In una prospettiva che intreccia esperienza individuale e tensione metafisica, la parola poetica si configura come luogo di mediazione tra materia ed eterno, tra contingenza storica e ricerca dell’assoluto. Particolare attenzione è dedicata alla ricorrenza di immagini simboliche – il respiro, la luce, il vento, la terra e le stelle – che strutturano un immaginario fondato sulla continuità tra visibile e invisibile. Il saggio evidenzia inoltre come la poesia di Tarkovskij, maturata nel contesto della cultura sovietica e segnata da una lunga marginalizzazione editoriale, sviluppi una peculiare concezione del tempo, inteso non come successione cronologica ma come dimensione unitaria in cui memoria, sogno e destino convergono. Ne emerge il profilo di una delle voci più originali della lirica russa del Novecento, capace di trasformare l’esperienza del limite in una meditazione universale sulla vita, sulla morte e sulla permanenza dell’essere.

Parole chiave Arsenij Tarkovskij; poesia russa del Novecento; memoria; natura; tempo; trascendenza; simbolismo; lirica russa.

«...perché la debolezza è la forza e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile. Quando muore è forte e rigido così come l'albero mentre cresce è tenero e flessibile e quando muore è duro e secco. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza...» A.Tarkovskij

L’iter poematico di Arsenij Tarkovskij (1907-1989) si configura come una lunga e cadenzata testimonianza di luce smerigliata, i cui raggi hanno attraversato un secolo di conflitti e splendori: «La tempesta qua e là per la Russia / scagliava loro dei bengala. / Ed era soltanto l’inizio. / Irretita in una lite funesta, / quell’estate la sorte cinse / d’una corona di dolore il nostro popolo».

Si deve alla casa editrice maceratese Giometti & Antonello, la pubblicazione di Stelle tardive. Versi e prosa1, un’antologia, curata e tradotta da Gario Zappi, in cui emerge una vitale e chiaroscurale dialettica, segno inscindibile di sgomento e purità.

Se in Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam e l’emigrante Chodasevič, la fiamma dell’intimità scavata della Rus’ si manifestava in sogni, sorgenti e disgeli, Tarkovskij si pone invece come silenzio costretto.

Tale afasia non è imposta solo dalla censura di regime – durata fino agli anni Sessanta con l’accusa di misticismo –, ma si offre come dimora di misura e dismisura, tesa a inseguire il diaframma luminoso di un "Pantheon nero" vissuto all'insegna dell'accoglienza umbratile e di una voce unica: «Sono colui che è vissuto nel proprio tempo / senza essere sé. Sono il minore della famiglia / degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli altri, / e non lascerò il banchetto dei viventi: / blasone autentico del loro onore di famiglia, / vocabolario diretto dei loro legami alla radice».

Già nella sua attività di traduttore, Tarkovskij delinea una traiettoria votata all’ordine e alla misura. Come nota Massimo Galaverni «la solitudine, il raccoglimento, la capacità di non farsi annullare dalla pressione degli eventi o delle circostanze anche più negative, risultano una costante della vicenda esistenziale e artistica di Tarkovskij, che infatti scelse di vivere molto ritirato anche negli anni di maggiore riconoscimento pubblico2».

Scrive ancora Galaverni:

Poeta non della storia ma della vita, non della politica ma dell’energia, meglio ancora dello spirito delle cose, della natura soprattutto, sembra che Tarkovskij abbia investito ogni sua risorsa psichica e intellettuale per trovare la concentrazione, la sensibilità, l’inclinazione dello sguardo più giuste. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe forse pensare, custodire la propria identità personale ha significato per lui renderla disponibile e accogliente, porsi come un punto di resistenza, trovare la propria voce, è stato tutt’uno con l’accordarsi a un canto, a un movimento, a una danza molto più vasti.3

