La vita ed il pensiero di Erich Fromm


Erich Fromm
(Francoforte sul Meno, 23 marzo 1900 - Locarno, 18 marzo 1980)

Il futuro dell'Uomo

Nella descrizione dell'attuale società, come prodotto dell'uomo, Fromm fa il punto della situazione e mette in luce gli aspetti positivi e negativi che nel tempo si sono delineati. Un elemento di grande interesse nell'analisi è la trasformazione dell'Homo Faber in sapiens fino a divenire una sorta di Homo economicus che lo vede collocato all'interno di un sistema in cui l'umanità si disumanizza e diventa essa stessa un meccanismo dell'ingranaggio consumistico.

Il trionfo dell'homo faber conduce secondo l'autore ad un tecnicismo in cui l'uomo perde la sua dimensione umana per ridursi heideggerianamente ad un numero. L'uomo "ha raggiunto risultati sbalorditivi, trionfali, tali da riempirlo di orgoglio e da rinnegare Dio e le sue leggi, per rivolgere il proprio culto agli idoli che egli ha innalzato. E' il trionfo della scienza che consente all'uomo di violentare le leggi della natura, di provocarla nella sua intima essenza fino a trasformare la sua struttura (...) e la natura diventa puro strumento di progresso."(25)

Con l'estrema speranza nel progresso e nella realizzazione di una umanità tecnicizzata si giunge così alla negazione dei valori umani che rendono l'uomo apparentemente libero di sviluppare una dimensione morale dove lo sviluppo tecnologico diventa il fondamento dell'etica.

E' la crisi dell'Homo sapiens dove la vita interiore dell'individuo ha come oggetto, soltanto, il regno delle cose materiali e per esse ogni sentimento ed ogni autentica aspirazione umana viene soffocata. Fromm ribadisce che "nonostante la propaganda e gli slogan relativi alla fede del mondo occidentale il nostro sistema ha creato una cultura materialistica e un uomo materialistico."(26)

L'orientamento materialistico e meccanicistico (...) sembra (...) permeare ancora la realtà contemporanea protesa ad esprimere i motivi di una società industrializzata. (...) Uno spettro si aggira in mezzo a noi (...) è dato dalla prospettiva di una società completamente meccanizzata che ha per scopo la massima produzione materiale e il massimo consumo.

L'uomo diventa uno strumento e la sua funzione di mezzo lo colloca in un sistema, definita come una sorta di ingranaggio, efficace solo se gli individui sono ridotti a unità quantificabili.

Heidegger descriveva bene questo quadro quando sosteneva che l'uomo è ormai divenuto sempre più un uno e sempre meno un io, un'appendice nella realtà in cui vive. Il manifestarsi di questi pericoli (...) genera una reazione; e l'umanesimo che risorge rappresenta l'estrema istanza della ragione e del sentimento per la riconquista delle dimensioni spirituali dell'individuo. Anche se l'umanesimo di oggi si esprime in modi diversi da quello che ebbe a svilupparsi nel passato, tuttavia non tende, nel suo manifestarsi, a interrompere la tradizione come passato ma, nel mantenere vivi i legami con essa, ne riafferma i principi fondamentali.

Per Fromm l'uomo si deve collocare in una dimensione attiva cioè finalizzata a promuovere i valori della vita e rivendicare il proprio ruolo all'interno della società per attivare un elemento di cambiamento propulsivo del sistema sociale stesso. Un umanesimo che colloca l'uomo al centro dell'assetto sociale e il cui fine è rispettare e rimanere se stesso.

Umanesimo e democrazia divengono gli aspetti su cui edificare una società che colloca l'uomo al centro. La democrazia, ritrovata la sua vera aspirazione e la sorgente, riacquista il suo pieno vigore; ed essa(...) si svilupperà più vitale nell'espansione del proprio principio.

L'affermarsi e il realizzarsi di un ordinamento sociale ispirato agli ideali del socialismo umanistico potrebbe essere per Fromm non l'omologazione bensì l'emergere dell'individualismo, "la liberazione dai legami economici, non già il proposito di fare delle aspirazioni materiali il principale interesse della vita, l'esperienza della piena solidarietà tra tutti, non già la manipolazione e il dominio dell'uomo."(27)

Il socialismo umanistico può divenire e affermarsi all'interno della società e promuovere il cambiamento dell'assetto sociale stesso, anche se per far questo è necessario che non perda neppure per un istante il suo carattere rivoluzionario. Tale caratteristica viene identificata dall'autore nella descrizione della figura del carattere rivoluzionario "(...) che si identifica con l'umanità e che incessantemente, tende a costruire un sistema che corrisponda ad una realtà razionale e, a tal fine, travolga ogni ordinamento ed ogni istituzione, che sia in contrasto con questa realtà."(28)

Un'altra importante condizione in grado di favorire il cambiamento dell'assetto sociale è dato "dall'esigenza imprescindibile della conservazione dell'attuale sistema democratico poiché solo attraverso di esso possiamo sperare di dar vita ad una organizzazione umana più rispondente ai bisogni umani. E' solo la democrazia la possibilità reale di mutamento."