Le stelle ospiti si fanno abito di fiato, mani e memoria simili a nodi che stringono la gola. Si avverte una sorta di accesso esiliato e di sottrazione in questa ascensione dello spirito oltre la materia, in cui il poeta si pone in ascolto del respiro delle cose. Si tratta di un'attitudine estetica e spirituale che feconderà profondamente l’opera cinematografica del figlio Andrej, dalle risonanze dialogiche di Stalker alle tessiture visive di Nostalghia e Sacrificio. Il dettaglio del cielo che rabbrividisce sorregge l’acero come una rosa nel bosco di Ignat’evo: qui la materia vive una dimensione generatrice e il verso ne tallona il divenire:

«Non fare capricci, non minacciare, non toccare, / non turbare la quiete del bosco sul Volga. / Puoi udire il respiro della vecchia vita: / funghi viscidi crescono nell’era bagnata, / i lumaconi li hanno rosi fino al cuore / ma una smania umidiccia ne vellica la pelle», per restituire «la densità, il radicamento dello spirito nella materia e nel suo continuo divenire, come fossero esse stesse dotate di una loro intrinseca forza d’espansione naturale4»:

«Per te, che mi sei stata tolta, che di notte / piangevi a causa mia, in un semplice / abito nero, con spalle infantili, / dono migliore, mai più resomi indietro da Dio, / supplico il passato, il presente, / dormi più profondamente, non singhiozzare nel sonno, / non mi seguire con la coda dell’occhio, / angelo, cerbiatto, falchetto. / Dalle pietre di Sumer, dal deserto / d’Arabia, da quale girone / della memoria, nello sfavillare dell’arroganza / mi stringi forte con un nodo la gola? / Non so dove ora tu regni sovrana, / e non so come rivolgere la supplica, / per perdere ancora il diritto a possedere / il tuo respiro, e le mani, e l’abito».

L’immagine, elevata all'assoluto, restituisce l'oscillazione riarsa del reale. La sintassi e le intonazioni veterotestamentarie evocano il mistero di ciò che è terreno, riconducendo la presenza a farsi carne e volto amato. L’umano, la natura e la stanza interiore divengono i tasselli di una vasta visione cosmica.

La realtà si offre come una vivida concrezione di eventi e storia; la parola unisce, come grani di un rosario, l’oscurità alla luce in un unico battito. È il vento, con la sua promessa ambivalente di vita e di morte, a irrompere facendo stridere le serrature, mentre il cuore resiste alla fine (tra passi risonanti, case con l'abbaino, candele e uva selvatica bagnata):

«La mia anima è triste stanotte. / Amavo l’oscurità sferzata dal vento / e fatta a brandelli, / e le stelle luccicanti a volo / sugli umidi parchi settembrini, / come farfalle dagli occhi ciechi, / e sul voluttuoso fiume zingaresco / il ponte traballante, e la donna con lo scialle / che dalle spalle le calava sull’acqua lenta, / e queste mani, come innanzi una disgrazia. / Mi sembrava che fosse viva, / viva, come un tempo, ma le sue parole / di umide «L» non significavano più / com’è d’uso sulla terra tra i vivi. / Le parole ardevano, quasi fiammelle al vento, e si spegnevano, quasi sulle spalle le fosse calato / il dolore di sempre. / Camminavamo affianco, / ma ormai non toccava più coi piedi / questa terra, amara come l’assenzio, / e non mi pareva più che fosse tra i vivi. / Un tempo aveva avuto un nome. / Il vento settembrino irrompe anche / nella mia stanza: / fa stridere le serrature, / mi sfiora i capelli con le mani» (Vento).

L’epifania dell’incontro rivela una grazia socchiusa, un’idea sfolgorante di bene che trova nell’unione amorosa la propria benedizione ultima. Le città si dischiudono come incantesimi e la stagione è inseguita dal destino «come un pazzo col rasoio in mano»:

«Quando giunse la notte mi fu fatta / la grazia, le porte dell’iconostasi / furono aperte, e nell’oscurità in cui luceva / e lenta si chinava la nudità / nel destarmi: «Tu sia benedetta», / dissi, conscio di quanto irriverente fosse / la mia benedizione: tu dormivi, / e il lillà si tendeva dal tavolo / a sfiorarti con l’azzurro della galassia le palpebre, / stavano quiete, e la mano era calda. / Nel cristallo pulsavano i fiumi, / fumigavano i monti, rilucevano i mari, / mentre assopita sul trono / tenevi in mano la sfera di cristallo, / e – Dio mio! - tu eri mia». (I primi incontri).

In Tarkovskij vibrano accenti drammatici che prolungano l’intensità delle superfici e delle profondità della terra, spingendole fino alla soglia dell’eterno:

«Sei folle, Isora, folle e malvagia, / a chi hai donato il tuo anello col veleno, / chi hai atteso appiattata dietro la porta della taverna? / Mozart, bevi, non t’affliggere, morte e gloria vanno insieme. / Ah, Isora, i tuoi occhi sono splendidi, / più neri della tua anima, così nera e così trista. / La morte è come la passione, vergognosa. Aspetta, ancora un po’, / fa nulla, ora soffocherà, Isora. / E allora vola, senza sfiorare coi piedi il manto nevoso: / c’è ancora qualcuno da poter rendere sordo / e cieco, ci sono ancora i morsi della fame, / il lampione dell’ospedale e la vecchia infermiera».

È una voce messaggera che abita la duplice dimensione del tempo e dell’eterno, traducendo il disfacimento umano in un orizzonte di senso: «Studio su un libro di pietra il linguaggio dell’eterno, / scivolo tra due macine come un chicco di grano nel rotare delle pietre, / sono per intero già immerso nello spazio a due dimensioni, / il mulino della vita e della morte m’ha spezzato la spina dorsale».

Il gesto dell’eterno sfiora la contingenza e vi si mescola, rammentando che «debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza». Il poeta abita un eterno presente: «Non mi occorrono le date: io ero, e sono, e sarò»:

«E lo sognavo, e lo sogno, / e lo sognerò ancora, una volta o l’altra, / e tutto si ripeterà, e tutto si realizzerà, / e sognerete tutto ciò che mi apparve in sogno. / Là, in disparte da noi, in disparte dal mondo / un’onda dietro l’altra si frange sulla riva, / e sull’onda la stella, e l’uomo, e l’uccello, e il reale, e i sogni, e la morte: un’onda dietro l’altra. / Non mi occorrono le date: io ero, e sono, e sarò. / La vita è la meraviglia delle meraviglie, e sulle ginocchia della meraviglia solo, come orfano, pongo me stesso, / solo, fra gli specchi, nella rete dei riflessi / di mari e città risplendenti tra il fumo. / E la madre in lacrime si pone il bimbo sulle ginocchia».

Lo sfarzo delle ombre cerca un riscatto luminoso. Il poeta riconosce il proprio varco, il lascito di tombe scoperte e il ritorno del respiro sulle braci ardenti della beatitudine. L’infinito innalzamento svela la sproporzione dell'essere; egli offre il proprio petto ancora debole all’arsura, mentre l’anima custodisce la giovinezza perduta e il sogno profetico sul mare d’Azov:

«Uscii alla stazioncina. La ghisa riposava / tra dense volute di vapore oleoso. Era / un re assiro dagli svolazzanti riccioli a grappoli. / La steppa s’aprì, e come nell’antro del vento / vi fu risucchiata la mia anima. Alle spalle / non avevo più capanne d’argilla: le torri lunari all’intorno / fluttuavano consolidandosi fin sull’orlo della terra, / la notte svolgeva da un vano all’altro la sua tela spessa, ravvolta strettamente. / La mia giovinezza s’allontanò da me, e un sacco / mi curvò le spalle. Sciolsi le corde, e versai / il sale sul pane, e sfamai la steppa, e con la settima parte di quanto restava saziai il mio corpo paziente. / Dormii, mentre al mio capezzale si raffreddavano / le ceneri dei sovrani e degli schiavi, e ai miei piedi stava / la coppa con le plumbee lacrime d’Azov. / Sognai tutto ciò che mi sarebbe accaduto. / La mattina mi destai, chiamai terra la terra, / e offersi il mio petto ancora debole all’arsura» (Presso il mare d’Azov).