Per Fromm è importante poter liberare l'uomo dalle catene che egli stesso si è creato e liberarsi dal decadimento morale e dall'alienazione in cui vive.

Nella descrizione delle diverse fasi dell'uomo coinvolto in questo percorso di progressiva disumanizzazione, l'autore da alcune definizioni, dall'homo sapiens, faber, ludens, fino a giungere all'homo negans. Quest'ultimo costituisce per l'autore una figura insolita e di rottura perché rappresenta una potente arma di liberazione dalla schiavitù disumanizzante in cui l'uomo stesso si è imprigionato secondo una logica che lo ha portato alla decadenza della ragione. L'homo negans è colui che sa dire di no, ma anche di si, si tratta dell'uomo che è capace di dissentire , di opporsi anche se la maggior parte degli uomini dice di si. E' colui che dal punto di vista della potenzialità umana si distingue dagli altri esseri per la capacità di dire di no (...). Oggi la specie dell'Homo negans è diventata particolarmente rara. Inoltre "se la capacità di dubitare, di criticare, di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l'umanità e la fine di una civiltà dobbiamo, fortemente, augurarci che l'homo negans riemerga dal suo torpore per rivendicare il proprio diritto di disobbedienza che, nell'era presente, significa sopravvivenza."(29)

L'autore attraverso la dimensione del coraggio coglie quell'elemento di rottura che favorisce il riemergere di una coscienza appena destata da un lungo sonno; "per disobbedire bisogna avere il coraggio di essere solo, di errare e di peccare. Ma il coraggio non basta. La capacità del coraggio dipende dal grado di sviluppo di una persona. Soltanto chi si sia sottratto al grembo materno e agli ordini del padre, soltanto chi si sia costituito come individuo completamente sviluppato e abbia acquisito la capacità di pensiero e di sentire autonomamente, può avere il coraggio di dire di no al potere, di disobbedire."(30)

La capacità di dire di no è un modo per sovvertire l'ordine statico delle cose che caratterizza l'immobilità sociale in una logica di possesso, generando una visione costruttiva della vita umana. Emerge così, attraverso l'Homo negans, l'homo esperans poiché in ogni atto di negazione vi è sempre il germe della speranza. Per Fromm la speranza diventa un incitamento all'azione che si rivela come una capacità costitutiva dell'uomo finalizzata a promuovere nell'uomo stesso la necessità di muoversi verso il raggiungimento dei suoi ideali.

La dimensione della speranza si costituisce quindi come una dimensione psichica fondamentale per lo sviluppo umano nell'ottica di un suo modo di essere rivoluzionario. "Se la disperazione riflette la mancanza di fede nel mutamento, la speranza, invece, contiene in sé la fede nella trasformazione. Nel momento in cui l'individuo e la società si aprono alla speranza un fremito nuovo pervade tutta la realtà umana, come se un germe fecondo di vita imprimesse, nel suo esplodere, un corso nuovo agli avvenimenti umani. (...) Oggi è tempo di riaccendere nei nostri cuori la luce di questa speranza e di guardare, con granitica fede, al di là delle tenebre dell'epoca disumanizzata in cui abbiamo smarrito i valori che danno un significato alla nostra esistenza."(31)

NOTE:
25. F.A., Cusimano, B. Luban-Plozza, Erich Fromm, cit. p. 312.
26. E. Fromm, Perché l'uomo prevalga, in La disobbedienza e altri saggi, Mondatori, 1982, p. 82.
27. E. Fromm, Perché l'uomo prevalga, cit. op p. 89.
28. F.A., Cusimano, B. Luban-Plozza, Erich Fromm, cit. p. 342.
29. F.A., Cusimano, B. Luban-Plozza, Erich Fromm, cit. p. 348.
30. E. Fromm, La disobbedienza come potere psicologico e morale, in La disobbedienza e altri saggi, p. 47.
31. F.A., Cusimano, B. Luban-Plozza, Erich Fromm, cit. p. 352.