La poesia che solca le steppe apre il petto a un vento riarso; la sorte raminga della sua lucentezza calpesta la terra d’origine, mentre l’amore ricuce il mistero terreno alla luce di stelle tardive. Dinanzi all’oblio, il poeta benedice gli occhi che hanno scrutato le altezze celesti, la laringe e le labbra ormai stanche: «Forse che di là, giunta la mia ora, / alla luce di stelle tardive, / benedetto il mistero terreno, / potrò tornare al camposanto natio?».

Le fessure dell’opera tarkovskiana rivelano il dolore dell’esistere. L’anima aspira all’armonia, mentre la sorte umana cerca calore come terra riarsa dalla siccità. Si delinea così un dramma compiuto ma non disgregato, che evoca il ritorno al grembo materno e la consumazione della propria finitezza, simile a una candela che si riaccende postuma:

«L’anima, accesasi in volo, / non fu vista nella stanza bianca / in cui tra dita di streghe misericordiose / si scaldava dolcemente il corpo del bambino. / Alla vigilia sul giardino era caduta la pioggia, / e la terra non s’era ancora asciugata: / a giugno vi furono così tanti lillà / che la lucentezza del mondo si fece turchina, / e a luglio, ad agosto, vi fu / alle tre finestre una luce tale, un colore / tale sgorgò a fontana nel cielo / fino al termine di quell’estate primordiale, / che anche nell’oltretomba la mia sorte / si scalda, come il suolo, al giorno della creazione».

Respirare la terra significa percepire la consumazione del tempo e il tremito degli aceri che annunciano la fine. Alla povertà quotidiana basta la cura del presente: «Mi bastano le cure quotidiane, / non mi occorre un’altra felicità, – / lo so: anche là, oltre lo steccato, / si conclude l’anno di qualcuno, / lo so: s’erge un nuovo boschetto / là, dove svaniscono i nostri pini. / Sono grevi i calici bianco-neri: / sentono con le brezze il tempo e il turno».

Il poeta si muove come un’ombra in un cammino di redenzione, dinanzi a una casa vuota che attende di essere riabitata:

«Sono un’ombra tra quelle ombre che una volta / bevuta l’acqua terrena non hanno spento la sete / e tornano sul proprio cammino pietroso, / turbando i sogni dei vivi, per bere un po’ d’acqua viva. / Come la prima nave dal grembo dell’oceano, / come la barca sacrificale che esce dal kurgan, / così io salirò sulla scala fino al gradino / ove m’attenderà la tua ombra viva. / – Ma se è una menzogna, / se è una fola, / se non è un volto ma una maschera di gesso / a fissare ognuno di noi da sottoterra colle dure pietre dei propri occhi illacrimati…»

Tarkovskij accoglie in controluce il battito di ogni profezia e resiste alla caduta nel vuoto:

«Se ora riuscissi a non svelarmi fino in fondo, / a non dissipare tutto ciò che mi cantò l’uccello, / che cianciò il pieno giorno, che ammiccò la stella, / che fece scintillare l’acqua, che inacidì l’acetosella, / e lasciare per sempre in usufrutto entro me stesso / una dura sferetta nel sangue, colma di luce e d’incanto, / e se non vi fosse più via per il ritorno / riassorbirmi in essa, e non uscirne più, / e: a caso, nell’aorta di uno qualunque».

O ancora attraverso questa lunga e ispessita linea, egli soggiace al pondus vitae, ma ne esce anche lustrandone le sinfonie e gli aliti continui:

La mia voce suona veridica, poiché il tempo non solo faceva scivolare giù i suoi pesi di ghisa, ma ascoltava sè stesso: e la sua voce era simile alla voce unica di un’orchestra sinfonica. Era assolutamente plurimo, e tutto ciò che era, era: io, in fondo, non potevo nascere senza che esso lo sapesse, talvolta con un anno di anticipo, tal’altra con un giorno presentendo il futuro, e ciò nondimeno crescevo involontariamente sulle sue palme (p. 191).

La parola, nella sua fierezza vagabonda, si consuma come cera. È meraviglia dinanzi alla presenza divina che viene tallonata. La memoria non registra asetticamente le date, ma si rivela precisa e ineludibile: (i suoi racconti Costantinopoli sono un alfabeto del ricordo): « […] Sullo spazio e sul tempo dall’alto / porremo le palme delle mani, / ma capiremo che nella corona del potere / è più preziosa la stella della miseria, / della miseria, dell’inanità, delle preoccupazioni / per il proprio amaro tozzo di pane, / e con le costellazioni aliene faremo / i conti sulla madre terra».

Il suo bene comincia con la prima traccia di alito del mondo fino alle note più alte che celebrano fasti e splendori di un tempo dato, donato dall’alto e trasfigurato da vigilie e attese, per tenere caro il volto non comune e l’ansia conoscitiva che rintraccia ciò che vive, la sua autocoscienza, il suo infinito asterisco.

Il secondo volume Stelle tardive. Poesie disperse5, pubblicate da Giometti & Antonello nella forma di libro-album, offre la testimonianza di una memoria frantumata, del tempo che precede l'esistenza e del residuo luminoso che resiste all’oblio:

«I grevi granai di mattoni / avevano impregnato il cielo di denso respiro, / sotto la corazza di rame i portoni / non riuscivano a trattenere il grano furioso. / In pesante cascata esso ribolliva / fin sotto il soffitto, sotto le travi, sotto i vani / degli sfiatatoi spalancati, e si gonfiavano / i sacchi gravidi di gloria. / Così respirava la calura. Così viveva il granaio. Così i topi, / come sacchi polverosi, respiravano la calura, / e di grasso genuino si empiva / nel soffocante meriggio l’anno ubertoso. / così si enfiavano le stive delle navi, / e gli scaricatori altercavano a turno / con la folla che era affluita. Così riluceva / il sole cieco nell’acqua oleosa».

Lo stupore dinanzi al reale si configura come un soffio autunnale sospeso in un cielo di ghiaccio: «Il tuo stupore, o il tuo / iato di vocali: che ricompensa / per un’esistenza che s’offusca! / E che alitare del giorno leggero / e che alta incomprensione / si cela in te per me. / Non è l’autunno, ma della voce il lieve sgomento, / lo scintillio delle vocali nell’etere dischiuso: come ghiaccio scivolato di mano…».

Si avverte in Tarkovskij un'amarezza legata alla precarietà, che tuttavia rifulge nello spartito dei ricordi e nella bellezza delle sue febbri temporali: «E più amaro delle prime stelle è il tuo amore, / ho stradimenticato tutto, amore mio, / prendi, prendi i garofani! / Sì, il mio primo brindisi è per te / tu sei più amara di tutti, amore, tu sei più amara delle stelle, / come l’aria remota…».

La giovinezza dello specchio riflette un'anima sdoppiata, sospesa tra assenza e ricerca di un'intimità perduta: «E mi pare che la vita mia si sdoppi, / che nel mio specchio io stia insieme a te, / fino a che la mia mano ha pudore di te / e nell’ora cupa va palpando la casa, / la casa, come un volto dagli occhi senz’anima, / il familiare granito, ed entro affranto / là dove non sei, ove nello specchio, come in una fossa / vi è l’insonne sembiante dell’inutile fatica».

Alessandro Zaccuri scrive:

«Se nel primo volume di Stelle tardive trovavano posto alcune delle composizioni maggiori di Tarkovskij […] la selezione attuale dà l’occasione di rileggere in controluce un percorso di estrema consapevolezza interiore. Si pensi a una poesia come Pietro del 1928, nella quale il dialogo con l’ombra dello zar si riverbera nella visione di una Leningrado spettrale («la tua città è deserta, la tua città sta / sul ghiaccio, in stelle di mica che non scintillano») oppure a Frammento del 1947, che rielabora il tema del paesaggio urbano nella prospettiva della memoria domestica («Verrà ricostruita la città, ma non occorrono al cuore / né una nuova casa, né un nuovo giardino, / né nuovi cavalieri sugli sportelli della stufa. / Che racconteranno di loro i nuovi bambini?»). Riaffiorano a più riprese immagini evangeliche, tra cui quella dei colombi «impastati nella creta, come i morti nella fossa», che rimanda al racconto degli Apocrifi».6

La città spettrale poggia sul ghiaccio come su una coltre di stelle: «E la città sul ghiaccio sta come su delle stelle, / e l’aria scintilla per una stella greve, / e sull’acqua nera si gela il granito, / e la mezzanotte distende sulla piazza il palmo della sua mano».

La memoria franta, simile a un sibilo, rappresenta il culmine della visione tarkovskiana, in cui l’estate cade come un ago freddo dalle mani del silenzio: «L’estate è caduta come un ago freddo / dalla mano indolenzita del silenzio / e s’è smarrita chissà dove nel buio fitto oltre lo scaffale, / oltre l’intonaco della parete sorcina. / […] Là, nella trepida quiete dell’oltre finestra, / fuori della mia vita e della mia dimora, / vestita di giallo, e d’azzurro, e di rosso, a che le serve / la mia memoria? A che le serve la mia memoria?».

Infine, riemerge la vocazione originaria del poeta, la carne muta degli oggetti e il legame inscindibile con la terra russa:

«Io sono il ramo più giovane del tronco della Russia, / io sono carne della sua carne, e fino alle mie fronde / giungono le vene, umide, d’acciaio, / di lino, sanguigne, di osso, / dirette prosecuzioni delle radici. / Vi è la sovrana attrazione della vetta, / e perciò sono immortale fin quando / scorre nelle vene – mia sofferenza e mio bene – / delle sorgenti sotterranee l’umidore glaciale, / tutti gli eR e gli eL’ della lingua di Dio. / Io sono vocato alla vita per il sangue di tutte le nascite / e di tutte le morti, io ho vissuto nei tempi / in cui il genio anonimo del popolo / infondeva la vita donando nomi / nella muta carne degli oggetti e degli eventi. / Il suo vocabolario è aperto a pagina intera, / dalle nuvole alle profondità della terra: / insegnare alla cinciallegra la lingua della ragione, / e lasciar cadere un foglio unico nel pozzo, / verde, rosseggiante, arrugginito, d’oro…».

Note

  1. Tarkovskij A. A., Stelle tardive. Versi e prosa, a cura di Gario Zappi, Giometti & Antonello, Macerata 2017. ↑
  2. Galaverni R., «Di talento, quindi pericoloso», Vita e luce di Arsenij Tarkovskij, in “Corriere della sera – La Lettura”, 7 maggio 2017. ↑
  3. Id., cit. ↑
  4. Id., cit. ↑
  5. TarkovSkij A., Stelle tardive. Versi e prosa. Vol. 2: Album di immagini inedite e poesie disperse, Giometti & Antonello, Macerata 2020. ↑
  6. Zaccuri A., Arsenij Tarkovskij, il padre della poesia, in “Avvenire”, 7 gennaio 2021. ↑